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Alcune brevi riflessioni sul tema dell’uso legittimo delle armi, di cui all’art. 53 codice penale

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Pubblicato da : Avv. Alessandro Amaolo

Data: 03/02/2012

In via preliminare, osservo che le cause di giustificazione o scriminanti (e fra queste vi è anche quella dell’uso legittimo delle armi) sono delle situazioni in presenza delle quali un fatto, che altrimenti costituirebbe reato, “non è punibile” in quanto la legge lo impone o lo consente. Pertanto, esse non eliminano solamente un elemento del reato, ma rendono il fatto lecito sin dall’origine, nel senso che il fatto, ancorché conforme al tipo descrittivo, nasce ab initio come lecito.

L’espressione “cause di giustificazione” è la traduzione della correlativa parola composta tedesca “Rechtfertigungsgrunde” con cui si contraddistinguono le cause di non punibilità che escludono l’antigiuridicità (“Unrechtsausschliessungsgrunde”), cioè il rapporto di contraddizione del fatto rilevante penalmente, civilmente, amministrativamente, con l’intero ordinamento. In particolare, l’antigiuridicità penale è una relazione tra un fatto e una norma penale; e, precisamente, il rapporto di contraddizione tra il fatto e la norma.

Le scriminanti o cause di liceità comuni trovano la propria disciplina normativa all’interno del codice penale e, più precisamente, con gli articoli 50, 51, 52, 53 e 54 c.p. Invece, le scriminanti speciali trovano il proprio fondamento in leggi speciali.

L’uso legittimo delle armi è stato introdotto all’interno del nostro ordinamento nel lontano 1930, dal momento che il codice penale Zanardelli del 1889 non prevedeva tale figura autonoma e giustificava l’operato delle Forze dell’Ordine solo quando ricorrevano i presupposti della legittima difesa, dello stato di necessità o dell’adempimento del dovere.

Sul tema oggetto della presente trattazione la Suprema Corte afferma che: “Le cause di liceità, configurandosi come elementi negativi di un reato perfetto in tutte le sue componenti, possono trovare applicazione solo quando le situazioni di fatto cui si riferiscono risultino pienamente provate, onde il dubbio sulla loro esistenza non solo le rende inoperanti, ma non incide minimamente sugli elementi costitutivi del reato” (Cassazione penale, sezione V, sentenza 18 novembre 1986, n. 12881).

In questo particolare contesto normativo si inserisce la causa di giustificazione dell’uso legittimo delle armi prevista con l’articolo 53 c.p. che, così, stabilisce: “Ferme le disposizioni contenute nei due articoli precedenti, non è punibile il pubblico ufficiale che, al fine di adempiere un dovere del proprio ufficio, fa uso ovvero ordina di far uso delle armi o di un altro mezzo di coazione fisica, quando vi è costretto dalla necessità di respingere una violenza o di vincere una resistenza all’Autorità e comunque di impedire la consumazione dei delitti di strage, di naufragio, sommersione, disastro aviatorio, disastro ferroviario, omicidio volontario, rapina a mano armata e sequestro di persona.

La stessa disposizione si applica a qualsiasi persona che, legalmente richiesta dal pubblico ufficiale, gli presti assistenza.

La legge determina gli altri casi, nei quali è autorizzato l’uso delle armi o di un altro mezzo di coazione fisica”.

Il concetto di “arma”, richiamato dall’art. 53 c.p. va necessariamente desunto dal codice penale e dalle leggi penali speciali, tra cui in particolare il T.U.L.P.S.

L’ambito di applicazione personale della predetta scriminante è circoscritto a distinte categorie soggettive, tanto che si parla abitualmente di causa di giustificazione propria o, in senso negativo, di scusa privilegiata. La norma, in realtà, si applica unicamente ai pubblici ufficiali (ed ai soggetti i quali, legalmente richiesti, gli prestino assistenza). Inoltre, osservo che la scriminante dell’uso legittimo delle armi ha natura sussidiaria e si applica solo quando non può trovare applicazione la legittima difesa e l’adempimento di un dovere.

In sintesi, si può legittimamente affermare che la sopraccitata scriminante può operare soltanto in presenza di uno stato di necessità. Più in dettaglio, la scriminante dell’uso legittimo delle armi deve essere considerata per gli agenti e gli ufficiali delle forze di polizia proprio come un’extrema ratio.

