Discussione: Falso ideologico per induzione del pubblico ufficiale -giudice- in atto pubblico (art. 48 e 479 c.p.

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Eutidemo
Utente registrato
09/06/2020
11:32:36
Mi sembra che si sia ormai consolidata una autorevolissima giurisprudenza, in ordine al cosiddetto "Falso ideologico per induzione del pubblico ufficiale in atto pubblico"; fattispecie che scaturirebbe dal combinato disposto delle seguenti disposizioni di legge:
1) ART.48 C.P..
Tale norma, in connessione con il precedente art.47, sancisce che l'errore sul fatto che costituisce il reato esclude la punibilità dell'agente quando è determinato dall'altrui inganno; ma, in tal caso, del fatto commesso dalla persona ingannata risponde chi l'ha determinata a commetterlo.
2) ART.479 C.P.
Tale norma, come ben noto, punisce il pubblico ufficiale, che ricevendo o formando un atto nell'esercizio delle sue funzioni, attesta falsamente che un fatto è stato da lui compiuto o è avvenuto alla sua presenza, o attesta come da lui ricevute dichiarazioni a lui non rese, ovvero omette o altera dichiarazioni da lui ricevute, o comunque attesta falsamente fatti dei quali l'atto è destinato a provare la verità.

***
Tale particolare fattispecie, è stata estesa persino ad una particolare categoria di "pubblici ufficiali": e, cioè, ai "giudici".
Ed infatti, è di qualche anno fa la seguente emblematica sentenza della Corte di Cassazione, nella quale è stato sancito che: "...è configurabile il reato di falso ideologico per induzione (artt. 48 e 479 cod. pen.) nella condotta di colui che, mediante la falsificazione di un titolo di credito, induca il giudice ad emettere un decreto ingiuntivo, in quanto in esso il pubblico ufficiale attesta, in modo non conforme al vero, l’esistenza di una situazione costituente il presupposto per il compimento dell’atto"(Cass., Sez. V, 20 novembre 2014, ric. P.G., in Mass. Uff., n. 261969).

***
Al riguardo, "si parva licet componere magnis", mi sia concesso eccepire quanto segue:
a)
Non c'è dubbio alcuno che il Giudice sia un "pubblico ufficiale", però, secondo me, sia quando emette una "sentenza", sia quando emette un "decreto ingiuntivo", con tali atti giuridizionali non "attesta" assolutamente niente (come, invece farebbe un Notaio), bensì esprime semplicemente un "giudizio", sia pure basato su atti e fatti acquisiti in causa -che, però, non compete a lui di "attestare"-.
Ed infatti, la sentenza a SS.UU. richiamata dalla sentenza sopra citata, precisa: "... sempre che la dichiarazione non veridica del privato concerna fatti dei quali l’atto del pubblico ufficiale è destinato a provare la verità (Sez. U, n. 35488 del 28/06/2007, Scelsi e aa., Rv. 236868 01).
Ed invece, secondo me, il decreto ingiuntivo, anche a volerlo considerare un "atto pubblico" (in senso lato), non è affatto destinato a "provare la verità della scrittura" su cui si fonda il provvedimento, bensì, semplicemente ad "esitare" la procedura esecutiva sulla base di essa; il che, a mio avviso, è una cosa un po' diversa.
b)
In ogni caso, in effetti, anche lo stesso Notaio non è affatto tenuto a "provare la verità dei documenti di identità" che gli presentano i clienti, bensì soltanto l'autenticità delle loro firme sul rogito che, sulla base di essi, egli si accinge a stipulare; deve solo assicurarsi, cioè, che le firme apposte sul rogito corrispondano "ictu oculi" a quelle che risultano sui documenti esibitigli (a prescindere che siano autentici o meno).
Ed infatti non mi risulta che il Notaio debba avere al suo servizio un perito, per verificare l'autenticità della carta di identità degli stipulanti.
c)
A parte questo, il buon Carnelutti, tanti anni fa, scriveva che "Vi è una sola figura di delitto di falso, secondo il codice penale, il cui oggetto sia un "giudizio" anziché una "prova": questa è la falsa perizia"; vedi, oggi, l'art. 373 del Codice penale.
E Carnelutti aggiungeva: "...l'osservazione attenta di questo reato può forse indurre a riflettere se accanto alla "ingiustizia" del "perito" non debba essere considerata anche quella del "giudice"; la quale invece, "de lege lata", in sé e per sé, è fonte di responsabilità civile, non di responsabilità penale" (F. CARNELUTTI, Teoria del falso pag.5 F. Carnelutti, Padova 1935, ).

