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Timbratura cartellino presenze: falso ideologico e truffa

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Pubblicato da : www.iussit.it

Data: 28/04/2008

Falso ideologico - Truffa
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Falsa timbratura del cartellino segnatempo – esclusione di entrambi i reati in assenza della apposizone della doppia firma sul retro del cartellino e sul registro delle presenze
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[Tribunale Penale di Nola, Giudice Monocratico Dr.ssa Diana Bottillo, sentenza del 28 aprile 2008]
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(massima a cura dell’ Avv. Angelo Pignatelli)

FALSO IDEOLOGICO

Falsità commessa mediante timbratura del cartellino marcatempo attestante l’ingresso in servizio del dipendente presso l’ufficio di polizia municipale – esclusione del delitto di falso in caso di omessa apposizione della firma del dipendente sul retro del cartellino attestante la propria entrata in servizio, unitamente alla apposizione della sigla del predetto dipendente sul registro delle presenze istituito presso l’ufficio e custodito dalla segreteria del comandante;

TRUFFA

Esclusione altresì del delitto di truffa per la palese inidoneità della falsa attestazione della propria presenza in ufficio provata dalla sola timbratura sul cartellino segnatempo, a conseguire il suo scopo doloso, ovverosia garantire all’imputato la liquidazione delle competenze e degli emolumenti dovuti per il turno espletato in modo fittizio.

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[Tribunale Penale di Nola, Giudice Monocratico Dr.ssa Diana Bottillo, sentenza del 28 aprile 2008]

TRIBUNALE DI NOLA

(…)

SENTENZA

(…)

MOTIVAZIONE

Con decreto emesso in data 29/03/2003 il Giudice per le Indagini Preliminari disponeva il rinvio a giudizio nei confronti di Tizio dinanzi al Giudice monocratico presso il Tribunale di Nola per rispondere dei reati in rubrica.

Instaurato il dibattimento, all’udienza del 6/06/2005, presente l'imputato, il Giudice, dopo il controllo sulla regolare costituzione delle parti, esaurite le questioni preliminari, dichiarava aperto il dibattimento e pronunciava l’ordinanza di ammissione delle prove documentali e testimoniali. Rinviato il processo ed acquisita documentazione pertinente ai fatti per cui è processo (cartellino marcatempo e registro presenze presso il comando polizia municipale di XXXX), all’udienza del 21/05/2007 venivano esaminati i testi della lista del Pubblico Ministero P. e C.. Su consenso delle parti ex art.493 c.p.p., si dava lettura dei verbali di sommarie informazioni testimoniali rese dai testi C. e Ca. in data 19.05.2004 e 5.05.2004. Rinviato il processo per l’ulteriore istruttoria, alle successive udienze si esaminavano i testi E. e G., nonché i testi della difesa M. e I.. All’udienza del 28/04/2008 veniva disposto il confronto ex art.211 c.p.p. tra i testimoni esaminati G. e M.. Stante l’assenza dell’imputato, si dava lettura delle dichiarazioni rese in sede di interrogatorio delegato in data 16.12.2003 ed in sede di convalida dell’arresto in data 1/12/2003.

Terminata l'istruttoria, dichiarata l'utilizzabilità degli atti del fascicolo, le parti rassegnavano le rispettive conclusioni in epigrafe trascritte.

All’esito della camera di consiglio, il Giudice dava pubblica lettura del dispositivo di sentenza.

Osserva il Giudicante che le risultanze processuali non sono idonee a sostenere la penale responsabilità dell'imputato per l'ascritto.

Ed invero, sulla scorta delle fonti di prova acquisite (verbali irripetibili di arresto e sequestro; documentazione consistente nel cartellino marcatempo e registro presenze presso il comando polizia municipale di XXXX del giorno 27.11.2003; verbali di s.i.t. e testimonianze rese da P. e C., in servizio, all’epoca dei fatti, presso il Comando Polizia Municipale di XXXX, Ca., responsabile ufficio ragioneria del Comune di XXXX ; testimonianze rese dai verbalizzanti di P.G. E. e G., all’epoca dei fatti in servizio presso la stazione dei Carabinieri di Zzzz; deposizioni rese dai testi della difesa M. e I.; dichiarazioni rese dall’imputato in sede di interrogatorio delegato in data 16.12.2003 ed in sede di convalida dell’arresto in data 1/12/2003), il fatto storico può essere così brevemente ricostruito.

