Tesi di laurea
Aspetti penalistici del doping sportivo
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Conclusioni
Ciò che possiamo affermare, con certezza, è che il doping nello Sport è un problema di carattere mondiale. Agli inizi del XIX sec. era già presente, per poi diffondersi, radicarsi ed essere sostenuto in diversi paesi.
Per molto tempo fu sottovalutato e considerato un problema di secondo piano, dalle autorità sportive e governative, ritenendolo limitato solo ad atleti d'elite. In realtà, negli anni, il fenomeno in questione si è esteso anche ai giovani atleti e agli amatori, contaminando e svilendo fin dalle basi, la corretta impostazione dei valori legati allo Sport.
Gli atleti, impegnati a livello agonistico non competono solo con avversari, ma si misurano anche con loro stessi compiendo il tentativo faticoso ed entusiasmante per poi spingersi fino ai propri limiti. Questa nobile sfida, può comportare un rischio: infatti può succedere che la prestazione risulti inferiore alle aspettative. Quindi il doping nasce ovunque venga praticato; l'esigenza di un incremento della prestazione, legato alla possibilità di sostenere allenamenti di quantità e qualità maggiori, consentono il mantenimento di un livello prestativo elevato anche in prossimità di una gara.
Le alterazioni causate dal doping durante la competizione ( ma come detto, anche durante le fasi di preparazione ) riguardano più aspetti: uno eminentemente psicologico , per cui l'atleta evita il confronto con se stesso e con l'ansia positiva che ne deriva, allontanandosi così dal percorso di auto-consapevolezza su cui si fonda l'attività agonistica; l'altro di carattere etico , poiché il ricorso al doping è un tradimento dei valori base dell'attività sportiva che si basa sul confronto con se stessi e con gli altri atleti, nel pieno rispetto dell'avversario e delle regole.
Non ultima la tutela della salute e dell'integrità fisica dell'atleta in quanto la funzione dello Sport deve essere tesa alla valorizzazione delle naturali potenzialità fisiche dello stesso. Nel compilare questa tesi, ho avuto l'opportunità di incontrare personaggi del mondo dello Sport di alto livello, ricoprenti funzioni dirigenziali di alto prestigio. I dirigenti sportivi, il più delle volte, sono ex atleti che hanno ancor più rafforzato la mia posizione di netto contrasto a tale aberrante fenomeno.
Ho cercato di capire quanto effettivamente una federazione sportiva osteggi o tolleri la presenza di questo male, la risposta è stata tutt'altro che semplice, dato che la sensazione che ne è derivata, è che non ci sia uno schieramento di chiaro contrasto. Il Dott. Storti, oggi Segretario della F.I.D.A,L., in passato è stato tecnico prima e segretario poi della F.I.N. e della Federazione Sport Ghiaccio, in virtù della sua esperienza nazionale ed internazionale, ha dovuto riconoscere che non c'è una omogeneità di comportamento e che ciò dipende da una svariata messa in campo di situazioni e atteggiamenti che sono la risultante di culture diverse, di paesi diversi.
Alcune strutture italiane e non, dispongono di tutti gli elementi necessari per l'inserimento di una sana attività sportiva nel contesto sociale in cui operano.
Ricordava il Dott. Storti, che durante il periodo della sua collaborazione con la Federazione Nuoto (anni 80/90), l'atteggiamento di un paese come la Cina, in rapporto ad altri, sui problemi inerenti il doping, appariva quasi di apertura e disponibilità; andando a sondare meglio si accorse che la Cina era ed è un paese sterminato con una capacità di controllo del territorio quasi nulla, con strutture organizzative mal distribuite sul territorio, ma concentrate in alcune zone più importanti. Lo scarso monitoraggio da parte delle autorità sportive, ostacola la prevenzione di tale fenomeno, nello stesso tempo, attraverso i successi di prestigio mondiale, dovrebbe spingere paesi come la Cina a gestire meglio ed ostacolare il fenomeno del doping.