Di conseguenza, i presupposti ed i requisiti per ritenere integrata tale fattispecie sono proprio i seguenti:

la necessità di respingere una violenza;

la necessità di vincere una resistenza attiva[1] e costruttiva[2];

la necessità di adempiere un dovere del proprio ufficio[3].

A seguito delle modifiche apportate dall’art. 14, Legge 22 maggio 1975, n. 152, la norma in commento contempla anche un’altra situazione legittimante il ricorso alle armi, consistente nella necessità di impedire la consumazione dei delitti di strage, di naufragio, sommersione, disastro aviatorio, disastro ferroviario, omicidio volontario, rapina a mano armata e sequestro di persona.

Fatte queste considerazioni, si deve affermare che spesso diventa difficile e problematico stabilire se l’esplosione di colpi di arma da fuoco in aria sia legittima oppure no da parte dell’agente di polizia. Infatti, a mio parere, non a torto la sopraccitata fattispecie giuridica può essere ritenuta come una sorta di zona grigia per gli avvocati, i magistrati e gli operatori delle Forze di Polizia.

Proprio in merito al sopraccitato caso giuridico è intervenuta con una sentenza la Suprema Corte che ha precisato e specificato i limiti e l’ambito di operatività del sopraccitato concetto, frequente, di colpi sparati in aria da parte della polizia a scopo intimidatorio in particolari occorrenze. In sostanza, la Corte di Cassazione ha affermato che: “E’ legittimo l’uso delle armi, ex art. 53 c.p., da parte di un agente di polizia che, per sedare una colluttazione e respingere la violenza attuata nei suoi confronti da alcuni corrissanti, esplode dei colpi di pistola in aria a scopo intimidatorio, trovando il suo comportamento ragione nella necessità di tutelare l’autorità e l’incolumità di persone che esercitano una pubblica funzione”. Cassazione penale, sezione VI, sentenza 20 febbraio 2004, n. 7337

Proprio sulla base di tutte le sopraccitate premesse, lo scrivente osserva come la disposizione di cui all’articolo 53 codice penale trova il suo specifico fondamento giuridico, e quindi la sua giustificazione normativa, nella necessità di consentire alle forze di polizia (Polizia Locale, Arma dei Carabinieri, Guardia di Finanza e Polizia di Stato etc..) l’uso delle armi per poter adempiere ad un dovere istituzionale del proprio ufficio. Più in particolare, tale uso, utilizzo dell’arma si può realizzare soltanto nelle ipotesi in cui l’agente di polizia si trovi di fronte alla necessità di respingere una violenza o superare una resistenza da intendersi come costruttiva ed attiva, tanto da integrare i reati previsti dagli articoli 336 e seguenti del codice penale.

Ovviamente, osservo che è del tutto legittimo l’uso delle armi da parte degli agenti delle Forze dell’Ordine per superare e vincere la resistenza armata opposta da chi, nell’atto di essere tratto in arresto, abbia esploso un colpo di pistola contro gli stessi e si sia dato alla fuga ancora in possesso dell’arma.

Invece, a mio modesto avviso, l’agente di polizia non è legittimato ad utilizzare l’arma, esplodendo uno o più colpi di pistola, se un soggetto, il quale all’intimazione di “alt” da parte di pubblico ufficiale, si dia alla fuga, poiché tale condotta può definirsi passiva nei confronti del pubblico ufficiale (in tal senso si veda Cassazione penale, sezione IV, sentenza 27 aprile 1989, n. 6327). Ed inoltre, ancora su quest’ultimo punto, osservo che, secondo il mio modesto parere, l’uso delle armi nei confronti di persone disarmate, datesi alla fuga per sottrarsi all’intimazione o all’arresto, non è legittimo, trattandosi di comportamento di resistenza passiva. Infatti, nella predetta circostanza la legittimità dell’uso delle armi richiede che la fuga ad una intimazione o all’arresto sia posta in essere dall’agente proprio attraverso una vera e propria resistenza attiva nei confronti delle Forze dell’Ordine. Sia la violenza che la resistenza attiva realizzate dal soggetto attivo del reato devono essere attuali, posto che altrimenti non vi sarebbe la necessità di ricorrere all’uso delle armi.

