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L’annullabilita’ del matrimonio

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Pubblicato da : Avv. Rosalia Conforti

Data: 08/05/2008

La disciplina delle invalidità del matrimonio, anche a causa della terminologia usata dal Legislatore, è alquanto problematica poiché spesso si parla di nullità del matrimonio anche nei casi in cui, invece, il matrimonio è soltanto annullabile. Ne deriva che spesso i due termini sono usati in senso atecnico e vengono ricompresi nell’ambito delle invalidità ipotesi che potrebbero essere meglio classificate come irregolarità.

Tali aspetti hanno determinato una molteplicità di interpretazioni esistenti in dottrina e giurisprudenza. Alcuni autori1 infatti, hanno ritenuto che, nonostante il codice parli talvolta di nullità del matrimonio, in realtà farebbe riferimento alla sua annullabilità, ad ipotesi cioè che non escludono la sua validità e la sua esistenza. Altra parte della dottrina2, al contrario, ritiene opportuna la distinzione tra nullità e annullabilità del matrimonio, a seconda che il vizio che lo interessa sia o meno sanabile, rinvenendo, pertanto, l’annullabilità nel primo caso e la nullità nel secondo3.

In definitiva, si parla di nullità del vincolo matrimoniale in caso di bigamia, parentela e delitto, mentre si parla di annullabilità per incapacità naturale e vizi della volontà.

L’attuale disciplina dell’annullabilità del matrimonio per vizi del consenso è il risultato della modifica introdotta dalla legge di riforma che ha operato una rivalutazione del consenso degli sposi. La riforma del 1975 ha inciso sulla disciplina dei vizi della volontà in materia matrimoniale, ponendo come rilevanti la violenza, il timore di eccezionale gravità, l’errore sull’identità e su qualità dell’altro coniuge e lasciando fuori di vizi invalidanti il dolo4.

Ipotesi a se stanti sono le cosiddette situazioni intermedie quali l’interdizione e la minore età che vengono definite come ipotesi di “annullabilità assoluta” poiché legittimati attivi ad esperire l’azione sono, oltre il coniuge, anche il pubblico ministero e ogni altro interessato.

Per quanto riguarda, invece, il caso della simulazione, essa da vita comunque ad un’ipotesi a parte riconducibile, anch’essa ad un’azione di annullabilità.

In conformità ala regola generale del codice civile secondo cui il negozio concluso dall’incapace non è nullo ma annullabile5, è possibile ritenere che anche il matrimonio concluso dall’incapace è annullabile.

Ai sensi dell’art. 120 c.c., è annullabile il matrimonio contratto da chi, al momento della celebrazione, era incapace di intendere e di volere, quale che sia la causa. Si ritiene che la nozione di incapacità di intendere e di volere sia la stessa contemplata dall’art. 428 c.c., tuttavia trattandosi di atto personalissimo, è necessaria solo la prova dell’incapacità e non anche dell’altro requisito del grave pregiudizio, richiesto in linea generale dall’art. 428 c.c..

L’incapacità, che può derivare da qualsiasi causa sia permanente sia transitoria, è rilevante allorché colui che contrae il matrimonio non sia nelle condizioni di comprendere il reale valore del vincolo matrimoniale né di valutare la rilevanza e la conseguenza dell’impegno che assume con esso, oppure non sia in grado di volere tale vincolo quale unione stabile tra due soggetti.

Come si evince dal tenore letterale della norma, legittimato ad agire per l’annullamento dell’atto è il soggetto che è incapace al momento della celebrazione del matrimonio. È invece esclusa la legittimazione attiva dei discendenti dell’incapace mentre è discussa la legittimazione del tutore provvisorio dell’incapace6.

Il motivo della esclusione di altri legittimati sta nella sussistente capacità legale dell’interessato che impedisce ad altri soggetti di farsi portatore dei suoi interessi, sostituendosi, così, nell’importante decisione riguardante la conservazione o la soppressione del vincolo matrimoniale.

Il coniuge che impugna il matrimonio, chiedendone il relativo annullamento, deve dare prova della propria incapacità nel momento in cui ha prestato il consenso. È tuttavia ammesso anche l’accertamento presuntivo sulla base di manifestazioni dello stato patologico del soggetto antecedenti o successive al matrimonio7.

L’azione è soggetta a decadenza allorquando vi sia stata coabitazione protrattasi per almeno un anno dopo che il soggetto abbia riacquistato la capacità di intendere e volere. La coabitazione diviene, così, sostitutiva ed integrativa del consenso viziato e il termine annuale decorre dalla cessazione dello stato si incapacità.

