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Agenzia assicurativa: indennita’ dovuta al subagente

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Pubblicato da : Avv. Linda Morgese

Data: 12/02/2008

Pur essendo un fenomeno di grande diffusione, neppure la manualistica giuridica cita e considera uno dei maggiori collaboratori dell’agente: il subagente.

Tuttavia, riferimenti alla figura del subagente sono presenti in alcuni testi legislativi e pattizi:

-Legge 7/02/1979, n. 48, art. 5, lett. c),punto 4: “essere stato, per almeno due anni in modo continuativo subagente professionista, intendendosi per tale colui che, con l’onere di gestione, a proprio rischio e spese, dedica abitualmente e prevalentemente, la sua attività professionale all’incarico affidatogli da un agente e che non esercita altra attività imprenditoriale o lavorativa, subordinata od autonoma”.

- Accordo impresa–agenti art. 1, comma 2: “Esso non si applica: ai subagenti comunque denominati, operanti per le agenzie in gestione libera, (anche se gestite interinalmente dalle imprese)”.

Non esiste allo stato attuale una regolamentazione collettiva delle norme relative ai subagenti di assicurazione, pertanto si può fare solo riferimento ai contratti individuali e alle consuetudini di mercato. Per un inquadramento giuridico della figura, è possibile definire il subagente (nella fattispecie, di assicurazioni) un agente che opera in favore dell’agente di livello superiore con l’incarico di promuovere affari per conto dell’agenzia preponente, nonché l’incasso, la sorveglianza, la conservazione, lo sviluppo e l’amministrazione del portafoglio dell’agenzia. Tuttavia, il contratto di agenzia e quello di subagenzia, (quest’ultimo postula la conclusione di contratti di assicurazione soltanto per conto dell’agente, e non anche dell’impresa assicuratrice) rappresentano due distinte fattispecie negoziali, che pur avendo contenuto sostanzialmente identico, si differenziano nettamente con riguardo alsoggetto preponente: l’impresa per il primo caso e l’agentenel secondo. Dal punto di vista dogmatico, tale figura contrattuale appartiene alla categoria dei sub -contratti o contratti derivati, in quanto funzionalmente collegata al contratto principale di agenzia, che ne costituisce il necessario presupposto. A tanto consegue che le somme riscosse dal subagente non entrano nel patrimonio dell’impresa assicuratrice bensì in quello dell’agente–subpreponente (cfr. Cass.civ. sez.III n. 15190/2004). Stante la sostanziale affinità tra le due figure giuridiche, è pacifico in dottrina come in giurisprudenza, che anche per i subagenti, si applichi,in via generale, la normativa codicistica che attiene al contratto di agenzia (artt. 1742 e ss. c.c.), con l’unico limite di compatibilità con la natura assicurativa.

Ne deriva che, in caso di scioglimento del rapporto, il subagente ha diritto all’indennità prevista dall’art. 1751 c.c. (nella nuova formulazione introdotta dal D.Lgs. 303/1991 e dal D.lgs. 65/1999 di attuazione della Direttiva Comunitaria 86/653 sugli agenti di commercio); precisamente, all’atto dello scioglimento del contratto, il preponente è tenuto a versare all’ agente (o subagente) un’indennità –definita indennità di cessazione del rapporto – se ricorrono “congiuntamente” (prima del D.lgs. 65/99 solo alternativamente) le seguenti condizioni: a) l’agente ha procurato nuovi clientio ha sensibilmente sviluppato gli affari con i clientiesistenti, e il preponente riceve, anche successivamente alla cessazione del rapporto, sostanziali vantaggi dagli affari con tali clienti; b) la somma corrisposta appare equa, tenuto conto di tutte le circostanze del caso, e in particolare delle provvigioni che l’agente perde e che risultano dagli affari con tali clienti.

La norma prevede che l’indennità non è dovuta quando il contratto è stato risolto dal preponente per un inadempimento imputabile all’ agente (e quindi subagente) che, per la sua gravità, sia tale da non consentire la prosecuzione anche temporanea del rapporto; oppure quando l’agente sia receduto ingiustificatamente dal contratto; o ancora, quando l’agente, ai sensi di un accordo con il preponente, ceda ad un terzo i dirittie gli obblighi derivanti dal contratto.

