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Formazione, Comunicazione e Organizzazione nello studio legale (intervista)

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Pubblicato da : Avv. Annalisa Spedicato

Data: 09/04/2008

Intervista al Presidente Nazionale dell’AIGA- Avv. Valter Militi 

a cura di Annalisa Spedicato

L’Avvocatura italiana è ad una svolta, occorre maggiore certezza per quanto concerne l’ingresso alla professione e gli assetti organizzativi. I grossi studi stranieri hanno fatto il loro ingresso in Italia, da tempo ormai e continuano ad ingaggiare gli Avvocati italiani che, a volte, accecati dal business, dimenticano la natura difensiva originaria della loro professione e trascurano di osservare e di osservarsi.

E’ una questione che tocca tutti da vicino, giuristi e non. Ne abbiamo parlato con l’Avvocato Valter Militi Presidente dell’Associazione Nazionale Giovani Avvocati (AIGA).

D.

1. Presidente, il CNF esclude a priori che uno studio legale possa definirsi impresa, ma la giurisprudenza comunitaria ha da tempo fissato il principio secondo cui «è impresaqualsiasi entità che esercita un’attività economica», cioè che realizza uno scambio tra un servizio ed un corrispettivo.

A Suo parere, si può sostenere che sia giunto il tempo in cui anche gli studi legali debbano necessariamente modificare la propria struttura organizzativa e amministrativa, seguendo le logiche di mercato?

R. L’Avvocato non è un imprenditore, quindi non è assimilabile a tale figura.

Vede, il ruolo dell’Avvocato nella società è quello di difendere il cittadino, non certo di perseguire un profitto. L’Avvocato non può essere governato da logiche commerciali o di convenienza, il suo fine ultimo è quello di tutelare i diritti; ed è questo fine, il timone della professione forense. Le decisioni professionali dell’uomo di legge devono essere autonome, non possiamo permetterci che la figura sociale che deve garantire un diritto inviolabile come quello di difesa, costituzionalmente garantito, si faccia guidare da logiche di mercato.

Poi, ovviamente, esiste un altro modo di intendere il concetto di impresa, quello legato all’organizzazione dell’attività. Parlare di impresa come struttura organizzativa è lecito per il professionista legale, ma il modo di esercitare la professione deve restare libero da qualsivoglia genere di profitto.

D.

2. Nell’era in cui il lavoro del consulente si svolge aprogetto ed impone la stretta collaborazione di diverse figure professionali, le quali interagiscono secondo uno scambio continuo di competenze diverse, sebbene sia ancora oggi vietato a livello normativo, pensa sia possibile immaginare una trasformazione degli studi legali in società di servizi multidisciplinari?

R. Quando si lavora a progetto, ciascuno, con il proprio ruolo, le proprie esperienze, diventa funzionale all’altro. In una società che si vuole innovativa e produttiva il team è fondamentale. L’AIGA, per esempio, insieme alle altre componenti del mondo professionale, ha ideato un patto con le realtà produttive dei giovani delle piccole e medie imprese, con cuifare sistema sulla base di valori condivisi.Questo non significa, ovviamente, rinunciare alla propria fisionomia ed alla funzione all’interno della società, a scapito del cliente. L’Avvocato appiattito su logiche meramente competitive otterrebbe risultati penalizzanti ed aberranti; al contrario, ognuno deve fornire il proprio contributo secondo le proprie caratteristiche, qualità e competenze. Interagire, non mescolarsi.

Questo è anche il motivo per cui abbiamo rifiutato il socio di capitale. Perché, in questi termini, il capitale verrebbe preferito ai valori.

Perseguendo una logica di profitto, lo ribadisco, perderemmo di vista la tutela dei diritti.

L’imprenditore non può fare il filantropo, rinunciando all’obiettivo dell’impresa, il lucro. Per noi legali il guadagno è un mezzo, l’obiettivo è altro; l’obiettivo è la difesa del cittadino.

D.

3. I giovani professionisti legali aprono bottega,… nel vero senso della parola. I negozi giuridici sono passati da uno a quattro nel giro di pochissimo tempo. Cosa pensa in merito a quello che potremmo definire lo shopping della consulenza?

R. Non è un fenomeno del quale si può attualmente apprezzare una crescita effettiva ed importante sul territorio, per lo meno, non lo vedo come tale. Ovviamente, il dopo Bersani ha fatto si che alcuni, forse anche a causa di un mercato ormai saturo, si orientassero verso queste scelte, che sinceramente non condivido, pena la completa mercificazione della professione forense. Ma il numero non mi sembra francamente costituire dato apprezzabile e piuttosto lo vedo assimilabile a quello dei 40 panificatori che hanno “beneficiato” della liberalizzazione del settore prevista dalla Bersani: risultato assai modesto, in perfetta linea con l’intervento normativo.

Diversa è la valutazione sulla scelta di molti giovani professionisti del ramo legale, che operano – peraltro da anni - concretamente in strada, facendo volontariato al servizio di chi ha più bisogno.

