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Legge fallimentare: estensione del fallimento di societa’ di capitali a societa’ di persone

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Pubblicato da : Dott. Sauro Renzi

Data: 18/08/2007

L' Art. 147 del Regio Decreto 16 marzo 1942, n.267 ( in Gazz. Uff., 6 aprile, n.81. suppl ) come noto disciplina l'istituto del fallimento dei soci illimitatamente responsabili delle società costituite, ex Art. 131 del D.Lgs. 9 gennaio 2006, n.5, secondo uno dei tipi regolati nei capi III, IV e VI del titolo V del libro quinto del Codice Civile, ovvero Società in Nome Collettivo, in accomandita semplice e per azioni.

La procedura di fallimento investe storicamente i plures mercatore unam mercantiam gerentes sia nella fase della dichiarazione di fallimento della società, sia successivamente, qualora a norma del quarto comma del medesimo articolo risulti l'esistenza di altri soci illimitatamente responsabili.

A prima vista, dunque, non par dubbio che per le società di capitali la qualifica di imprenditore compete soltanto alla società e solo essa può essere dichiarata fallita.

Nella quotidiana realtà, spesso però, vengono costituite società di capitali senza che ci si curi di rispettare le “regole del giuoco”, con l'unico scopo di giovarsi del beneficio della responsabilità limitata attraverso lo schermo della “ persona giuridica “ per l'esercizio di un'impresa collettiva.

Si dà vita così ad una commistione di affari per l'esercizio di una o più attività, attraverso società di capitali e di persone riconducibili agli stessi soci, altresì provvedendo alle esigenze delle diverse entità con risorse di volta in volta reperite ora nell'uno, ora nell'altro soggetto coinvolto dall'interesse comune: la persona giuridica, la società di persone o la persona fisica.

A tal proposito si sono accesi vivaci dibattuti ed orientamenti dottrinali e giurisprudenziali tesi a configurare la figura dell'imprenditore cui imputare l'attività di impresa svolta dalla società o dalle società e dalle persone fisiche per individuarne la responsabilità per debiti delineando a volte l'esistenza di una struttura di fatto sovraordinata o collaterale a quella della società di capitali per la ricerca di elementi che permettano l'esercizio effettivo della tutela prevista dall'art.2740 c.c. agganciato sistematicamente all'art. 147 L .F., in ipotesi di abuso dello strumento della società di capitali e dunque di necessario coinvolgimento con tutto il suo patrimonio di chiunque abbia fatto debiti con lo schermo della personalità giuridica e dell'autonomia patrimoniale perfetta accordata dalla Legge alle società di capitali.

D'oltralpe,la giurisprudenza francese, peraltro, sin dalla metà degli anni 30, aveva affermato l'assoggettabilità a fallimento del maitre de l'affaire, sancendo per legge, nel 67,la responsabilità illimitata di chi disponesse di beni sociali come fossero beni propri.

Ma tale impostazione, della responsabilità illimitata e della fallibilità del cd. “socio tiranno “, seppure suffragata da autorevole dottrina e sostenuta da una parte della giurisprudenza di merito, non ha avuto medesima fortuna nel ns. paese.

I Giudici della ns. Suprema Corte di Cassazione, infatti, hanno per lungo tempo inquadrato le diverse vicende sottoposte al loro vaglio non già sul piano della responsabilità per debiti, ma su quello della responsabilità per danni sia verso la società che verso i creditori sociali ex art. 2392,2394,2476 c.c..

D'altronde,l'ipotesi di un solo soggetto giuridico, intendendo una sola, vera società in luogo di due apparenti significa necessariamente ritenere la simulazione di queste ultime,in contrasto con il principio, più volte affermato dalla Suprema Corte, secondo cui non è configurabile la simulazione di una società di capitali iscritta nel registro delle imprese ( Cass. Civ., sez.I,17 novembre 1992,n.12302; Cass. Civ., sez.I, 14 maggio 1992, n. 5735).

L'orientamento consolidato e largamente maggioritario, della giurisprudenza, pertanto, ha dichiarato inammissibile la partecipazione di una società di capitali ad una società di persone (regolare o di fatto), in tal senso Cass. Sez. Unite, 17 ottobre 1988 n. 5636, talché l'evoluzione giurisprudenziale ha portato alla configurazione di un rapporto di collateralità fra società.

Si è sostenuto nelle more di questa evoluzione, tra le altre, Cass. Civ. sez.I, 10 agosto 1990, n.8154, che “ l'iscrizione di cui all'art.2330 c.c. e la perfetta autonomia patrimoniale che vi inerisce comportano l'esclusiva imputabilità alla società degli atti compiuti e dell'attività svolta in suo nome e delle relative conseguenze patrimoniali passive”, anche dopo che è stata espressamente prevista l'assunzione, da parte di società per azioni, di partecipazioni in altre imprese con responsabilità illimitata per le obbligazioni delle stesse (art.2361, 2° comma .c.c. , come sostituito dall'art.1 del D.Lgs. 17 gennaio 2003, n.6).

Ma poiché in tema di rapporti fra società la valutazione del fatto deve essere correlata alla valutazione giuridica delle conseguenze che al fatto medesimo accedono,ovvero all'abuso dello strumento della società di capitali con l'inaccettabile immunità, giocoforza, derivante dalla semplice iscrizione nel registro delle imprese, si è considerata configurabile una holding o una impresa collaterale nell'ipotesi limite in cui l'impresa personale presenti elementi materiali di identità con l'impresa di capitali e dunque obiettiva attitudine a perseguire utili economici per il gruppo o per le sue componenti quale impresa a latere di controllo e di gestione come pure di finanziamento o operativa, tanto da giustificare l'estensione ai sensi dell'art. 147 L .F. 4° comma di guisa che si delinei un'attività economica soggetta alla procedura di fallimento, in tal senso Cass. Civ., 26 febbraio 1990, n. 1439 e, da ultimo, Cass. Civ., 13 marzo 2003, n. 3724.

In conclusione,quindi, quando, sussistono elementi quali:

•  la costituzione di ipoteche volontarie su immobili di proprietà del soggetto a latere, sia esso persona singola o gruppo di persone o altresì società, a garanzia di crediti vantati dal ceto creditorio nei confronti anche della società di capitali;

•  il pagamento di forniture fatte alla società di capitali per ingenti importi con assegni emessi tratti su conti correnti del soggetto a latere;

•  l'esistenza di rilevanti importi provenienti dal soggetto a latere utilizzati dalla società di capitali per pagare debiti propri o per incrementare la cassa contanti;

•  l'esistenza di pagamenti eseguiti dalla società di capitali a soddisfacimento di debiti del soggetto a latere;

•  la commistione tra i conti correnti bancari del soggetto a latere, della società di capitali e le operazioni contabili di quest'ultima;

ben può dirsi che l'attività economica da luogo a possibilità di responsabilità cumulative rendendo ammissibile che al fallimento della società di capitali acceda il fallimento del soggetto collaterale, in quanto anch'egli insolvente in proprio, per arginare fenomeni di abuso della personalità giuridica da parte di imprese sia individuali o collettive, regolari o di fatto, che agiscono raccordandosi ad una impresa di capitali tanto da poter essere qualificati plures mercatore unam mercantiam gerentes.


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