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Assegno di divorzio: tenore di vita basso può non incidere sull' ammontare

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Pubblicato da : Redazione

Data: 16/06/2005
Si ringrazia:
Dott. Vittorio Mirra



Cassazione

Sezione prima civile

SENTENZA 16 maggio 2005, n. 10210



(Presidente Luccioli – estensore Di Palma)



Svolgimento del processo

1.1 Con ricorso dal 10 febbraio 1995, Giuseppe B. chiese al Tribunale di Torino di dichiarato la cessazione degli effetti civili del matrimonio, che egli aveva contratto con Nicolina R. il 17 aprile 1955 e dal quale erano nati due figli, ormai maggiorenni, precisando che la separazione personale dalla moglie - che si era protratta dal 18 febbraio 1986 - era stata pronunciata dal Tribunale di Torino con sentenza, passata in giudicato, del 29 maggio 1990, con la quale la separazione stessa era stata addebitata ad entrambi i coniugi ed era stata respinta la domanda della moglie, tendente ad ottenere l’assegno di mantenimento.

Costituitasi, la R., non opponendosi alla domanda di divorzio, chiese l’attribuzione di un assegno quantificato in lire 1.000.000 mensili.

Il Tribunale adito, con sentenza non definitiva del 20 novembre 1997, dichiarò la cessazione degli effetti civili del predetto matrimonio e, con successiva sentenza 5770/01, respinse la domanda di attribuzione dell’assegno divorzile.

1.2 A seguito di appello della R. - cui resistette il B. - la Corte d’Appello di Torino. con sentenza 881/02, in riforma della sentenza 5770/01, dichiarò tenuto e condannò il B. a versare alla ex moglie l’assegno di divorzio ammontante ad euro 500,00 mensili, automaticamante ed annualmente rivalutabile secondo gli indici Istat del costo della vita.

In particolare, e per quanto in questa sede rileva, la Corte torinese ha così, testualmente, motivato la decisione: a)”…ai fini della configurazione dell’an debeatur (dell’assegno divorziale)… è possibile affermare che rileva il criterio assistenziale, inteso nel senso della mancanza di redditi adeguati in capo all’ex coniuge richiedente… L’adeguatezza deve essere valutata in relazione al tenore di vita goduto dall’ex coniuge richiedente in costanza di matrimonio ed alle ragionevoli aspettative in lui maturate durante il matrimonio. Sussiste perciò in capo all’ex coniuge il diritto di ottenere il riconoscimento di un assegno di divorzio quando il suo attuale tenore di vita sia inferiore ed inadeguato rispetto al tenore di vita goduto durante la convivenza matrimoniale e rispetto alle aspettative maturate durante il matrimonio. Si può aggiungere che nell’effettuare tale raffronto rileva l’apprezzabile squilibrio fra le posizioni economiche delle parti”. B)- “Orbene, è emerso che nel corso dei 35 anni di convivenza i coniugi hanno duramento lavorato nel negozio di colori; la moglie ha inoltre allevato due figli. Con i proventi dell’attività svolta e con una impostazione di vita caratterizzata dal risparmio i coniugi sono riusciti nel corso della lunga convivenza a costituire un patrimonio immobiliare, rientrante nella comunione legale perché acquistato dopo l’anno 1975”.B1)- “E’ emerso che oggi tale patrimonio comune immobiliare ammonta a quasi un miliardo e ottocento milioni di lire e che la metà dei canoni di locazione, spettanti alla moglie, ha fornito a costei un reddito che nell’anno 1998 è stato caratterizzato dall’imponibile di circa 38.500.000 lire… E’ vero che la R. ha ammesso innanzi all’istruttore che nel 1997 ella aveva percepito canoni per 43 milioni di lire, ma tale ammissione non prova il vero reddito perchè dal predetto importo si devono detrarre le spese.