Inoltre, in questa tesi ho avuto modo di porre l'accento sulle filosofie di doping sistematico che hanno animato e continuano ad animare lo Sport mondiale. Il cosiddetto doping di Stato (D.D.R.-U.R.S.S.- CINA ed anche ITALIA) e quello che non proviene dal frutto di una programmazione statale, caratterizzato da iniziative autonome, tollerate e taciute deliberatamente, dagli organi preposti nelle varie nazioni (U.S.A.).
Dunque, abbiamo paesi, sia nel passato che nel presente, dove era ed è visibile la presenza statale dello Sport. Lo Sport rappresentava e rappresenta un veicolo sociale e di miglioramento della vita. Negli stati, dove la presenza dello Sport è evidente, vengono realizzati e finanziati progetti che il pù delle volte portano a determinare il doping di stato .
Nel mondo cosiddetto occidentale, come negli Stati Uniti d'America e specialmente negli Sports formalmente professionistici, ma anche in quelli che lo sono sostanzialmente ( atletica leggera- nuoto ) c'è, afferma il dott. Gianfranco Saini, Tecnico Federale della Federazione Italiana Nuoto, una maggiore responsabilità dell'atleta.
Egli ha prospettive di guadagno e di successo e cerca lui stesso o chi lo gestisce ( allenatore , entourage, medici e preparatori) che gli permettono di seguire certi trattamenti che incrementano le sue prestazioni. L'apparato dirigenziale, invece, prevale non solo in passato, ma anche nel presente dopo la caduta del muro nei Paesi dell'Est, qui gli atleti non hanno i mezzi per sostenere un programma di doping, poiché è molto costoso e allo stesso tempo è in forte contrasto con l'apparato statale.
Il Dott. Saini dice: Osservo la realtà della mia Federazione e posso con sicurezza affermare che basta analizzare i bilanci per capire che per quanto ci riguarda non c'è doping sostenuto dall'ente . E per esemplificare il concetto aggiunge: per dopare un atleta ci vogliono cifre ingenti che attraverso i bilanci possono essere facilmente rilevate ; infatti, nel nostro Centro Studi , le spese sono molto contenute, tanto che il bilancio del settore nuoto in Italia è inferiore a quello della Federazione australiana per il solo Centro Studi di Biomeccanici .
Per tutte e due le filosofie, viste in precedenza, l'atleta diventa una macchina da prestazione, che deve raggiungere le finalità desiderate dallo stato e dalla società sportiva.
Quindi il successo ad ogni costo è un imperativo, dettato da pressioni derivanti dall'esterno: dal pubblico che fagocita con assoluta facilità gli idoli sportivi per poi dimenticarli, dall'equipe che avvolge l'atleta, dai mass media che hanno, a mio avviso, soprattutto in una società come la nostra una grandissima responsabilità per l'enfasi con cui innalzano gli atleti che conseguono successi e che con la stessa enfasi li annientano.
Dunque, per me, esiste una responsabilità collettiva che non si può far ricadere solo ed esclusivamente sull'atleta, il quale, essendo una persona (e non una macchina), in quanto tale, è capace di compiere imprese memorabili e allo stesso tempo può avere dei cedimenti..
Cosa è possibile fare, ho chiesto allora sia al Dott. Saini che al Dott. Storti, che già non si sia provato? E la previsione del reato per doping potrebbe aiutare a combattere tale piaga? Circa gli interventi, non si riescono ad individuare modelli nuovi e diversi da quelli già seguiti.
Ciò che palesemente si rileva è che il primo ambiente nel quale si può e si deve intervenire sul piano etico e culturale è la famiglia, come nucleo primario in cui l'individuo cresce e che ha una forte responsabilità sul piano formativo.
Segue la scuola e quindi le società sportive, le federazioni, i comitati nazionali ed internazionali. Elemento fortemente positivo sarebbe quello di ritornare a scoprire lo Sport come attività culturale, salutare, motoria in una società moderna in cui invece si pensa a questa come possibile viatico per acquisire successi economici più che sportivi.
