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Problematiche e prospettive dei manicomi giudiziari

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Pubblicato da : Dott.ssa Maria Anna Filosa

Data: 11/12/2008

Dopo un periodo di relativo silenzio, il dibattito sulla permanenza dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario in Italia sembra prendere nuovo vigore. Da un lato la cronaca nera riporta con nuova attenzione lo stillicidio delle tragedie riguardanti i “matti” dimenticati negli istituti. Dall’altro anche le istituzioni sembrano sentire nuovamente la necessità di sviluppare aggiornate rilevazioni epidemiologiche e statistiche all’interno dei Manicomi Giudiziari. Si vedano a tal proposito i risultati della task force interministeriale incaricata nel 2004 dalla Commissione Giustizia Salute sulla Sanità Penitenziaria al fine di proporre nuovi modelli di gestione dei soggetti autori di reati pericolosi per la presenza di patologie psichiatriche internati negli istituti in oggetto. Lo studio citato aggiorna, ma nei contenuti sostanzialmente conferma, la grande ricerca finanziaria dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria svolta nel 2001 su tutti gli Ospedali Giudiziari Italiani a cura del gruppo guidato dal prof. V. Andreoli. Recentissimamente si apprende della proposta presentata nella sede del Ministero della Salute, in accordo con il Ministero della Giustizia, elaborata dai tecnici del Ministero « di una dismissione graduale…si calcola che almeno trecento persone detenute negli OPG possano essere reinserite nella società..».Ciò avverrebbe mediante la chiusura di tre Istituti,vale a dire quello di Aversa, Castiglione delle Stiviere e Reggio Emilia, rimanendo ancora temporaneamente attivi Montelupo Fiorentino, Napoli e Barcellona Pozzo di Gotto. La notizia, che ha creato una prima reazione di commenti contraddittori, sembra essere collocata all’interno del progetto più vasto di riassetto e rilancio dell’intero sistema della Salute Mentale per il quale sono in corso i lavori preliminari e preparatori del progetto obiettivo della Salute mentale che vedrà la luce nel 2008. Al di là degli aspetti cronachistici ed emotivi attuali, l’obiettivo del seguente lavoro consiste nel ricostruire la storia del dibattito tecnico, psichiatrico e giuridico alla base del tentativo di un progetto di superamento e abolizione dell’OPG a partire dagli anni Ottanta per giungere ai giorni nostri attraverso i numerosi progetti di riforma falliti, dimenticati o resi inattuali. Ulteriore motivazione di questo scritto è il riesame della proposta radicale contenuta in alcuni progetti che verranno dettagliatamente descritti in seguito,riguardante la modifica del sistema della non imputabilità per gli infermi di mente autori di reato. Da molte parti e ormai da tempo si segnala come lo sviluppo delle scienze giuridiche come di quelle medico-psichiatriche negli ultimi anni abbia messo in evidenza l’ormai palese obsolescenza e inadeguatezza dell’attuale disciplina della non imputabilità degli infermi di mente e del sistema del c.d. “doppio binario”, ossia pena-misure di sicurezza. Il codice Rocco, ancora vigente nel nostro ordinamento, prevede, infatti, che possano essere assoggettati a pena solo i soggetti imputabili, ossia capaci “di intendere e di volere”. Laddove non si possa applicare la pena, subentra la misura di sicurezza legata alla pericolosità sociale, applicabile anche ai soggetti non imputabili che abbiano commesso un reato. Infatti, ai soggetti prosciolti per infermità psichica è applicabile la misura di sicurezza dell’ospedale psichiatrico giudiziario (art.222 c.p.), ai condannati a pena diminuita per infermità psichica,invece,è riservata la misura della casa di cura e custodia (art. 218 c.p.). Dal punto di vista teorico e dottrinale, la capacità di intendere e di volere si ricollega sostanzialmente alla teoria che fonda l’imputabilità e la pena sul libero arbitrio, ossia alla Scuola classica, erede dell’illuminismo. Secondo questa impostazione un soggetto affetto da infermità psichica non essendo libero non può essere punito da infermità psichica non essendo libero non può essere punito. Viene ritenuto ingiusto che una persona che non sia in grado di rappresentarsi correttamente la realtà esterna e di rendersi conto del valore sociale dei suoi atti(incapace di intendere),oppure non libero di autodeterminarsi,ossia di scegliere in maniera autonoma e cosciente il proprio comportamento (incapace di volere), debba scontare una pena per un atto che sostanzialmente non gli appartiene. L’imputabilità è, dunque, il presupposto della responsabilità penale in quanto elemento della colpevolezza. Altre teorie considerano la non imputabilità alla stregua di una causa di esclusione della pena, per cui il reato commesso dal non imputabile sarebbe perfetto sia dal punto di vista oggettivo(condotta,evento e nesso di causalità), sia dal punto di vista soggettivo (colpevolezza che in senso psicologico vuol dire nesso psichico tra autore del reato e fatto commesso) e verrebbe solo esclusa l’applicazione della pena. Esistono anche teorie che hanno criticato la categoria dell’imputabilità, negando il postulato del libero arbitrio (scuola positiva e le varie correnti eclettiche che in parte ad essa si richiamano). Secondo tale dottrina poiché l’uomo non è libero di scegliere le proprie azioni, ma è determinato da fattori biologici, sociali e ambientali, il diritto penale non si fonda sulla responsabilità bensì sulla pericolosità sociale del reo e sull’esigenza di difesa sociale (la pena ha soprattutto una finalità di prevenzione).Le critiche mosse in passato, ma non del tutto spente, al sistema dell’imputabilità non sono in alcun modo riconducibili ai presupposti teorici lombrosiani della scuola positiva. Al contrario, pur nel solco della scuola classica e senza pretendere di risolvere il problema filosofico del libero arbitrio, viene ipotizzata una libertà, più o meno ampia, più o meno ridotta da fattori psichici patologici, ma tale comunque da rendere tutti gli esseri umani responsabili delle proprie azioni. Nonostante i condizionamenti esterni, che in taluni casi possono anche essere molto pesanti, non sarebbe mai totalmente annullata la libertà e quel minimo spazio residuo sarebbe sufficiente a giustificare la responsabilità penale. Ciò ha rappresentato solo un primo stadio del dibattito in quanto, secondo l’opinione di molti, da tempo occorrerebbe porsi la necessità del superamento dell’antica contrapposizione tra scuola classica e scuola positiva; la funzione della pena in una prospettiva moderna non può essere limitata né alla finalità retributivo-punitiva, né a quella di prevenzione generale (efficacia che la pena esercita su tutti i cittadini trattenendoli dal commettere delitti) o speciale (efficacia sul singolo individuo che ha commesso reato per far sì che non torni a violare la legge), ma deve essere letta attraverso il prisma dei principi costituzionali di rieducazione e risocializzzazione del reo (art. 27), che, come verrà approfondito nel proseguo, potrebbero essere più pienamente realizzati offrendo anche una possibilità di cura al delinquente “folle”. Ed è proprio sotto il profilo della “rieducazione” che il sistema carcerario e della misura di sicurezza “riservata” ai soggetti prosciolti per infermità psichica, ossia dell’ospedale psichiatrico giudiziario. La critica alle istituzioni totali, che nell’ultimo scorcio del secolo scorso ha condotto al superamento e alla chiusura definitiva degli ospedali psichiatrici civili, assomma oggi ai noti motivi ideali, ulteriori evidenze tecniche e scientifiche in grado di modificare profondamente o eliminare del tutto anche un’istituzione quale l’ OPG con tutte le contraddizioni e ambiguità ad essa intrinseche.

 


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