Quindi il reddito della R. ammonta a circa netti tre milioni di lire al mese. E’ vero che la predotta nel 1985 ha ricevuto dal marito 75 milioni di lire, corrispendenti alla metà del denaro depositato su un conto corrente contestato; la R. ha però dichiarato di aver ormai consumato la prodotta somma, destinata al pagamento dì lavori di ristrutturazione dell’alloggio in cui vive ed a sostenere le spese straordinarie. Ciò è verosimile, tenuto conto del tempo passato”. B2)- “Il marito, oltre all’eguale reddito tratto dal patrimonio comune, percepisce la pensione e la somma di lire 2.000.000 al mese per canoni riferiti a diversi immobili sui quali non esiste alcun diritto della moglie (circostanza ammessa dal B. nel corso dell’interrogatorio formale). Prima dell’anno 1975, quando non vigeva il regime della comunione dei beni acquistati durante il matrimonio, il B., che nell’ambito della famiglia gestiva le questioni economiche, ha fatto altri acquisti che risultano aver fatto parte dalla sua proprietà esclusiva. Al riguardo il predetto ha venduto dopo la separazione tre ville di cui era proprietario esclusivo (circostanza provata documentalmente). Inoltre il predetto risultava avere pochi mesi prima della cessazione della convivenza coniugale un capitale di 310 milioni di lire (valuta 1985!) su un conto corrente di corrispondenza intrattenuto da lui solo presso la Banca Commerciale Italiana. La circostanza non è contestata ed è stata documentalmente provata dalla N.… Quindi si può affermare - pur senza parlare della buonuscita di 130 milioni, ammessa dal B. al teste Faccioli, ma smentita dalla documentazione prodotta - che il B. oltre al patrimonio immobiliare cointestato alla moglie, al momento della separazione era titolare, a sua volta ad in via esclusiva, di un parallelo patrimonio la cui consistenza era cospicua”.B3)- “Indipendentemente da quanto risulta dalla dichiarazione dei redditi si può affermare che la posizione economica del B. sia decisamente migliore rispetto a quella della moglie, la quale alla fine vive con la somma di tre milioni di lire al mese e che, di fronte a esigenze impreviste, può è vero alienare parte dei suoi immobili ma che in tal modo riduca il suo reddito che mensilmente le permette di vivere. La R. può in tal modo vivere decorosamente ma la sua posizione, raffrontata con quella del marito, è decisamente inferiore, atteso lo squilibrio patrimoniale tra i coniugi esistente già al momento della fine della convivenza”. C)- “Orbene a giudizio di questa Corte il riferimento al tenore di vita avuto dai coniugi nel corso della convivenza matrimoniale non deve fare riferimento a quanto in concreto era avvenuto (come invece ha sostenuto il Tribunale) ma deve consistere in un concetto astratto di tenore di vita, vale a dire che si deve considerare rilevante ai fini della decisione la fascia socio economica consona alle potenzialità economiche della coppia. Il fatto che i coniugi B. in concreto avessero tenuto un tenore di vita basso, all’insegna del risparmio, diviene oggi irrilevante ne si può affermare che i predetti, in relazione alle loro cospicue sostanze (e si parla di patrimonio cointestato e di patrimonio intestato al solo marito), avrebbero potuto avere un tenore di vita alto per cui il raffronto che il giudice del divorzio deve operare fra l’attuale tenore di vita e quello pregresso del coniuge richiedente deve fare riferimento per il passato ad un concetto astratto di tenore di vita. In caso contrario, nel raffrontare i due tenori di vita (quello attuale e quello concretamente avuto durante il matrimonio), si giungerebbe a commettere gravi ingiustizie in danno del coniuge più debole nel caso di tenore di vita modesto, imposto dal marito durante la convivenza matrimoniale nonostante la presenza di un cospicuo patrimonio, inoltre si giungerebbe a compromettere la ratio della legge che, pur volendo escludere che il matrimonio costituisca una mera rendita di posizione, finirebbe però in tal modo per sacrificare i diritti che nascono dal matrimonio. E’ veramente riduttivo sostenere che oggi la moglie godrebbe dei frutti e delle conseguenza dei sacrifici da lei stessa fatti durante i trentacinque anni di convivenza perché se da un lato ciò è vero, dall’altro si deva però tener presente quanto il marito ha accantonato in piú nello stesso periodo di convivenza coniugale. Appare quindi corretto oggi raffrontare il reddito della moglie con quello astratto che ella avrebbe potuto avere durante la convivenza matrimoniale, tenuto presente il patrimonio comune e quello esclusivo del marito e considerata la fascia socio economica consona alle potenzialità economiche della coppia. D’altro lato la Suprema Corte, in situazione diversa in cui tale patrimonio ancora non esisteva, ha affermato che il tenore di vita da utilizzare come termine di raffronto non è soltanto quello concretamente goduto in costanza di matrimonio ma anche quello che poteva legittimamente e ragionevolmente fondarsi su aspettative maturate nel corso del matrimonio, pur se realizzatosi solo al momento del divorzio …ovvero su miglioramenti che costituiscono sviluppi naturali e prevedibili dell’attività svolta dal coniuge durante il matrimonio…A maggior ragione è doveroso nel caso in esame fare riferimento ad un concetto astratto di pregresso tenore di vita, considerato che tale patrimonio (comune o in proprietà esclusiva) già esisteva al momento della separazione, anche se non era del tutto noto alla moglie”.D) – “Raffrontando quindi il pregresso tenore di vita astratto, commisurato all’entità considerevole del patrimonio (compreso quello di proprietà esclusiva del marito) e l’odierno tenore di vita che la moglie può condurre, con la titolarità del patrimonio già comune (la divisione è avvenuta in corso di causa) e con i relativi canoni di locazione, si può concludere osservando che vi è uno squilibrio, considerata la rilevanza in termini economici del patrimonio di proprietà esclusiva del marito che, unitamente a quello comune, avrebbe potuto permettere alla famiglia dì aver un ottimo tenore di vita. Su tali premesse si ritiene che vi sia spazio per un assegno di divorzio, attesa la attuale inadeguatezza del tenore di vita della moglie rispetto all’ottimo tenore di vita che avrebbe potuto avere durante il matrimonio. Considerata la durata della convivenza matrimoniale appare giusto fissare l’importo dell’assegno de quo in 500 euro mensili…”.

1.3 Avverso tale sentenza Giuseppe B. ha proposto ricorso per cassazione, deducendo tre motivi di censura.
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