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La devianza minorile

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Pubblicato da : Avv. Rosalia Conforti

Data: 05/08/2007

La devianza minorile è da sempre un fenomeno complesso e multiforme le cui definizioni, letture ed interpretazioni possono essere molteplici.

Generalmente si definisce la devianza quell'insieme di comportamenti che infrangono il complesso dei valori che, in un dato momento storico e in un determinato contesto sociale, risultano validi e fondanti in base alla cultura del gruppo sociale dominante. Non esiste una visione univoca del concetto di devianza, il quale ha assunto nel tempo significati e valenze molteplici. La nozione di devianza – utilizzata per la prima volta negli Stati Uniti, intorno agli anni Trenta, al fine di ricomprendere in un unico concetto una serie di problemi sociali – è stata introdotta in Italia negli anni Sessanta e utilizzata per superare classificazioni troppo rigide e troppo cariche di valenze fortemente negative come quelle di pazzia o di criminalità.

Indipendentemente dall'orientamento teorico si può, comunque, affermare che la devianza si pone nei confronti della criminalità in rapporto di genere a specie, e ricomprende tutti quei fenomeni sociali che si pongono in contrasto con quelle norme, non solo penali, che consentono ad una comunità umana di realizzare le comuni finalità integrative e di svilupparsi ulteriormente 1.

La devianza esprime un disagio che scaturisce dalla carenza di un efficace scambio relazionale tra gli attori di un medesimo sistema sociale.

Nella società odierna, dunque, caratterizzata dal cambiamento dei valori, da un fragile tessuto affettivo e solidale, il fenomeno della devianza sembra assumere una posizione peculiare all'interno della condizione adolescenziale, in cui il soggetto è investito da molteplici aspettative sociali ed evolutive. L'adolescenza, infatti, è caratterizzata dalla presenza di numerose ambivalenze quali il desiderio di autonomia ed il bisogno di protezione, il conformismo e la ribellione, il rifiuto del passato infantile e l'agire con comportamenti immaturi, la dicotomia fra progettualità e passività.

In questa direzione il disagio può manifestarsi con e attraverso la commissione di un reato, che diviene uno strumento di comunicazione, espressione di un malessere del percorso evolutivo, di crescita dell'adolescente e di carenze nell'ambito del suo microsistema sociale, del suo mondo vitale 2.

Così come rilevato in altri Paesi, anche in Italia la devianza minorile assume connotazioni e caratteristiche diverse a seconda degli ambiti territoriali di riferimento e aree geografiche. Negli ultimi anni la localizzazione della devianza minorile si è strutturata nel seguente modo:

- nelle regioni del nord e del centro Italia sono concentrati i minori stranieri;

- nel sud vi sono minori italiani portatori soprattutto di condizioni socioeconomiche di emarginazione;

- diffusi territorialmente e trasversalmente sono i minori con situazioni di malessere e disagio sopra ricordati.

La spiegazione del fenomeno della devianza minorile non va cercato indagando sulle cause generatrici di comportamenti asociali o antisociali 3. Appare, infatti, chiaramente smentito dall'esperienza una sorta di determinismo causale, secondo cui a certe condizioni individuali o sociali del soggetto, necessariamente debba corrispondere una situazione di devianza. Secondo Bertolini “ ciò che conduce un minore a mettere in atto forme di comportamento antisociale non è una sua strutturale affinità con questo genere di azioni, .... quanto un'affinità soggettivamente costruita in funzione dell'attribuzione di un certo significato al mondo che lo circonda, alle azioni che compie o alla sua affiliazione ad un determinato gruppo o modello di vita deviante” .

Va sempre di più emergendo, dunque, la consapevolezza di prendere maggiormente in considerazione il soggetto deviante, la sua individualità, la sua sia pur relativa autonomia, rispetto alla situazione esistenziale in cui si trova, la sua capacità di reagire ed interagire alle oggettive condizioni di vita.

Vari nel tempo, connotati anche sulla base delle diverse teorie sulla devianza, sono stati gli interventi nei confronti della devianza minorile 4.

Ed invero.

Negli anni Trenta, poiché si valorizzavano le componenti intellettive e volitive del comportamento, misconoscendo le varie istanze emotive e le complesse strutture caratteriali che variamente condizionano gli atteggiamenti e le scelte dell'individuo, predominava un'azione correttiva della coscienza e della volontà, basata su sistemi chiusi e fortemente disciplinari. In tal senso, l'art. 25 della legge istitutiva del Tribunale per i Minori, prevedeva l'internamento in un riformatorio per corrigendi del minore e l'art. 68 del regolamento delle case di rieducazione definiva come finalità dell'insegnamento scolastico, “ il far conoscere al minore quale sia stato l'errore commesso e come egli possa tornare degnamente tra i buoni cittadini ”.