Benché la norma individui le condizioni per il diritto alla indennità di cessazione, non vi è tuttavia segnalato alcun parametro per la sua quantificazione (contrariamente a quanto indicato nell’art. 17 dir. comunitaria 86/653), limitandosi semplicemente ad indicare il valore massimo, che è dato dalla “media annuale delle retribuzioni riscosse dall’agente negli ultimi cinque anni” o se il contratto risale a meno di cinque anni, dalla media delle retribuzioni complessivamente riscosse nel periodo in questione.

Con il D.lgs. 303/1991 citato, è stata innovativamente sancita l’inderogabilità delle suddette disposizioni a detrimento dell’agente (subagente) (cfr. Cass. Sez. Lavoro, n. 5827/2002).

Ai subagenti però, non può essere estesa la contrattazione collettiva di diritto comune propria degli agenti dovendosi, per contro, fare riferimento al criterio di equità richiamato dallo stesso art. 1751 c.c.. Essi hanno senz’ altro diritto all’indennità sostitutiva di preavviso e quella di cessazione del rapporto ex artt. 1750 e 1751 c.c.; e questo, coerentemente, attraverso unainterpretazione di carattere più ampio, quindi compatibile con i principi costituzionali. Pertanto, quanto all’indennità di preavviso, per gli agenti, essendo prevista dal codice civile(art. 1750) e rispondente ad un principio vigente non solo nell’ambito del rapporto di lavoro subordinato ma anche in un rapporto di parasubordinazione di stretta affinità con quello degli agenti, ben può sostenersi, in linea generale, che l’art. 1750 c.c. deve trovare applicazione anche per questi ultimi.

Del pari, l’art. 1751 c.c. prevede l’indennità per ogni ipotesi di scioglimento del contratto di agenzia, ed anche il D.gls. n. 303/1991, di attuazione della citata direttiva comunitaria, ha escluso l’indennità in caso di gravi inadempienze o di dimissioni volontariedell’agente (o subagente).(Cass. n. 5577 del 7/ 6 /99).

Illuminante, sul punto, è stata una recente sentenza della Cassazione che ha fatto chiarezza in ordine ai diritti del subagente assicurativo al momento della cessazione del rapporto (Cass. civ. Sezione Lavoro 14 febbraio 2006 n. 3196): premesse, le già citate osservazioni sulla sostanziale coincidenza tra le figure di agente e subagente e la pacifica applicazione (con interpretazione estensiva) della normativa codicistica, la Corte ha precisato che, affinché si concretizzi per il subagente il diritto alla indennità ex art. 1751 c.c., è necessaria la verifica del contributo dell’agente in termini di clientela o di incremento di fatturato ed il permanere, in favore del preponente, di sostanziali vantaggicon i clienti apportati o incrementati, ed inoltre, che il pagamento della indennità sia equo, tenuto conto di tutte le circostanze del caso, in particolare delle provvigioni che l’agente perde e che risultano dagli affaricon tali clienti. Con riferimento ai vantaggi, la Corte afferma che non consistono solo in quelli futuri, che verranno tratti dalla futura attività dell’agente, ma anche in vantaggi di qualsiasi genere, compresi quelli chel’agente consegua nell’ambito della chiusura dei conti relativi al rapporto di agenzia; vi rientrano, quindi, anche tutti quegli importi o maggiori importi che l’agente riceve o dal preponente o dall’agente che subentra a lui nella prosecuzione del rapporto con la Compagnia. Infatti, l’indennità all’agente risente di quanto l’agente ha prodotto nell’implementare il portafoglio che aveva ricevuto in sede di passaggio a lui all’epoca dell’inizio del rapporto ed il portafoglio delsubagente rientra in quello che l’agente restituisce alla Compagnia nel momento della cessazione del rapporto. Ne consegue che gli incrementi di portafoglio della subagenzia, cioè la differenza tra quanto aveva ricevutocome portafoglio dall’agenzia e quanto restituisce alla fine delrapporto, si converte in un incrementodel portafoglio sul quale viene calcolata l’indennità dovuta all’ agente in occasione della cessazione del contratto.