In mancanza del verificarsi della decadenza, l’azione è soggetta a prescrizione che, secondo la prevalente opinione dottrinale, si compie nel termine ordinario di dieci anni.

Altro motivo di annullabilità del matrimonio è rinvenibile nel caso in cui il consenso del coniuge sia stato estorto con violenza8. La violenza, può provenire sia dal coniuge che da un terzo e può riguardare sia la persona sia i beni del soggetto oppure la persona e i beni dei suoi prossimi congiunti. Essa deve consistere nella minaccia di un male ingiusto e notevole, idonea a coartare la volontà di una persona sensata, tenuto conto dell’età, del sesso e della condizione sociale9.

La minaccia può essere espressa con qualunque modalità, deve essere esteriorizzata con comportamenti obiettivamente accertabili e seria sotto il profilo della modalità di attuazione e in relazione all’entità del male minacciato10.

Sensibilissimo al principio di assoluta libertà del consenso, il Codex Iuris Canonici aveva previsto, quale motivo di invalidità del matrimonio, anche una forma minore rispetto alla violenza, ossia il timore grave determinato dall’esterno (can. 1103).

Opportunamente, quindi, la riforma del diritto di famiglia ha modificato l’art. 122 c.c., inserendo, oltre al vizio della violenza, anche il “timore di eccezionale gravità derivante da cause esterne allo sposo”.

In assenza di una definizione normativa, il timore si intende come la pressione psicologica che la percezione di un pericolo esercita sulla persona, anche se i fatti determinanti la situazione di pericolo non siano “diretti alla conclusione del matrimonio”, purché il matrimonio appaia come mezzo per sottrarsi al pericolo stesso. Non è chiaro se l’eccezionale gravità prevista dalla norma sia riferita al timore, ovvero al grado di alterazione dello stato psicologico del soggetto, oppure si riferisca alle cause.Ad ogni modo, si ritiene che il giudice debba valutare sia la situazione soggettiva del soggetto (tendendo ovviamente conto della sua sensibilità e della sua psicologia) sia la gravità della causa esterna per verificare se in quelle circostanze il consenso poteva ritenersi libero o condizionato.

È stato altresì ritenuto che il timore reverenziale, ossia quello derivante da una condizione soggettiva dell’intimorito, non sia rilevante in quanto non proveniente dall’esterno. La giurisprudenza ha tuttavia ritenuto che il timore reverenziale possa assumere rilevanza allorquando si sia creato un rapporto di soggezione psicologica tale da far apparire al soggetto pericolosa per lui l’eventualità di una rottura del rapporto con colui che ha la personalità dominante.

Altresì irrilevante è il timore putativo, quello cioè che non trova giustificazione in circostanze obiettive o che è dovuto a paure intrinseche alla persona e prive di ragionevole fondamento. Rilevante è, invece, il timore obiettivamente fondato anche se il male paventato risulti impossibile.

Anche in tale ipotesi l’annullabilità è relativa e l’azione non può essere proposta se vi è stata coabitazione per un anno dopo la cessata violenza o il timore.

Altro motivo di impugnazione del matrimonio è rinvenibile nell’art. 122 c.c.11 secondo cui è possibile invalidare il matrimonio il cui consenso sia stato dato per effetto di errore sulla persona: sull’identità della persona o sulle qualità personali fondamentali dell’altro coniuge.

In origine la concezione tradizionale canoistica e civilistica ammetteva l’errore sulla persona inteso rigorosamente come errore sull’identità di essa in senso fisico. Ed infatti, il Codex iuris Canonici stabiliva che l’errore rendeva invalido il matrimonio solo se riferito alla persona e l’art. 122 c.c. del 1942 prevedeva che “l’errore sulle qualità fondamentali dell’altro coniuge non è causa di nullità del matrimonio se non quando si risolve in errore sull’identità della persona”.

Da tale impostazione era evidente, dunque, il timore sia del diritto canonico sia del diritto civile di concedere eccessiva ampiezza all’impugnazione del matrimonio allorquando l’errore fosse stato riferito alle più svariate qualità della persona, con l’inevitabile conseguenza di dar vita ad un infinito proliferare di azioni di annullamento.

Tuttavia, già all’epoca della redazione del codice civile del 1942, una parte autorevole della dottrina aveva segnalato la necessità di una più ampia considerazione dell’errore da estendersi, appunto alle qualità essenziali del soggetto purché si accerti che il coniuge caduto in errore non avrebbe consentito al matrimonio se avesse esattamente conosciuto le vere qualità. Fu cosi, pertanto che la riforma del diritto di famiglia, ritenne opportuno inserire all’art. 122 c.c. anche l’errore sulle qualità personali fondamentali dell’altro coniuge prevedendo una elencazione tassativa delle stesse12.