La reazione del pubblico ufficiale, per essere legittima, deve risultare anche necessaria a vincere la violenza o la resistenza, ovvero ad impedire la consumazione di certi reati, nell’ottica dell’adempimento del dovere istituzionale cui questi è chiamato. Inoltre, la reazione del pubblico ufficiale si deve, altresì, contraddistinguere anche dalla proporzionalità fra i mezzi di coazione impiegati ed il tipo di resistenza da vincere, tenuto conto della rilevanza dei beni in conflitto. In definitiva, lo scrivente ritiene che la proporzione sussiste allorquando l’uso delle armi non lede un interesse – bene giuridico di rango superiore rispetto a quello cui è preordinato il dovere che il pubblico ufficiale è chiamato ad adempiere. Ad esempio è legittimo l’uso delle armi al fine di impedire il posizionamento di un potente esplosivo all’interno di un ufficio pubblico, di un centro commerciale, di una fabbrica dove lavorano molte persone, ma non per impedire che si dia alla fuga un soggetto che ha commesso un’infrazione alle norme del codice della strada.

Per una migliore completezza espositiva dell’argomento, riporto una sentenza della Corte di appello di Brescia, sezione II, 2 luglio 2010, n. 1028 che, con una eccellente chiarezza espositiva, ha stabilito degli ulteriori contorni e limiti all’uso legittimo delle armi per le Forze dell’ordine. Pertanto, il principio giurisprudenziale enucleato dalla predetta Corte di appello è proprio il seguente: “Ai fini dell’operatività della scriminante dell’art. 53 codice penale, è legittimo l’uso dell’arma, da parte delle Forze dell’ordine, quando sia finalizzato all’arresto di un malvivente che si sia dato alla fuga con modalità tali da mettere in pericolo l’incolumità e la sicurezza di terzi”. Infine, in ultima analisi, lo scrivente osserva che è consentito l’uso dell’arma mediante lo sparo in alto per intimorire; ma se l’arma viene adoperata con manifesta imprudenza tale da provocare la morte o la lesione di una persona, l’agente risponde di omicidio o di lesioni a titolo di colpa. Inoltre, nuovamente, ritengo che l’uso dell’arma da parte del pubblico ufficiale è legittimo quando la resistenza, che ci si trova nella necessità di vincere, sia una resistenza attiva e costruttiva. In estrema sintesi, osservo che l’uso legittimo delle armi, per essere causa esimente di responsabilità, deve essere attuato nell’assoluto rispetto delle condizioni poste per la sua esperibilità.

In conclusione, ritengo che il fondamento della scriminante in questione deve ravvisarsi proprio nella necessità di dare attuazione alla volontà statale nei confronti dell’interesse generale alla salvaguardia dei beni giuridici penalmente protetti. Pertanto, il ricorso alle armi da parte del pubblico ufficiale deve rappresentare proprio l’extrema ratio e deve, altresì, essere oggettivamente strumentale all’adempimento dei suoi doveri istituzionali.



[1] L’uso dell’arma da parte del pubblico ufficiale è legittimo quando la resistenza, che ci si trova nella necessità di vincere, sia una resistenza attiva. Se pertanto il perseguito si butta a terra, gli agenti non sono autorizzati a sparargli addosso. Inoltre, a mio modesto avviso, la fuga non può essere considerata come una resistenza attiva.

[2] L’uso delle armi contro chi si sottrae con la fuga ad una intimazione o all’arresto non è legittimo (salve le eccezioni previste dalle specifiche disposizioni di legge, come in materia di contrabbando, passaggio abusivo delle frontiere, custodia di detenuti) perché esso richiede che sia posta in essere una resistenza attiva. Cassazione penale, sezione IV, sentenza 13 marzo 1986 - 15 settembre 1986, n. 9285

[3] In tema di esimente di cui all’articolo 53 c.p., con riferimento all’azione di risarcimento danni per le lesioni personali causate dall’uso delle armi da parte del pubblico ufficiale, poichè il fondamento e la giustificazione di tale disposizione sono da individuarsi nella necessità di consentire al medesimo di utilizzarle al fine di adempiere un dovere del proprio ufficio, è da ritenersi legittimo l’uso delle armi solo in presenza della necessità di respingere una violenza o superare una resistenza attiva, le quali richiedono l’impiego della forza fisica o morale e non sono, perciò, configurabili nel caso di fuga, che realizza soltanto una resistenza passiva, se non effettuata con modalità che mettano a repentaglio l’incolumità del terzo. Cassazione civile, sezione III, sentenza 22 maggio 2007, n. 11879


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