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Mantenimento di figli maggiori

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Pubblicato da : Redazione

Data: 18/01/2005

Nella sentenza de quo (Cass. 951/2005) si affronta uno degli argomenti più spinosi dell’ultimo decennio, relativamente al problema dell’obbligo di mantenimento verso i figli.

Più specificatamente, dalla lettura del codice, non emerge del tutto chiaramente fino a che momento i genitori siano tenuti a mantenere i figli (ovvero a prestare loro gli alimenti), perché il legislatore sembra lasciare il problema ermeneutico all’interprete; d’altronde, è pur vero che sembra impossibile poter stabilire aprioristicamente un dies ad quem relativo a tale obbligo, in quanto la singolarità e fantasia della casistica, in questa materia, è eccessivamente restia a definitivi sforzi di catalogazione.

Di massima, è possibile dire che l’obbligo di mantenimento è più ampio rispetto a quello alimentare (seppure finalizzato al sostentamento latu sensu), perché si riferisce ad ogni esigenza del figlio strumentale per lo sviluppo della propria personalità, ex art. 2 Cost., in rapporto all’ambiente sociale in cui la famiglia vive e alle effettive possibilità (o potenzialità) economiche e di lavoro dei genitori, ex art. 147 c.c.; ma quando cessa questo obbligo (attestato che non possa ritenersi sine die anche al fine di non pregiudicare esigenze di realizzazione autonoma del figlio rispetto alle proprie inclinazioni)?

Secondo la giurisprudenza prevalente (Cass. 9109/1999) l’obbligo dei genitori di concorrere tra loro al mantenimento dei figli secondo il disposto dell’art. 148 c.c. non cessa con il raggiungimento della maggiore età, perché, evidentemente, la ratio di tale disposizione è quella di porsi come strumento per il raggiungimento dell’autosufficienza economica (ovvero, secondo altra tesi, della propria individualità), con la conseguenza che non può avere un termine prefissato, al fine di non frustrare la singolarità di ciascun soggetto.

In altri termini, si precisa, se si parte dall’idea che la norma, ex art. 148 c.c., non è legata ad impostazioni oggettive ed assolute, quanto piuttosto relative a singoli casi (come sembra desumibile dagli stessi concetti di istruzione, educazione, inclinazione ed aspirazione), allora, ne deriva come corollario logico-giuridico che il dies ad quem sarà dato dal raggiungimento di un auto-mantenimento e, più in generale, da una sufficiente capacità di autogestione nella società; id est vi è un obbligo di mantenimento finchè il figlio non riesce a mantenersi da solo, in considerazione del fatto che l’obiettivo finale, da realizzare attraverso l’educazione ed il mantenimento, è quello dell’autosufficienza nella società, in rapporto alla propria personalità.

In questa prospettiva, pertanto, il discrimen tra colpevole “inadempimento” degli obblighi di mantenimento imposti ai genitori, e legittima cessazione del mantenimento verso i figli, è determinato proprio dal concetto di colpa del minore: se il minore ha colpevolmente ritardato il suo inserimento in società, ovvero il raggiungimento della fatidica autosufficienza economica, allora, non potrà vantare più un diritto al mantenimento da far valere verso i genitori; il figlio che colpevolmente rifiuta occasioni lavorative non può vantare un diritto al mantenimento.

D’altronde, è pur vero che parte della giurisprudenza (Cass. 4765/2002) sembra aver individuato una sorta di principio di “continuità dell’ ambiente sociale”, laddove ha avuto modo di precisare che non sono ravvisabili profili di colpa nella condotta del figlio che rifiuti una sistemazione lavorativa non adeguata rispetto a quella cui la sua specifica preparazione, le sue attitudini ed i suoi effettivi interessi siano rivolti (almeno nei casi in cui vi è comunque la possibilità di realizzare le proprie aspirazioni entro limiti ragionevoli di tempo), sempre che tale atteggiamento sia compatibile con le condizioni economiche della famiglia (se la famiglia non riesce più a mantenere economicamente il figlio, quest’ultimo deve accettare qualsiasi tipo di lavoro); così che il concetto di colpa del figlio (relativamente alle ipotesi di rifiuto di prestazioni lavorative), contemperato dal principio di “continuità dell’ ambiente sociale”, è idoneo a determinare, in un certo senso, il dies ad quem dell’obbligo di mantenimento dei genitori verso i figli.

Questa impostazione di fondo sembra essere condivisa dalla sentenza de quo.





Cassazione
Sezione prima civile
Sentenza 18 gennaio 2005, n. 951



(Presidente Saggio – Relatore Adamo - Pm Golia – ricorrente P. ed altri)

Svolgimento del processo

Giuseppe C. chiedeva al Tribunale di Perugina di dichiarare cessato l’obbligo di mantenere la figlia maggiorenne ma non ancora autosufficiente economicamente.