Perché sia rilevante come errore essenziale l’errore deve riguardare:

A) l'esistenza di una malattia fisica o psichica o di una anomalia o deviazione sessuale, tali da impedire lo svolgimento della vita coniugale;

B) l'esistenza di una sentenza di condanna per delitto non colposo alla reclusione non inferiore a cinque anni, salvo il caso di intervenuta riabilitazione prima della celebrazione del matrimonio. L'azione di annullamento non può essere proposta prima che la sentenza sia divenuta irrevocabile; C) la dichiarazione di delinquenza abituale o professionale;

D) la circostanza che l'altro coniuge sia stato condannato per delitti concernenti la prostituzione a pena non inferiore a due anni. L'azione di annullamento non può essere proposta prima che la condanna sia divenuta irrevocabile;

E) lo stato di gravidanza causato da persona diversa dal soggetto caduto in errore, purché vi sia stato disconoscimento ai sensi dell'art. 233, se la gravidanza è stata portata a termine.

Per quanto concerne l’ipotesi sub A) la condizione essenziale è che la patologia ovvero l’anomalia o deviazione sessuale13, ignorata dall’altro coniuge, sia preesistente alla celebrazione del matrimonio e durevole nel tempo, anche se non necessariamente guaribile14. La malattia fisica o psichica che si insorta successivamente al matrimonio, invece, non sarà rilevante ai fini della validità ma potrà eventualmente valere come causa di separazione.

Il fatto generatore dell’invalidità del vincolo matrimoniale non è rinvenibile nella malattia in sé bensì nell’errore che può consistere nell’ignoranza della malattia stessa ovvero dell’idoneità della malattia ad influire negativamente sul normale svolgimento della vita matrimoniale. È evidente, pertanto, che nel valutare la conoscenza o meno della malattia dell’altro coniuge non si deve fare riferimento necessariamente alla diagnosi tecnica, bensì alle sue manifestazioni esteriori percepibili, valutabili da chiunque quanto alla loro incidenza negativa sulla rapporto coniugale15.

Quanto alle ipotesi sub B), C) e D) va detto che la ratio della norma si basa sull’ignoranza di un coniuge, al momento del matrimonio, dei precedenti penali dell’altro, in relazione alla riprovazione sociale che deriva dall’aver commesso reati gravi e infamanti. È necessario, perciò, che tali reati siano stati commessi anteriormente alla celebrazione del matrimonio e sia già, a quella data, intervenuta una sentenza irrevocabile di condanna16. Tuttavia, una parte della dottrina ritiene che sia sufficiente a giustificare un’azione di annullamento la circostanza che il fatto illecito sia stato compiuto prima delle nozze, ancorché il relativo accertamento giudiziario con conseguente condanna siano avvenuti successivamente.

L’ultima ipotesi è quella riguardante la gravidanza causata da persona diversa dal coniuge: è questo il caso in cui il marito contrae il matrimonio nell’erronea convinzione che lo stato di gravidanza della moglie, iniziato antecedentemente alla celebrazione del matrimonio, sia a lui attribuibile. La norma precisa che il matrimonio è annullabile anche se la gravidanza non è portata a compimento, mentre nel caso in cui la nascita è avvenuta, l’azione di annullamento è inammissibile se non sia intervenuto il disconoscimento della paternità. Si ritiene che l’annullamento sia esperibile anche se l’azione di disconoscimento sia stata esercitata da altri soggetti legittimati.

La giurisprudenza ha ulteriormente ampliato l’area di applicazione della norma consentendo l’impugnazione del matrimonio da parte del marito che, dopo aver riconosciuto come proprio figlio naturale il figlio generato dalla moglie antecedentemente alle nozze, abbia poi impugnato con successo il riconoscimento per difetto di veridicità ex art. 263 c.c..

Per quanto concerne la decadenza dall’azione si distingue se la gravidanza sia stata portatatermine o meno: se non è stata portata a termine e la scoperta è antecedente all’aborto, il termine decorre dall’aborto; se la scoperta è successiva all’aborto il termine decorre dalla scoperta dell’errore. La prescrizione decorre dal momento in cui passa in giudicato la sentenza che accoglie la domanda di disconoscimento.

#autore#

1 Cfr. Trabucchi

2 Cfr. Gazzoni.

3 La giustificazione di tale bipartizione è ravvisabile nei diversi interessi in gioco: nell’ipotesi di annullabilità prevarrebbe l’interesse all’integrità del consenso mentre nell’ipotesi della nullità l’interesse tutelato è quello generale che può essere ravvisato nel rispetto dei principi di ordine pubblico e nel rispetto di norme imperative.