Chi scrive è d'accordo con una parte della dottrina, 1 sul fatto che non si può ritenere come per altri fenomeni di criminalità, che la recente disciplina (L.n.376/2000) recante la previsione di sanzioni penali, possa da sola essere la soluzione. Essa può certo rappresentare un deterrente, però sappiamo che il deterrente più efficace, per questo più faticoso e difficile è quello culturale, che chiede tempo ed energie incredibili, ma risulta essere una via obbligata dalla quale, nessuno che viva in questo ambiente, può sottrarsi dal percorrere.
Se poi siamo anche supportati da leggi, che penalizzano gravemente chi fa uso, procacci, favorisca, somministri e commerci queste sostanze e queste pratiche, esse ben vengano. L'Italia ha oggi una legge più severa di quella francese, in cui è sfuggito un aspetto fondamentale del fenomeno e cioè la possibilità di dotare la magistratura di strumenti efficaci per contrastare il traffico nazionale ed internazionale. Strumenti come le intercettazioni, consentite solo quando si procede per delitti non colposi, per i quali è prevista una pena superiore nel massimo a cinque anni ed altri specifici delitti quali ad es. traffico di droga, contrabbando, usura, pornografia minorile.
L'Italia esce da quell'area equivoca per cui si è sempre considerato il doping come un peccatuccio dello sportivo. Fino ad ora il sistema sportivo ha focalizzato l'attenzione sull'atleta, come abbiamo potuto osservare dalle decisioni dei giudici sportivi in materia, riportate da chi scrive, e quasi mai ha preso in considerazione l'allenatore, il medico, il dirigente che sono spesso i veri attivatori del doping.
La legge tocca finalmente anche queste categorie, oggi le procure hanno uno strumento meno limitato e dunque più valido che in passato. Il nostro sistema giuridico ha dimostrato una grande capacità di funzionamento che lo rende più credibile di quello francese. Italia, Francia e Svezia, che sono le nazioni che più si sono impegnate e per questo paesi guida, devono fare un ulteriore sforzo per cercare di colmare il vuoto che c'è a livello internazionale.
Il C.I.O. e le federazioni internazionali, competenti in materia di antidoping, nella realtà sono più interessate agli atleti di vertice, al super professionismo, al cosiddetto doping d'elite, tanto da ignorare i problemi della massa. Sono infatti gli atleti del dorato mondo professionistico che fanno notizia, ma sbaglierebbe grossolanamente chi pensasse che il problema del doping nello Sport, oggi riguardi solo questa fascia di sportivi. Questi, spinti dalla ricerca del risultato da ottenere ad ogni costo e da dirigenti non ineccepibili finiscono per fornire l'esempio e il modello negativo, per cui senza ricorso ai farmaci e alle suddette pratiche non si raggiungono prestazioni significative.
Ma sempre più il vero bacino di utenza del doping è costituito dal popoloso universo della pratica amatoriale. Un'inchiesta del P.M. Guariniello, alla fine degli anni 90, portò alla luce che solo in Piemonte le vendite dell'ormone GH erano sei volte superiori al quantitativo necessario per curare i veri malati.
I dati della diffusione poggiano sulle indagini della magistratura che ha avuto il merito, grazie alla L. n. 376/2000 e ai sequestri effettuati negli ultimi due anni di iniziare a smascherare il fenomeno.
E' questo il mercato che interessa la malavita organizzata come ha avuto modo di sottolineare il Procuratore Antimafia Pier Luigi Vigna: C'è un sottofondo di criminalità organizzata che agisce nel settore del doping .