***
Per altro verso, sostenere che un giudice che venga ingannato dalla abile falsificazione di un titolo di credito, e che quindi, sulla sua base, emani un indebito "decreto ingiuntivo", abbia commesso "in astratto" un reato di "falso ideologico" ex art.479 C.P., sebbene "in concreto" venga poi scriminato per esservi stato indotto dall'inganno altrui ex art.48 C.P., a me sembra un ragionamento logico e giuridico molto "contorto"!
Ed infatti:
a)
Se così fosse, tutte i provvedimenti giurisdizionali basati su prove false, invece di essere soggetti alla regolare impugnazione che compete loro, dovrebbero essere passibili di "querela di falso" in base agli agli artt. 221 e ss. c.p.c.; il che, in effetti, mi sembrebbe un tantino paradossale!
b)
Ed infatti, secondo me, a carico del giudice, il reato di "falso ideologico" (per induzione) non è configurabile neanche in astratto, perchè non solo non ricorrono i cosiddetti "elementi soggettivi" del reato, ma nemmeno il semplice "coefficiente psichico della condotta": cioè, la "consapevolezza" della stessa condotta.
Ed infatti, il giudice, nell'emettere il provvedimento giuridizionale, non per questo "certifica come autentici" tutti gli atti del fascicolo processuale; non è quello il suo compito, nè diretto nè indiretto (salvo, ovviamente, che si tratti di un punto controverso, per i quale venga richiesta una perizia).
Tanto è vero che, se nel fascicolo processuale ci fosse un atto pubblico falsificato (per esempio, un atto notarile), sarebbe davvero assurdo sostenere che si sia in presenza di un "falso ideologico" per induzione del pubblico ufficiale in atto pubblico (giudice), basato su un altro "falso ideologico" di un pubblico ufficiale in atto pubblico (notaio).
Ed infine, nel caso di vari gradi di giudizio, tutti basati sul riconoscimento, in prime cure, di un documento falso come vero, cosa si avrebbe, una serie "falsi ideologici per induzione" a catena?

***
Quale sarebbe, quindi, il reato configurabile in un caso del genere?
Secondo me, ricorrendone le condizioni, dovrebbe applicarsi l'art. 374 C.P. (frode processuale), il quale, tra le altre cose, stabilisce che chiunque, nel corso di un processo, al fine di trarre in inganno il giudice in un "atto d'ispezione", immuta artificiosamente lo stato delle cose è punito con la reclusione da uno a cinque anni.
Nel nostro caso:
a)
Il giudice ingannato, indubbiamente, c'è (salvo il caso di collusione); per cui non vale la pena soffermarsi su tale aspetto, essendo condiviso anche dalla teoria qui in contestazione.
b)
L'"alterazione di una cosa" pure; ed infatti, un qualsiasi documento, ha una sua "realtà fenomenica" materiale ( qualora su carta) o virtuale (qualora su supporto magnetico).
Ma non vale la pena soffermarsi nemmeno su tale aspetto, essendo condiviso anche dalla teoria qui in contestazione.
c)
Più controverso, invece, potrebbe essere il concetto di "ispezione"; però l'art.374 parla anche di quella ("o") e non solo di "esperimento giudiziale".
Mi pare sia abbastanza pacifico che la differenza tra ispezione ed esperimento giudiziale, sta nella "staticità" della prima rispetto alla "dinamicità" del secondo; l'ispezione, invero, si sostanzia nella statica percezione di persone o cose effettuata con finalità meramente descrittiva, come, appunto, la presa visione di un atto (falsificato) da parte del giudice.

***
Per cui, a mio avviso, per tornare alla sentenza in commento, e per concludere, "la condotta di colui che, mediante la falsificazione di un titolo di credito, induce il giudice ad emettere un decreto ingiuntivo", secondo me costituisce un esempio palmare di "frode processuale" (art.374 c.p.); senza che ci sia nessuna necessità di ricorrere all'ellittica e contorta figura del Falso ideologico per induzione del pubblico ufficiale in atto pubblico (art. 48 e 479 c.p.).
null



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