In data 27/11/2003, personale militare della Stazione C.C. di Zzzz, nell’ambito di un’attività investigativa in materia di rifiuti sanitari speciali, effettuò un sopralluogo verso le ore 11,00 presso la ditta E. sita in XXXX, via P.. Durante l’espletamento del servizio finalizzato alle verifiche di competenza, alle ore 12,45 circa, si presentava presso la sede della ditta tale Tizio il quale, qualificatosi previamente come vigile urbano in servizio presso il Comando Polizia Municipale di XXXX, giustificava la propria presenza presso la sede in quanto socio di capitale della predetta azienda. Il tizio restava presso i locali della ditta per tutto il tempo dell’attività investigativa. Alle ore 14,30, attesa la presenza continuativa del vigile urbano presso la ditta, il comandante della pattuglia decideva di verificare telefonicamente se lo stesso fosse in pari data in servizio presso il comando di polizia municipale, ricevendo risposta affermativa, ovverossia che il Tizio risultava in servizio con turno dalle ore 14,00 alle ore 20,00. Immediatamente, alcuni agenti della pattuglia si recavano presso il Comando Polizia Municipale di XXXX, mentre altro personale restava in sede con il Tizio e i dipendenti della ditta. Ivi giunti, chiedevano all’agente C., responsabile del servizio viabilità, di visionare il registro delle presenze del 27/11/2003, accertando che effettivamente il Tizio risultava in servizio dalle ore 14,00 alle ore 20,00. Si verificava quindi il cartellino marcatempo constatando che lo stesso era stato marcato da ignoti e risultava timbrato l’ingresso del Tizio alle ore 14,01 del 27/11/2003, ancorché il vigile urbano si trovasse presso la sede della società E. presso cui era in atto l’attività di P.G. Il Maresciallo G. restava in sede con il Tizio ed i dipendenti della ditta. Il teste ha dichiarato che i colleghi si portarono presso il Comune dopo le 14,00 e rientrarono presso la ditta tra le 15.00 e le 16.00. Durante la permanenza presso i locali della ditta, notava il Tizio effettuare una telefonata con il proprio cellulare intorno alle ore 15,00 e dire all’interlocutore di essere messo in licenza per quella giornata. Sebbene il Tizio non avesse palesato l’intenzione di allontanarsi dalla sede della società, dichiarava il teste di aver comunque poi ricevuto l’ordine telefonico dai colleghi che si erano portati presso il Comune di non far allontanare il Tizio dalla ditta e di non farlo conversare con estranei, cosa che fece quando si presentò una persona che voleva parlare con lui.

I testi della difesa I. e M. (udienza del 28/04/2008), dipendenti della ditta E., hanno precisato che, all’atto dell’intervento della P.G., gli stessi furono invitati a restare in una sala della sede della ditta in attesa dell’espletamento di tutte le operazioni senza possibilità di allontanarsi, compreso il Tizio il quale, peraltro, trattandosi di un socio della ditta, si era presentato in sede a conoscenza della presenza dei carabinieri preannunciata la sera prima dall’intervento dei militari presso la ditta.

Dal confronto tra i testi esaminati in merito a tale circostanza (cfr.sul punto deposizioni del teste di P.G. G. e del teste M.) è emerso che in effetti, pur non essendovi un ordine formale impartito ai soci e dipendenti presenti presso la ditta di non allontanarsi dalla sede, di fatto gli stessi erano stati sistemati in una sala ed invitati a restare in loco in attesa dell’espletamento dell’attività di verifica e fino a diverso ordine della P.G. operante, senza infine facoltà di parlare con terzi estranei.