D.

4. Per Giuggioli la maggioranza è scettica, De Tilla ritiene che in futuro molti Avvocati si ritroveranno dipendenti delle grosse multinazionali della consulenza, ma a Suo parere, una legge non dovrebbe oggi regolamentare anche la figura dell’Avvocato dipendente?

R. Il fenomeno dei giovani ingaggiati dalle law firm è preoccupante. L’organizzazione ampia ha senso, ma solo in ambito stragiudiziale, dove il rapporto tra cliente e Avvocato è labile; per quanto concerne l’attività giudiziale, il rapporto è di stretta fiducia e, nella logica della catena, questo rapporto si affievolisce, fino a perdersi irreparabilmente.

In realtà, si deve tendere verso il giusto equilibrio, quello che si può trarre dalla figura dell’Avvocato equilibrista, un professionista che sappia interpretare le esigenze della società odierna, senza perdere i valori etici tradizionali. Un professionista che sappia comprendere le necessità di oggi, avendo alla base i fondamenti etici del passato.

La parasubordinazione in cui versano oggi molti Avvocati, inevitabilmente va disciplinata e regolamentata, per evitare che si trasformi in dipendenza, annullando di fatto, la tradizionale autonomia e l’autogestione dell’Avvocato.

Il problema è: questa realtà esiste ed è in espansione, cerchiamo di agire, tutti, perché venga scongiurato questo rischio.

D.

5. Il nuovo regolamento introdotto dal Consiglio Nazionale Forense impone, anche per il professionista legale, la formazione continua. Qual è la Sua opinione in merito? Ritiene che ciò sia necessario al fine di evitare una sorta di analfabetismo di ritorno che, come in tutte le professioni, coinvolge anche i giuristi? O ciò risponde, piuttosto, ad una lungimirante volontà di creare nuove figure nel campo della formazione, con lo scopo di riciclare professionalità in un settore, come quello dell’Avvocatura Italiana, ormai saturo?

R. L’introduzione della formazione continua, battaglia storica dell’Aiga, è stata ovviamente salutata con favore dall’Associazione; ed ha generato un nuovo entusiasmo da parte dei professionisti, consapevoli che la qualità costituisce il nucleo centrale della nostra attività.

La formazione, peraltro, prima ancora che un obbligo, è e deve essere un’opportunità di crescita per la categoria e soprattutto per i giovani che possono puntare a valorizzare le loro professionalità, ad allargare gli ambiti di intervento.

D.

6. Finora gli studi legali non hanno investito razionalmente sui collaboratori junior, nel senso che in genere, terminato il canonico biennio di formazione iniziale, i giovani, soprattutto al Sud, per ritagliarsi un proprio spazio nel mercato legale, sono costretti ad abbandonare la realtà in cui si sono formati per aprire un proprio studio.

Tutto questo, a Suo parere, è dovuto ad un mercato legale inflazionato che non è in grado di offrire i mezzi necessari agli Avvocati senior, affinchè questi possano investire sui giovani? Oppure, forse, scaturisce dalla inadeguata preparazione offerta dall’ambiente accademico che, inevitabilmente, rende le nuove leve lontane dalla concretezza della realtà forense e, per questo, bisognose di ulteriori esperienze prima di poter fornire un contributo effettivo allo studio?

R. L’Università dovrebbe far crescere e proiettare nel mondo del lavoro: non ci riesce. Come Aiga abbiamo creato, su tutto il territorio, anche se a macchia di leopardo, rapporti di collaborazione con le Università, proprio per dare risposta a quella che va intesa come priorità.

Personalmente ho ospitato in stage dei ragazzi laureandi, e mi è statomolto utile per capire lo scollamento tra la preparazione universitaria ed il mondo professionale.

Il problema però è più complesso, riguarda il modello della formazione universitaria che va rivisto completamente, perché non permette ai giovani di avere una base solida.

Si va all’Università senza avere le idee chiare sulle scelte di vita. Manca l’orientamento, manca la motivazione, manca una verifica seria d’accesso all’Università che permetta una selezione ex ante, evitando di avere ragazzi demotivati, che non superano i concorsi e scelgono la professione in maniera residuale.

In altri termini, la professione forense diventa pura valvola di sfogo.

Poi c’è un’altra questione, legata alla saturazione del mercato ed alla lotta concreta per occupare spazi. La difficoltà che incontrano i praticanti nell’inserimento all’interno delle strutture nelle quali hanno svolto il tirocinio dipende principalmente dalle concrete emergenze di natura reddituale che riguardano un enorme numero di avvocati.

Si ringrazia l’ Avv. Valter Militi, presidente dell’AIGA, per la gentile collaborazione.

 

Intervista realizzata dalla D.ssa AnnalisaSpedicato

IP Legal Consultant e Legal Marketing Specialist

Studio legale Lisi D&L Department


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