A gestire i traffici delle sostanze dopanti sono dunque le stesse organizzazioni che detengono il controllo del mondo degli stupefacenti. Può sembrare incredibile che persone avanti con l'età o giovanissimi facciano ricorso a farmaci e pratiche pericolose per la salute, per inseguire il flebile sogno di una vittoria di secondo piano o di un fisico scultoreo, ma stando ai dati emersi da una recente e non ultima, in ordine di tempo, operazione svolta dagli Organi di Polizia Giudiziaria chiamata Oil for drug , sarebbe questa la realtà che coinvolgerebbe, accanto ai professionisti, anche i frequentatori di palestre e gli sportivi della domenica. E' per questo forse che dovrebbe crearsi un'istituzione intergovernativa (visto il lavoro insoddisfacente che spesso ha svolto la W.A.D.A.) ed in Italia una struttura garante al di fuori del C.O.N.I. (poiché in virtù del recente passato e della sua collaborazione con il Prof. Conconi e con allenatori e dirigenti tutt'altro che eticamente corretti) ha garantito il doping invece di smascherarlo, in gran parte dello Sport italiano ad alto livello.
Ci vuole una maggiore presenza dei governi, ci vogliono competenza e obbiettivi concreti. Il Dott. Storti non è d'accordo con l'idea che il doping sia più avanti nei confronti delle strutture che lo possono combattere.
Certo alla ricerca non vengono dati sufficienti mezzi, ma se questi fossero messi a disposizione garantirebbero probabilmente un successo preventivo più forte. La ricerca è indiscutibilmente più avanti di quelle soluzioni che poi il mercato sfrutta e propone, quindi non c'è doping prima della ricerca.
La speranza penso, non solo di chi scrive ma della maggioranza, sia quella di non essere più spettatori di esperimenti di vivisezione su vasta scala condotti su esseri umani , così sono state definite le pratiche applicate dalla nomenclatura dell'ex D.D.R., ma non dimentichiamo che anche altri paesi hanno avuto condotte altrettanto disdicevoli.
Mai più atlete promettenti, sottoposte a cure di ormoni maschili che hanno reso i loro corpi vincenti, ma deformandone però per sempre la fisicità femminile e mettendone a serio rischio la salute e la vita.
Mai più spine dorsali danneggiate per la spropositata muscolatura, intossicazioni croniche, divenendo paranoici con stati psicotici simil- schizofrenici.
Mai più atleti giovani stroncati da infarti e blocchi cardiaci, per aver sostenuto trattamenti a base di sostanze, che aumentano l'ossigenazione sanguigna, estendono le masse muscolari, come la Corticotropina e il GH.
Mai più uno scandalo della portata di quello che, alle Olimpiadi di Mosca 1980, mise sotto gli occhi del mondo le cosiddette nane programmate e cioè le piccole ginnaste alle quali si bloccava artificialmente la crescita. Tutte le Istituzioni, come ricordavamo, dalla scuola alla famiglia, dalle strutture che gestiscono lo Sport ai governi, devono sensibilizzare l'opinione pubblica, affinché questo grave problema venga affrontato alla radice.
E' dalla coscienza e conoscenza di cosa può accadere se si utilizzano farmaci o altre sostanze dopanti, che l'atleta di oggi e il campione di domani può decidere di accettare o rifiutare la strada del successo a tutti i costi, pagando un prezzo altissimo. Chi fa ricorso al doping non potrà a lungo fornire prestazioni di punta e dovrà interrompere una carriera sportiva, in virtù di una maggiore esponibilità agli infortuni e per gravi danni alla salute.
L'autore di questa tesi è un atleta e presidente di una società sportiva dilettantistica, ha la possibilità e il piacere di praticare lo Sport a livello dilettantistico, a tal proposito sa che le vittorie sportive sono frutto di impegno, dedizione, duro lavoro: questa tesi sul doping, spero serva da monito a tutti coloro che vogliono avvicinarsi allo Sport .
Danilo Dipani
1Giovanni Lageard, Sport e Diritto Penale: il Legislatore introduce il reato di doping , in Dir. pen. proc ., N. 4/2001 pag. 435.