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Violenza sessuale anche se la vittima indossa i jeans

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Pubblicato da : Dott.ssa Cesira Cruciani

Data: 21/07/2008

E’ sempre violenza anche se la vittima indossa i jeans.

Cassazione, sezione III penale, sentenza del 21 luglio 2008, n. 30403

Non possono essere considerati un ostacolo ad una violenza sessuale, l’indossare pantaloni stretti ed   aderenti. Lo rileva la Cassazione nella sentenza del 21 luglio 2008, n. 30403, sez. III penale, confermando la condanna alla pena (sospesa) di un anno di reclusione inflitta ad un uomo dalla Corte d’appello di Venezia per violenza sessuale. L’imputato aveva, “compiuto con violenza atti di libidine” nei confronti della figlia della sua compagna, “toccandola sul seno, sui fianchi, sul sedere e nelle parti intime, entrando con le mani sotto i pantaloni della donna”.

L’uomo contro la condanna si era rivolto alla Suprema Corte, spiegando che “indossando dei jeans la ragazza ed essendo seduta”, era “impossibile” infilare una mano sotto i pantaloni da lei indossati toccandole le parti intime.

La Cassazione ha rigettato il ricorso, osservando che “il fatto che la ragazza indossasse pantaloni di tipo jeans non era ostativo al toccamento interno delle parti intime, essendo possibile farlo penetrando con la mano dentro l’indumento, non poteva essere paragonabile ad una specie di cintura di castità”.

La Sezione III penale, ha così confermato una dottrina che saggiamente prende le distanze dalla discussa sentenza n. 1636 del 1999, quando uno stupratore fu assolto perché la vittima indossava i jeans. I giudici all’epoca rilevarono che “i jeans non possono essere sfilati nemmeno in parte se chi li indossa non dà una fattiva collaborazione”. Aggiungendo che è impossibile togliere i jeans a una donna che si oppone “con tutte le sue forze”, dato questo di “comune esperienza”.

La sentenza suscitò nel mondo politico e giudiziario la giusta indignazione, la stessa Cassazione prese subito le distanze da quel verdetto con tutti gli accorgimenti tecnici per far sì che la sentenza n. 1636 rimanesse un caso isolato.  L’orientamento fu parzialmente corretto nel novembre dello stesso anno in una sentenza (n. 13070/1999) dove si precisava che la testimonianza di una donna che asserisce di aver subito uno stupro “non può essere messa in dubbio perché lei indossava i pantaloni e per esserseli sfilati”.

Queste sentenze così lunghe e spesso contraddittorie, mortificano la dignità delle donne che affrontano processi interminabili, e che vengono spesso scrutate come se fossero compartecipi.


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