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Mobbing: la rilevanza penale e reato di maltrattamento

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Pubblicato da : Dott.ssa Daria Perrone

Data: 24/09/2008

La rilevanza penale del mobbing

SOMMARIO: 1) Il rapporto d’autorità ex art. 572 c.p. ; 2) L’applicabilità del reato di maltrattamenti alla condotta di mobbing

 

1) Il rapporto d’autorità ex art. 572 c.p.
Le molestie e gli abusi sessuali nell'ambiente di lavoro, oltre al cosiddetto fenomeno del mobbing, risarcibile in sede civile, possono integrare il delitto di maltrattamenti ex art. 572 c.p. L'articolo 572 c.p. stabilisce che “chiunque, fuori dei casi indicati nell'articolo precedente, maltratta una persona della famiglia, o un minore degli anni quattordici, o una persona sottoposta alla sua autorita', o a lui affidata per ragione di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l'esercizio di una professione o di un'arte, e' punito con la reclusione da uno a cinque anni. Se dal fatto deriva una lesione personale grave, si applica la reclusione da quattro a otto anni; se ne deriva una lesione gravissima, la reclusione da sette a quindici anni; se ne deriva la morte, la reclusione da dodici a venti anni”. La categoria delle persone che possono essere vittima di maltrattamenti è stata quindi estesa dal legislatore anche alle persone sottoposta all'autorità dell'agente, ovvero al medesimo affidate per ragioni d'istruzione, educazione, ecc.
Secondo l’indirizzo della Corte (Cassazione, 5 giugno 2008, dep. 7 luglio 2008, n. 27469) sussiste il rapporto d'autorità ogni qualvolta una persona dipenda da altra mediante un vincolo di soggezione particolare (ricovero, carcerazione, rapporto di lavoro subordinato, ecc). Invero non v' è dubbio che il datore di lavoro eserciti un'autorità sui propri dipendenti, trattandosi di un rapporto caratterizzato dal potere direttivo e disciplinare che la legge attribuisce al datore nei confronti del lavoratore dipendente. Inoltre, la fattispecie in esame a differenza del maltrattamento in famiglia non richiede la convivenza, ma la semplice sussistenza di un rapporto continuativo.
In definitiva, gli atti vessatori, che possono essere costituiti anche da molestie o abusi sessuali, nell'ambiente di lavoro, oltre al cosiddetto fenomeno del mobbing, risarcibile in sede civile, nei casi più gravi, possono configurare anche il delitto di maltrattamenti, oltre che, ovviamente quando ne ricorrano i presupposti, ulteriori ipotesi delittuose.
2) L’applicabilità del reato di maltrattamenti alla condotta di mobbing
Si ricordi in proposito, anche la sentenza della Corte di Cassazione, sez. V, 29 agosto 2007, n. 33624, in cui si specificava che con la nozione (delineatasi nella esperienza giudiziale gius/lavoristica) di mobbing si individua la fattispecie relativa ad una condotta che si protragga nel tempo con le caratteristiche della persecuzione, finalizzata all'emarginazione del lavoratore, onde configurare una vera e propria condotta persecutoria posta in essere dal preposto sul luogo di lavoro.
Secondo la giurisprudenza, la condotta di mobbing suppone non tanto un singolo atto lesivo, ma una mirata reiterazione di una pluralità di atteggiamenti, anche se non singolarmente connotati da rilevanza penale, convergenti sia nell'esprimere l'ostilità del soggetto attivo verso la vittima sia nell'efficace capacità di mortificare ed isolare il dipendente nell'ambiente di lavoro. Pertanto la prova della relativa responsabilità "deve essere verificata, procedendosi alla valutazione complessiva degli episodi dedotti in giudizio come lesivi... che può essere dimostrata per la sistematicità e durata dell'azione nel tempo, dalle sue caratteristiche oggettive di persecuzione e discriminazione, risultanti specificamente da una connotazione emulativa e pretestuosa..." (cfr. Cass. civ., Sez. L, 6.2006, Meneghello/Unicredit Spa, CED Cass. 587359).
È approdo giurisprudenziale (ancora, Corte di Cassazione, sez. V, 29 agosto 2007, n. 33624) quindi che la figura di reato maggiormente prossima ai connotati caratterizzanti il cd. mobbing è quella descritta dall'art. 572 c. p., commessa da persona dotata di autorità per l'esercizio di una professione: si veda ad esempio anche Cass., sez. VI, 22.1.2001, Erba, CED Cass. 218201.


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