Negli anni Cinquanta, lo sviluppo degli studi psicologici, psichiatrici e sociologici porta ad indagare le vicende personali e familiari del soggetto alla ricerca della cause della condotta posta in essere, venendo così ad interpretare il comportamento irregolare del minore come sintomo di un disagio personale la cui azione di recupero punta sulla ricostruzione dell'affettività del soggetto. Strumenti privilegiati di questa azione sono “il focolare” o i “gruppi famiglia” all'interno degli istituti 5.

Verso la fine degli anni Sessanta, viene rilevata l'artificiosa separazione tra osservazione e trattamento cui consegue l'apertura degli istituti dando maggiore sviluppo all'osservazione compiuta in libertà dal servizio sociale: da ciò il trasferimento, ancor oggi esistente, di tutte le funzioni rieducative e recuperative agli enti locali e ai loro servizi.

V'è tuttavia da rilevare che tale opportuno passaggio e l'inevitabile conseguenza della mancanza di un centro di elaborazione culturale sul problema della devianza e del suo trattamento, ha portato ad interventi scoordinati, sporadici, e spesso meramente formali dovuti principalmente al fatto che non esiste, neppure in via embrionale, una metodologia di intervento generale ed unitaria. Sulla base di quanto sopra è possibile trarre alcune considerazioni.

Il problema del ragazzo deviante è sicuramente un problema psicologico e sociale ma è principalmente un problema pedagogico. Di contro, oggi, si assiste ad una caduta di attenzione su questo versante, la cui colpa non è solo della società che privilegia l'istruzione sull'educazione e l'informazione sulla formazione, ma anche la scienza pedagogica che è divenuta, tranne poche eccezioni, più tecnica della comunicazione che riflessione sui contenuti da comunicare.

La manipolazione educativa, la supervalutazione dello spontaneismo, accompagnati dall'eccessivo attivismo dei servizi che moltiplicano il loro fare, prospettando al ragazzo solo una molteplicità di attività, ha portato all'attuale incapacità di offrire al ragazzo strumenti idonei per uscire dalla situazione di difficoltà.

È indispensabile, dunque, un aiuto che non resti alla superficie o alla periferia della persona, ma che valorizzi le positività di cui ogni essere umano è portatore e ne stimoli un'opera personale di costruzione e di crescita, che attivi relazioni pedagogicamente valide con adulti significativi e mostri così, che possono esistere modelli di integrazione sociale da seguire perché soddisfacenti. Si tratta, dunque, di innescare un processo riabilitativo che passi attraverso fasi diverse: comprendere la visione del mondo del minore, mettere in crisi la sua visione del mondo e ristrutturarne una nuova, aiutare il soggetto a costruire un vero e proprio “ ottimismo esistenziale ” attraverso la proposta di molteplici interventi e attività che possano dilatare il suo campo di esperienza, educarlo all'intersoggettività 6.

LA DEVIANZA NON PENALMENTE RILEVANTE E GLI INTERVENTI DI RECUPERO

Diffuse sono le forme di devianza che, se non si esprimono in comportamenti penalmente sanzionati, sono ugualmente distruttivi della personalità individuale e della convivenza sociale. Va aumentando, per esempio, nel nostro Paese, la prostituzione maschile e femminile, anche nella fascia di età preadolescenziale, così come in forte incremento è la violenza nelle scuole e negli stadi e il fenomeno dei comportamenti autodistruttivi (suicidi, “giochi di morte”).

In tali casi e, nel caso in cui pur configurandosi reati, si sia ritenuto dal Giudice non possibile o non opportuno il ricorso a misure penali (non imputabilità dell'infraquattordicenne, non maturità del minore infraquattordicenne, opportunità di rinuncia all'irrogazione di una sanzione penale) possono essere assunte dal magistrato minorile misure di recupero che l'ordinamento giuridico definisce rieducative .

Ed invero.

La legge istitutiva del Tribunale per i Minorenni 7 ha previsto accanto alla competenza civile ed alla competenza penale del T.M., anche una competenza che è stata definita competenza amministrativa. L'art. 25 del r.d. statuisce che “ quando un minore degli anni 18 dà manifeste prove di irregolarità della condotta o del carattere, il Procuratore della Repubblica, l'ufficio di servizio sociale minorile, i genitori, il tutore, gli organismi di protezione e di assistenza dell'infanzia e dell'adolescenza possono riferire i fatti al Tribunale per i minori il quale, a mezzo di uno dei suoi componenti all'uopo designato dal presidente, esplica approfondite indagini sulla personalità minorile e dispone con decreto motivato una delle seguenti misure: 1) affidamento del minore al servizio sociale; 2) collocamento in una casa di rieducazione o in un istituto medico-psico-pedagogico”.