Alla luce di quanto emerso, la P.G. procedeva al sequestro del registro delle presenze del 27.11.2003 e del cartellino marcatempo, nonché all’arresto del Tizio per i reati di cui agli artt.479 e 56-640 c.p (l’imputato veniva rimesso immediatamente in libertà dal P.M.).

Il teste C. (udienza del 21/05/2007 e verbale di s.i.t. del 19.05.2004), agente di polizia municipale in servizio presso il Comune di XXXX, riferiva che il giorno 27.11.2003, il collega Tizio avvisò telefonicamente l’ufficio verso le ore 14,00 del suo ritardo a causa di un contrattempo. Successivamente, alle ore 15,00, comunicava la propria impossibilità di raggiungere l’ufficio per un impedimento e chiedeva quindi di essere collocato in licenza di talchè non si presentò affatto presso l’ufficio. Con riferimento alla timbratura del cartellino, precisava il teste che il raccoglitore dei cartellini ed il relativo apparecchio marcatempo si trovano nel corridoio dell’ufficio al quale hanno accesso non solo i vigili urbani, ma anche altro personale ed in particolare, i volontari del servizio scolastico i quali sono egualmente tenuti a timbrare ciascuno il proprio cartellino. Non erano inusuali errori nella marcatura dei cartellini i quali erano collocati senza un ordine alfabetico nel raccoglitore comune. Pertanto, si era già verificato in passato che qualcuno, per errore o distrazione, prelevava il cartellino di altro dipendente e vi effettuava la timbratura, ciò che accadeva in particolar modo da parte dei volontari addetti al servizio scolastico, persone solitamente anziane. Precisava, infine, il teste che, in ogni caso, per attestare la presenza in servizio, oltre alla marcatura, occorreva siglare l’ordine di servizio giornaliero ove sono riportati i nominativi di tutti i dipendenti del Comando Vigili Urbani con la fascia oraria di servizio ed i relativi compiti. Analoga affermazione rendeva il teste P. (udienza del 21.05.2007), all’epoca dei fatti dirigente del Comando Polizia Municipale di XXXX il quale confermava che la presenza in servizio del vigile urbano veniva attestata in modo esaustivo dalla marcatura sul cartellino nel cui retro veniva apposta la firma all’atto dell’ingresso e dalla apposizione di altra firma sul registro delle presenze in cui erano riportati i nominativi di tutti i vigili urbani e le loro competenze, custodito presso la segreteria del comando. Con riferimento alla assenza del Tizio dal servizio, precisava che il giorno 27/11/2203 il Tizio avvisava telefonicamente l’ufficio del proprio ritardo e del suo impedimento e, pertanto, nella sua qualità di comandante, autorizzava l’assenza del vigile urbano dall’ufficio.

Relativamente al conteggio degli emolumenti spettanti ai vigili urbani, sulla scorta di quanto chiarito da C. (verbale di s.i.t. del 5/05/2004), allora responsabile dell’ufficio ragioneria del Comune di XXXX e dal teste P., all’epoca Comandante della Polizia Municipale di XXXX, le voci accessorie dello stipendio connesse alla turnazione, allo straordinario, alla reperibilità ed altro, sono determinate direttamente dal responsabile del servizio di appartenenza del dipendente il quale invia una determina dirigenziale all’ufficio Ragioneria per la liquidazione. Del pari, le eventuali assenze non giustificate che comportano una decurtazione dello stipendio sono segnalate sempre dal responsabile del servizio di appartenenza del dipendente. Nel caso di specie, la mancata apposizione della firma da parte del dipendente Tizio sul retro del cartellino e sul registro delle presenze per il giorno 27/11/2003 non avrebbe, in ogni caso, consentito la corresponsione degli emolumenti sulla base della sola timbratura del cartellino marcatempo.

Alla luce di tali risultanze processuali, ritiene il Giudicante che gli elementi di prova acquisiti non siano idonei a sostenere l’ipotesi accusatoria formulata a carico dell’odierno imputato.