4 Alcuni hanno ritenuto che la stessa disciplina dell’errore alle volte implica una condotta dolosa di uno dei due coniugi ai danni dell’altro.

5 Art. 1425 c.c. Incapacità delle parti.Il contratto è annullabile se una delle parti era legalmente incapace di contrattare (1441 e seguenti). E' parimenti annullabile, quando ricorrono le condizioni stabilite dall'Art. 428, il contratto stipulato da persona incapace d'intendere o di volere (1191, 1934 e seguente).

6 È tuttavia previsto che colui che è nominato tutore a seguito del giudizio di interdizione possa impugnare il matrimonio ai sensi dell’art. 119 c.c. piuttosto che per incapacità naturale.

7 Cfr. Cassazione 16 marzo 1990 n. 2212, inGiustizia civile, 1990, I,p.1762; Cassazione 25 ottobre 1986, n. 6271, inMass. Giur. It., 1986.

8 Pur in assenza di una specifica definizione non v’è dubbio che si faccia riferimento alla violenza morale e non già a quella fisica. Quest’ultima, infatti, proprio in forza della sua portata escluderebbe lo stesso consenso con conseguente nullità dell’atto matrimoniale, privo di qualsivoglia sanatoria.

9 In tal senso non può sottacersi un collegamento tra l’art . 122 c.c. e l’art. 1435 c.c. pur temperato dalla circostanza secondo cui, a differenza di quanto avviene in ambito contrattuale, l’intensità della minaccia non deve essere considerata in termini oggettivi ma deve essere valutata tenendo conto della sensibilitàe delle condizioni personali del soggetto.

10 Si ritiene, dunque, che non ricorra violenza in caso di generiche minacce, che non si concretino nella previsione di un pregiudizio rilevante.

11Art. 122 c.c.: "Il matrimonio può altresì essere impugnato da quello dei coniugi il cui consenso sia stato dato per effetto di errore sull’identità della persona o di errore essenziale su qualità personali dell’altro coniuge.
L'errore sulle qualità personali è essenziale qualora, tenute presenti le condizioni dell'altro coniuge, si accerti che lo stesso non avrebbe prestato il suo consenso se l'avesse esattamente conosciute e purché l'errore riguardi:
l) l'esistenza di una malattia fisica o psichica o di una anomalia o deviazione sessuale, tali da impedire lo svolgimento della vita coniugale; 2) l'esistenza di una sentenza di condanna per delitto non colposo alla reclusione non inferiore a cinque anni, salvo il caso di intervenuta riabilitazione prima della celebrazione del matrimonio. L'azione di annullamento non può essere proposta prima che la sentenza sia divenuta irrevocabile; 3) la dichiarazione di delinquenza abituale o professionale; 4) la circostanza che l'altro coniuge sia stato condannato per delitti concernenti la prostituzione a pena non inferiore a due anni. L'azione di annullamento non può essere proposta prima che la condanna sia divenuta irrevocabile; 5) lo stato di gravidanza causato da persona diversa dal soggetto caduto in errore, purché vi sia stato disconoscimento ai sensi dell'art. 233, se la gravidanza è stata portata a termine.
L'azione non può essere proposta se vi è stata coabitazione per un anno dopo che siano cessate la violenza o le cause che hanno determinato il timore ovvero sia stato scoperto l'errore”.

12 Per quanto riguarda le questioni di invalidità relative ai matrimoni celebrati prima dell’ entrata in vigore della riforma del diritto di famiglia, si applica la disciplina previgente. In tal senso si veda Appello Napoli 13 aprile 1995, in Famiglia e diritto, 1996, 340.

13 In essa vanno ricomprese le ipotesi di impotenza tradizionalmente considerate: ossia l’impotenza coeundi (ossia l’impotenza all’atto sessuale sia assoluta che relativa) e l’impotenza generandi (ossia l’incapacità di generare figli per cause anatomiche o funzionale da parte di chi sia capace all’atto sessuale).

14 Secondo la giurisprudenza (cfr. Cassazione 11 ottobre 2001, n. 12423)l’art. 122 c.c. non richiede, ai fini dell’annullamento del matrimonio, che l’infermità sia clinicamente conclamata prima del matrimonio.

15 Cfr. cassazione 14 aprile 1994, n. 3508.

16 Quanto alla sentenza di condanna il termine di decadenza per l’azione di annullamento inizia a decorrere dal momento in cui è intervenuta l’irrevocabilità della sentenza, ovvero dal momento della scoperta dell’errore nel caso in cui la sentenza sia già divenuta irrevocabile .


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