La formula legislativa usata dal legislatore, all'art. 25 della legge minorile, secondo cui le misure rieducative possono essere disposte solo nei confronti dei minori che diano “ manifeste prove di irregolarità della condotta o del carattere ”, è stata oggetto di interpretazioni onnicomprensive e dilatate poiché troppo generica nel suo contenuto. I giudici hanno interpretato la formula nel senso che l'irregolarità della condotta debba intendersi come un quadro comportamentale dal quale emerge, senza alcun dubbio, una grave difficoltà di seguire i ritmi della crescita attraverso comportamenti regressivi e dimostrativi di un rifiuto ad aderire al principio di realtà e di un abbandono alle seduzioni dell'onnipotenza infantile o alla false sicurezze connesse a forme di dipendenze proprie dell'età infantile 8.

L'accertamento della sussistenza dei presupposti sostanziali per l'irrogazione di una misura rieducativa e la scelta della misura più rispondente alle esigenze del minore viene effettuata, secondo il disposto legislativo, dal componente del Tribunale designato dal Presidente, che in realtà, svolge tali compiti avvalendosi dell'indispensabile collaborazione dei servizi.

La prima misura prevista è l'affidamento al servizio sociale che, a seguito del d.p.r. 616, deve essere il servizio sociale dell'ente locale. Tale misura non comporta la necessità per l'affidatario di svolgere una funzione di custodia del minore, provvedendo al suo mantenimento, istruzione ed educazione, bensì significa realizzare un programma rieducativo sul cui svolgimento il servizio deve vigilare, ponendo accanto al ragazzo una figura adulta e responsabile che, con comprensione e autorità, segua continuativamente il ragazzo aiutandolo in un cammino di ricostruzione di personalità.

La seconda misura del collocamento in una casa di rieducazione o in un istituto medico- psico-pedagogico è oramai praticamente disapplicata, in quanto con il trasferimento all'ente locale degli interventi in favore dei minori soggetti a provvedimenti dell'autorità giudiziaria nell'ambito della competenza amministrativa (art. 23 d.p.r. 616), il Ministero di grazia e giustizia ha soppresso, a far data dal 1 gennaio 1978, tutti gli istituti di rieducazione e ha disdetto tutte le convenzioni che erano state contratte con enti pubblici o privati 9.

Nonostante le critiche da più parti rivolte alla competenza rieducativa del T.M e la proposta di utilizzare nei confronti della devianza esclusivamente le misure civili attualmente previste dal codice, va detto che tale funzione rieducativa deve essere svolta non tanto per realizzare una tutela della collettività della devianza, quanto essenzialmente per rimuovere quelle situazioni di disagio esistenziale e di insufficiente sviluppo evolutivo che il ragazzo esprime proprio attraverso comportamenti devianti.

#autore#


Note:

1 V. TOMEO, Dalla devianza al conflitto: verso una dissoluzione del concetto di devianza?, in Soc. del diritto, 1979,, n.1/2.

2 De Piccoli N., Faretto AR, Zaltron F., Norme e agire quotidiano negli adolescenti , Bologna, Il Mulino, 2001.

3 Secondo BERTOLINI, “ l'esigenza di spiegare il fenomeno del disadattamento minorile si è sviluppata all'interno di un paradigma eziologico. Dall'investigazione ottocentesca sul determinismo climatico e fisiologico, sull'ereditarietà del delitto, sugli indizi fisiognomici del criminale fino al più recente, ma spesso implicito determinismo socioculturale, la ricerca di una spiegazione causale, completa, rigorosa e possibilmente predittiva ha attraversato la riflessione sociale sul fenomeno, lasciando tracce profonde sul piano del senso comune e del sapere condiviso”, in Ragazzi difficili, Firenze, 1993.

4 LA GRECA, La devianza minorile: evoluzione delle interpretazioni e degli interventi , in CUOMO, LA GERCA, VIGGIANI, (a cura di), Giudici, psicologi e delinquenza minorile , Milano, 1982.

5 Con la legge n. 888 del 1956 “i riformatori per corrigendi” si trasformano in “case di rieducazione” che vengono progressivamente ridotte di capienza e aperte verso l'ambiente esterno.

6 A.C. Moro, Manuale di diritto minorile, Zanichelli, Bologna, 2006, 448 e segg.

7R.d.l. 20 luglio 1934, n. 1404, modificato con legge 25 luglio 1956, n. 888.

8 V. MEUCCI, SCARCELLA, La tutela dei diritti del minore, Roma, 1984,88.

9 V. PELLICCIA, Situazione degli istituti minorili dopo l'entrata in vigore del d.p.r. n. 616, in Esper. , 1978, F .1.


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