In punto di diritto si osserva che il delitto di cui all'art.479 c.p. sanziona la condotta del pubblico ufficiale che, ricevendo o formando un atto nell'esercizio delle sue funzioni, attesta falsamente che un fatto è stato da lui compiuto o è avvenuto alla sua presenza, o attesta come da lui ricevute dichiarazioni a lui non rese, ovvero omette o altera dichiarazioni da lui ricevute, o comunque attesta falsamente fatti dei quali l'atto è destinato a provare la verità. Il delitto di falso "ideologico" richiede pertanto la immutatio veri, ovverossia l'alterazione o l'occultamento della situazione reale tutelando la norma la pubblica fede e, dunque, la fiducia che la collettività ripone nell'atto pubblico e la garanzia della veridicità dell'atto. L'atto deve ritenersi pubblico laddove sia formato dal pubblico ufficiale nell'esercizio delle sue funzioni e contenga l'attestazione di fatti giuridici dei quali è destinato a fornire la prova e sia produttivo di effetti giuridici su situazioni soggettive di rilevanza pubblicistica. E’ pacifico che la valutazione sulla eventuale inidoneità assoluta dell'atto a produrre effetti penalmente rilevanti quanto all'inganno della pubblica fede (reato impossibile) per manifesta riconoscibilità del falso o perchè inidoneo ad incidere sulla genuinità del documento (falso grossolano o innocuo), va effettuata ex ante e non già a posteriori. Quanto all'elemento psicologico del reato, è sufficiente il dolo generico, ovverossia la coscienza e volontà della falsificazione della dichiarazione, mentre è irrilevante che il soggetto abbia agito senza l'animus decipiendi o nocendi, senza cioè intenzioni fraudolente o con l'intima persuasione di non produrre alcun nocumento, così come è irrilevante che l'atto falso non abbia in concreto determinato alcun danno. La norma infatti mira a tutelare la veridicità in astratto degli atti stessi a prescindere dalle effettive conseguenze dannose ed indipendentemente da fini di vantaggio o di danno che si propone l'agente, di talchè il delitto è perfezionato anche quando la falsità sia compiuta non solo senza l'intenzione di arrecare un danno o di conseguire un profitto ma anche con la convinzione di non produrre l'uno e di non procurarsi l'altro ((Cass.pen.sez.VI°10/09/1993.

nr.8471;Cass.pen.sez.VI°22/03/1995nr.3052;Cass.pen.sez.V°15/021989 nr.2316;Cass.pen.sez.V°25/02/1999 nr.2487).

Secondo il consolidato orientamento della Suprema Corte di Cassazione, agli effetti della tutela penale, il cartellino, i fogli di presenza o le schede magnetiche concernenti l’attività lavorativa di un dipendente di un ente pubblico costituiscono atti pubblici in quanto posti in essere da soggetti muniti di poteri certificatori destinati a produrre effetti per la Pubblica Amministrazione. Ne consegue che ogni falsa attestazione o alterazione di tali atti rende configurabili i delitti di cui agli artt.476-479 c.p. (cfr.tra le altre Cass.pen.sez.V°9/11/2004 nr.43844).

Con riferimento al delitto di cui all’art.640 c.p., esso richiede per la sua configurabilità che l'agente ponga in essere artifizi e raggiri idonei e tali da indurre taluno in errore al fine di conseguire un ingiusto profitto con altrui danno. La truffa è reato istantaneo e di danno che si perfeziona e si consuma nel momento in cui alla realizzazione della condotta tipica da parte dell'autore abbia fatto seguito la deminutio patrimonii del soggetto passivo con l'effettivo conseguimento dell'ingiusto profitto da parte dell'agente (Cass.pen.sez.Unite 19/01/1999 nr.156).

Ciò premesso, osserva il Giudicante che le emergenze probatorie non consentono di ritenere configurabili a carico dell’odierno imputato i reati contestati.