Si può dunque affermare che la quantificazione, in ogni singolo caso, viene effettuata secondo un criterio di proporzionalità ( rectius meritocrazia) con l’apporto del subagente.

A completamento del discorso, non può omettersi una imprescindibile notazione: con l’adeguamento alla direttiva comunitaria 86/653, l’indennità di fine rapporto è diventata una delle questioni più rilevanti nella disciplina contrattuale d’agenzia, sia sotto il profilo economico ma soprattutto sotto il profilo della certezza del diritto in termini di concreta quantificazione della stessa.

Come già precisato, il nuovo testo dell’art. 1751 ha previsto, in linea con la direttiva, un limite massimo all’ indennità di fine rapporto (media degli ultimi cinque anni), ma contrariamente a quanto indicato all’art. 17, non è stato inserito in maniera esplicita, alcun concreto criterio di calcolo della suddetta indennità. Questa lacuna normativaha consentito agli accordi economici di tentare di indicare criteri di calcolo ed ha permesso alle parti socialidi agire con ampia libertà. Così, il problema della quantificazione dell’indennità di fine rapporto, ha visto susseguirsi un nutrito numero di pronunce contrastanti della giurisprudenza di merito e di legittimità che hanno seguito due opposti indirizzi con altrettante diverse giustificazioni. Questo stato di incertezza ha indotto la Corte di Cassazione a rimettere alla Corte di Giustizia della Comunità Europea (con ordinanza interlocutoria n. 20410/2004) la questione interpretativa connessa alla validità rispetto agli artt. 17 e 19 dir. 86/653, dei criteri di quantificazione della indennità di fine rapportoindicati negli accordi collettivi italiani di diritto comune(1992 e 2002 -settore commercio).La CGCE, con la pronuncia del 23 marzo 2006, ha stabilito una serie di punti fermi dai quali non potrà prescindersi, né in sede giurisprudenziale né legislativa per la futura regolamentazione della problematica e sebbene, come già precisato, la contrattazione collettiva non riguardi i subagenti, comunque, i principi enunciati dalla Corte di Giustizia, valgono pienamente anche per questi ultimi.

Ne è emersa, in sostanza, una implicita valutazione negativa della soluzione accolta dagli A.E.C. del 1992in quanto l’art. 19 della direttiva, consente alle parti di calcolare l’indennità di fine rapporto, in base ad un accordo economico che preveda criteri diversi di calcolo, purché il risultato sia tale da garantire all’agente una indennità pari o superiore a quella che risulterebbe dall’applicazione dell’art. 17.Tralasciando le problematiche, non rilevanti in questa sede, specificamente connesse alla validità degli A.E.C., è emerso in sintesi, il carattere imperativo della direttiva, sotto il profilo della tutela dell’agente dopo l’estinzione del contratto, che si estrinseca in una sorta di applicazione necessaria degli artt. 17 e 18.L. art. 17 della direttiva prevede, anche se in via generale, un criterio di quantificazione dell’ indennità di fine rapporto, costituito dalla “misura in cui” si riscontrino esistenti le medesime condizioni previste ed elencate nell’art. 1751 c.c.: a) apporto e sviluppo di clientela da parte dell’agente; b) sostanziali vantaggi per il preponente anche dopo la cessazione del rapporto, c) rispondenza ad equità della corresponsione.Il giudice nazionale, dunque, nella quantificazione della indennità non potrà essere svincolato dall’osservanza dei requisiti di incremento di clientela e di fatturato e di un sistema di calcolo che sia ad essi strettamente correlato. Pertanto, l’unico metodo di comparazione che assicuri la finalità incentivante della direttiva, sarà quello effettuato in concreto dopo la cessazione del rapporto. Questa è la esatta vincolante interpretazione dell’art. 1751 letto in chiave europea. Questi principi sono stati pienamente recepiti dalla Corte di Cassazione, in due recenti pronunce ( n. 21301 e n. 21309 del 2006) che ha affidato al giudice di merito il compito di elaborare criteri di quantificazione che, con la valorizzazione del principio di equità, consentano l’attuazione pratica dell’art. 1751 c.c. esercitando dunque, il suo potere discrezionale nel rispetto del regime imperativo di cui all’art. 17 della direttiva 86/653.


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