A sostegno della propria richiesta il C. assumeva che la figlia nonostante avesse raggiunto da tempo la maggiore età non aveva terminato gli studi ed aveva rifiutato un posto di lavoro in banca in Milano, che il padre si era offerto di procurarle.

Si costituivano in giudizio Raffaella C. e la madre Valeria P. assumendo che la richiesta del C. era stata proposta in quanto questi non conosceva i fatti con i quali la ragazza si era dovuta confrontare, costituiti dall’età avanzata della nonna ultraottantenne e dalla malattia della madre, sicché essendosi dovuta dedicare all’assistenza delle due donne non aveva trovato il tempo e la concentrazione mentale necessari per continuare gli studi.

Circa il rifiuto di trasferirsi a Milano Raffaella C. precisava che il rifiuto era stato causato dai pessimi rapporti intrattenuti con il padre che, fra l’altro, si era formato una nuova famiglia.

Il Tribunale di Perugia con decreto in data 17.7.01 respingeva la domanda attrice.

Proponeva reclamo alla Corte di appello Giuseppe C. e il giudice di secondo grado accoglieva il reclamo e, per l’effetto, dichiarava cessato l’obbligo del padre di corrispondere alla figla l’assegno di mantenimento.

Per la Cassazione del decreto della Corte d’Appello propongono ricorso, fondato su due motivi, Valeria P. e Raffaella C..

Resiste con controricorso Giuseppe C..

Motivi della decisione

Con il primo motivo di cassazione le ricorrenti denunziano l’impugnato decreto per violazione e falsa applicazione degli articoli 147,148, 155, 433 Cc nonché degli articoli 4,5,6,9 legge 898/70.

Con il secondo motivo Raffaella C. e Valeria P. lamentano motivazione insufficiente, illogica e contraddittoria, nonché violazione e falsa applicazione degli articoli 115,116, 356 Cpc.

Assumono le ricorrenti che la Corte d’Appello non ha tenuto conto che l’obbligo di mantenimento dei figli non cessa con il raggiungimento della maggiore età ma si protrae fino a quando questi non siano divenuti autosufficienti o sia accertato che l’autosufficienza economica non sia raggiungibile per inerzia colpevole dei figli stessi.

La Corte territoriale ribaltando la decisione adottata dal Tribunale ha ritenuto che il mancato raggiungimento dell’indipendenza economica di Raffaella C. sia dipeso esclusivamente dal comportamento colpevole della ragazza, senza tenere nella debita considerazione il fatto che la stessa si era dovuta occupare di assistere la madre malata e la nonna ultraottantenne, sicché ora si vede danneggiata dall’avere privilegiato i sentimenti rispetto all’utile personale.

In ordine al rifiuto di accettare l’opportunità di lavoro offertale dal C. osservano le ricorrenti che l’offerta formulata dal padre era meramente ipotetica, che la ragazza aveva pessimi rapporti con il padre, che si era anche formato una nuova famiglia, sicché particolarmente gravoso sarebbe stato per Raffaella lasciare la sua casa in Perugia.

I due motivi di ricorso vanno congiuntamente esaminati e respinti.

Invero risponde a verità che l’obbligo di mantenimento dei figli non cessa con il raggiungimento della maggiore età ma nella specie tale principio è stato rispettato dalla Corte territoriale che ha ritenuto che il mancato raggiungimento dell’autosufficienza economica andava attribuito a colpa della ragazza che fin da data anteriore all’insorgere della malattia della madre avrebbe potuto conseguire il diploma di laurea o comunque sostenere un maggior numero di esami ed inoltre che la signora P. per sei anni dopo l’intervento ha condotto una vita regolare sicchè ininfluente doveva ritenersi la malattia della madre nel mancato completamento degli studi da parte della ragazza.

In ordine poi alla non accettazione del posto di lavoro offertole dal padre va osservato che la Corte d’Appello ha precisato che nella specie si trattava di una banca di rilevanza nazionale sicchè la signorina C., dopo un iniziale periodo di lavoro in Milano, avrebbe potuto cercare di rientrare in Perugina, ove esistono sedi della banca stessa.

Infine in ordine alla pretesa violazione dell’articolo 433 Cc indicata nell’epigrafe del primo motivo di ricorso si osserva che sia nel corpo del ricorso che nell’imputato decreto non vi è menzione dell’obbligo di pagamento degli alimenti per cui si deve ritenere che l’indicazione dell’articolo in questione sia stata inserita “ad abundantiam”

Pertanto essendo l’impugnato decreto compiutamente motivato ed immune da vizi di diritto il ricorso va interamente respinto.

Ricorrono giusti motivi per compensare fra le parti le spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

Respinge il ricorso, spese compensate.

Così deciso in Roma il 13 dicembre 2004.

DEPOSITATA IN CANCELLERIA IL 18 gennaio 2005.

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