Invero, ricostruito pacificamente il fatto storico nei termini sopra descritti sulla scorta delle fonti di prova orali e documentali raccolte, non può ascriversi in primo luogo all’odierno imputato alcuna falsa attestazione in merito alla propria presenza in servizio presso il Comando Polizia Municipale di XXXX. Ed infatti, risulta di palmare evidenza dagli atti di causa che il cartellino marcatempo attestante l’ingresso in servizio del dipendente presso l’ufficio di polizia municipale reca esclusivamente la timbratura dell’orario d’ingresso per il giorno 27/11/2003 (ore 14,01), mentre non risulta apposta sul retro del cartellino la firma del vigile urbano attestante la propria entrata in servizio (cfr.in atti il cartellino sottoposto a sequestro). Del pari, non risulta apposta la sigla del predetto dipendente sul registro delle presenze istituito presso l’ufficio e custodito dalla segreteria del comandante (in atti la fotocopia del registro), laddove, come è emerso dalle univoche deposizioni di testi qualificati di P.G. (cfr.in particolare, la testimonianza dell’allora dirigente della Polizia Municipale di XXXX), la presenza in ufficio del dipendente veniva attestata necessariamente dalla timbratura sul cartellino dell’orario d’ingresso e, contestualmente, dalla doppia siglatura sul cartellino e sul registro delle presenze. Ciò posto, appare evidente che i dati che emergono dalla verifica del cartellino marcatempo e del registro di presenza (in atti) già di per sé escludono che si è di fronte ad un falso idoneo a produrre effetti giuridici atteso che la mera timbratura dell’orario sul cartellino marcatempo, in mancanza delle firme del dipendente, non era idonea ad attestare la sua presenza dell’odierno imputato in ufficio per il turno di servizio. D’altro canto, la timbratura sul cartellino ben può essere imputabile ad un mero errore posto in essere in modo del tutto casuale da altri dipendenti e non con intenzione dolosa. Premesso infatti che i cartellini marcatempo sono tutti raccolti in un unico contenitore sito nel corridoio di passaggio dell’ufficio e riposti alla rinfusa, non può escludersi l’ipotesi alternativa che altri dipendenti abbiano per errore prelevato ed inserito nell’apposito apparecchio marcatempo il cartellino del vigile urbano Sepe Alfonso in luogo del proprio, circostanza che, peraltro, come asserito dai testi qualificati di polizia giudiziaria, avveniva di frequente specie ad opera dei volontari civici addetti al servizio scolastico (persone solitamente anziane), tanto è vero che, a maggior ragione, ciò che fa fede per attestare la presenza del dipendente è proprio la doppia firma apposta sul cartellino e sul registro, requisito imprescindibile sia per provare la presenza in servizio sia per godere degli emolumenti per l’attività prestata. Nel caso di specie, l’assenza della doppia sigla induce chiaramente a ritenere inidoneo ed inutile il falso perpetrato, posto che la falsità non avrebbe comunque raggiunto il suo scopo ultimo, non essendo sufficiente la mera timbratura del cartellino segnatempo, verosimilmente imputabile ad un mero errore posto in essere da altri dipendenti in modo del tutto involontario. Gli elementi fattuali ora evidenziati escludono in modo eclatante anche ogni preordinazione dolosa da parte del Tizio e l’assenza di una reale organizzazione programmata dall’imputato, anche con il contributo di terzi correi, finalizzata ad attestare la propria presenza in ufficio contrariamente al vero. Va da sé, infatti, che nell’ipotesi di una dolosa programmazione, il Tizio avrebbe dovuto avvalersi di un complice il quale, oltre a marcare il cartellino, avrebbe dovuto apporre le firme false sul cartellino medesimo e sul registro delle presenze, in quest’ultimo caso anche con l’ulteriore complicità del personale addetto alla custodia del registro, il che non è accaduto stante la mancata siglatura evincibile dai documenti prodotti agli atti di causa.

