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Compensazione delle spese è nei poteri discrezionali del giudice

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Pubblicato da : Redazione

Data: 21/07/2005
La compensazione delle spese è nei poteri discrezionali del giudice.
Non può essere sindacata in sede di legittimità

Pronuncia contestabile solo se giustificata da motivi palesemente e macroscopicamente illogici o erronei


Il contribuente presentava ricorso avverso un avviso di accertamento notificatogli dall'ufficio del Registro.
La Commissione tributaria provinciale accoglieva il ricorso del ricorrente e dichiarava compensate le spese di giudizio.
Il ricorrente appellava la sentenza della Commissione tributaria provinciale unicamente in ordine alla compensazione delle spese processuali disposta dal giudice di prime cure.
La Commissione tributaria regionale respingeva il gravame proposto dal ricorrente, in ordine alla compensazione delle spese processuali disposte dalla Commissione tributaria provinciale.
Il contribuente proponeva ricorso per cassazione lamentando "insufficiente e contraddittoria motivazione sul punto decisivo della controversia", nonché "violazione e falsa applicazione dell'art. 15 del D.Lgs n. 546/1992".

I giudici di legittimità tornano a pronunciarsi riguardo alle disposizioni contenute nell'articolo 15, comma 1, del Dlgs n. 546 del 1992, ribadendo il principio più volte affermato dalla stessa Corte, secondo cui la compensazione delle spese giudiziali rientra nell'esercizio del potere discrezionale del giudice di merito che, se congruamente motivato, non è sindacabile in sede di legittimità (cfr. Cass. n. 18857 del 20/09/2004; n. 16162 del 18/08/2004; n. 2090 del 04/02/2004; n. 5386 del 05/04/2003; n. 16057 del 15/11/2002; n. 11597 del 02/08/2002; n. 14095 del 01/10/2002; n. 1898 del 11/02/2002).

Preliminarmente, va evidenziato che l'articolo 15 del Dlgs 546/1992, dispone che "la parte soccombente è condannata a rimborsare le spese del giudizio, che sono liquidate con la sentenza. La commissione tributaria può dichiarare compensate in tutto o in parte le spese, a norma dell'art. 92, secondo comma, del codice di procedura civile".
In particolare, il secondo periodo del primo comma del citato articolo, richiamando l'articolo 92, comma 2, c.p.c., prevede che la Commissione tributaria possa dichiarare in tutto o in parte la compensazione delle spese, ove ricorrano giusti motivi.

Ne consegue, che i giudici della Commissione tributaria possono compensare le spese tra le parti, parzialmente o per intero, quando vi è soccombenza reciproca, cioè quando sono accolte o rigettate sia le domande di una parte che quelle dell'altra, o quando concorrono altri giusti motivi, i quali possono in genere riguardare tanto il merito della controversia, quanto aspetti processuali o di condotta processuale (cfr. Cass. 22 aprile 1987, n. 3911).

Nel concetto "di giusti motivi" possono rientrare, ad esempio, le fattispecie riguardanti la buona fede del soccombente, il comportamento processuale delle parti, l'obiettiva controvertibilità delle questioni di diritto trattate; la peculiarità o novità delle questioni trattate (Cass. 11.05.1978, n. 2299), l'assenza di una consolidata interpretazione giurisprudenziale di una norma, la non univocità della giurisprudenza soprattutto di merito (Cass. 9.7.1993, n. 7535; Cass. 29.5.1979, n. 3132), la dichiarazione di incostituzionalità di una norma in pendenza del processo (Cass. 13.05.1971, n. 1370).

Ciò premesso, si rileva che con la sentenza de qua, la Corte di cassazione ha respinto il ricorso del contribuente, avente a oggetto unicamente il capo relativo alla compensazione delle spese processuali di primo grado.
Nella specie, la Corte ha riconosciuto che "i giusti motivi" addotti dal primo giudice a motivazione della compensazione delle spese processuali e ravvisati in considerazione "della novità e peculiarità delle questioni trattate", erano stati positivamente accertati e valutati dal giudice di appello.

Per i giudici di legittimità la compensazione, totale o parziale, delle spese di giudizio costituisce una facoltà discrezionale del giudice di merito, sia nell'ipotesi di soccombenza reciproca, sia nel concorso di giusti motivi.
Pertanto, è rimesso all'apprezzamento del giudice di merito, non sindacabile in sede di legittimità, decidere quale delle parti debba essere condannata e se e in quale misura debba darsi luogo alla compensazione.

La Corte ha difatti rilevato che la pronuncia del giudice tributario in merito alla compensazione delle spese soggiace al sindacato di legittimità solo quando il giudice, a giustificazione della disposta compensazione, "enunci motivi palesemente e macroscopicamente illogici od erronei, tali da inficiare, per la loro inconsistenza ed erroneità, lo stesso procedimento formativo della volontà decisionale".
La stessa Corte ha poi affermato che la valutazione della ricorrenza del concorso di giusti motivi o dell'ipotesi di soccombenza reciproca è sottratta all'obbligo di una specifica motivazione.

Difatti, con la sentenza in commento, è stato ritenuto che, in ordine alla sussistenza di giustificati motivi, non opera il principio sancito dall'articolo 111, comma 6, della Costituzione, secondo cui "tutti i provvedimenti giurisdizionali debbono essere motivati".
Ciò in quanto, "l'esistenza di ragioni che giustificano la compensazione va posta in relazione e deve essere integrata con la motivazione della sentenza e con tutte le vicende processuali stante l'inscindibile connessione tra lo svolgimento della causa e la pronuncia sulle spese".

In buona sostanza, a parere della Corte, "i giusti motivi", richiamati a sostegno della compensazione delle spese di giudizio, devono implicitamente desumersi dal contesto della motivazione adottata a fondamento dell'intera pronuncia, nonché dall'esito del giudizio.
Pertanto, alla luce delle argomentazioni sopra esposte dalla suprema Corte, ne discende che quando i "giusti motivi", addotti dal giudice a motivazione della compensazione delle spese processuali, siano stati positivamente accertati e valutati e, quindi, non siano né "palesemente né macroscopicamente illogici od erronei", il procedimento formativo della volontà decisionale è incensurabile in sede di legittimità.



Fonte: Francesca La Face - Fiscooggi.it
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