Per contro, il dibattimento ha dimostrato in modo incontrovertibile che il giorno 27.11.2003 il Tizio, qualche ora prima dell’inizio del suo turno di servizio come vigile urbano presso il Comune di S. (dalle 14,00 alle 20,00), si trovava presso la sede della ditta E. di cui è socio ove i carabinieri erano intervenuti per effettuare delle verifiche nell’ambito di una attività investigativa preannunciata la sera prima (da cui l’interesse diretto del Tizio a presenziare alle operazioni di P.G.). Successivamente, alle ore 14,00, il Tizio, pur se non formalmente trattenuto con un preciso ordine ufficiale dell’autorità, di fatto non aveva libertà di movimento o di colloquio con estranei per tutto il tempo dell’espletamento dell’attività di P.G. come d’altro canto gli altri dipendenti della ditta presenti in sede all’atto dell’intervento dei carabinieri. Ne consegue che, pur volendo allontanarsi, il Tizio non avrebbe comunque potuto raggiungere l’ufficio di polizia municipale. A ciò si aggiunga la condotta posta in essere dal Tizio che conferma l’assenza di qualunque programmazione dolosa da parte dell’imputato in merito alla falsa attestazione della sua presenza in ufficio. Ed invero, nel corso dell’attività di controllo espletata dai carabinieri, come confermato dallo stesso verbalizzante di P.G. e dal dirigente e personale addetto al Comando Polizia Municipale di XXXX, il Tizio effettuava due telefonate all’ufficio avvisando del suo ritardo e chiedendo, infine, di essere collocato in licenza per quella giornata atteso il contrattempo e l’impossibilità di raggiungere il comando di polizia municipale. Ebbene, tale condotta dimostra la assoluta buona fede e l’assenza di ogni intenzione dolosa di attestare falsamente la propria presenza in servizio presso il Comando di Polizia Municipale, essendo lo stesso trattenuto presso la sede della ditta E. tanto è vero che per il giorno 27.11.2003, veniva collocato in licenza come dallo stesso richiesto. Tale circostanza giustifica quindi la mancata apposizione delle firme sui registri di presenza, non avendo materialmente il Tizio raggiunto l’ufficio per una causa di forza maggiore. Si ritengono, pertanto, del tutto verosimili le dichiarazioni rese dall’imputato nel corso degli interrogatori cui si è sottoposto (cfr.in atti).

Alla luce di quanto emerso, non può ritenersi configurabile il delitto di falso a carico dell’imputato da cui il proscioglimento per insussistenza del reato.

Analoga formula assolutoria va emessa relativamente al reato di truffa. Ed invero, le emergenze processuali hanno evidenziato la palese inidoneità della falsa attestazione della propria presenza in ufficio provata dalla timbratura sul cartellino segnatempo a conseguire il suo scopo doloso, ovverossia garantire all’imputato la liquidazione delle competenze e degli emolumenti dovuti per il turno espletato in modo fittizio. Al riguardo si richiamano tutte le argomentazioni già svolte relativamente alla insussistenza del reato di falso che si riverbera a sua volta sulla configurabilità del reato di truffa, evidenziandosi che la mera timbratura sul cartellino segnatempo, in assenza della doppia firma apposta personalmente dal dipendente sul cartellino e sul registro, non avrebbe, comunque, garantito al Tizio alcun diritto alla liquidazione di emolumenti per il turno. Ne discende che la condotta di falso non sarebbe stata affatto idonea a lucrare alcun profitto ingiusto in favore del Tizio, elemento essenziale per la configurabilità del reato. In ogni caso, secondo quanto ricostruito in dibattimento, il Tizio comunicava la sua assenza rappresentando ai superiori il proprio impedimento e l’ufficio provvedeva a collocarlo, su sua richiesta, in licenza di talchè non si ravvisa in tale condotta alcun artifizio o raggiro posto in essere dal Tizio ai danni dell’amministrazione.

Alla luce di quanto emerso, appare del tutto evidente l’assenza di artifici o raggiri posti in essere dall’odierno imputato e l’inidoneità della condotta a conseguire un ingiusto profitto da cui la pronuncia assolutoria.

P.Q.M.

Letto l'art.530 comma II° c.p.p. assolve l'imputato dai reati allo stesso ascrittigli in rubrica perchè il fatto non sussiste.

Letto l’art.544 c.p.p. indica in giorni trenta il termine per il deposito della motivazione.

Nola, 28/04/2008

Il Giudice Dr.ssa Diana Bottillo



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