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SENTENZA
Accordo corruttivo per vendita immobile al comune: il profitto è la plusvalenza

Pubblicata da: Avv. Alessandro Amaolo


Corte di cassazione penale
sentenza 15082/07 del 15/03/2007

La sentenza, amio parere, è di particolare interesse non solo per la sua specificità, ma soprattutto perché afferma che in caso di un accordo corruttivo che si sia concretizzato nella vendita di un bene immobile da parte del corruttore ad un Comune, il relativo profitto, per l’applicabilità della confisca di cui all’articolo 322 ter codice penale, non deve essere individuato nella somma che costituisce il controvalore del bene di cui il corruttore aveva già la proprietà. Infatti, la Suprema Corte ha stabilito che il profitto si deve identificare con la plusvalenza1 realizzata a seguito dell’accordo illecito. Ciò sta a significare che il soggetto agente deveessere in grado di lucrare nei confronti del normale valore di mercato. Viceversa, ove ciò non avvenga, proprio come nel caso di specie, difetterebbe il presupposto per l’applicabilità della confisca come misura di sicurezza patrimoniale, fondata sulla pericolosità derivante dalla disponibilità di alcune cose che servirono a commettere il reato o delle cose che ne sono il prodotto, il profitto.

CORTE DI CASSAZIONE Sez. II, 13 aprile 2007, n. 15082 (c.c. 15 marzo 2007). Pres. Cosentino - Est. Zappia - P.G. Iannelli (conf.)

Motivi della decisione. - Con decreto in data 2 febbraio 2006 il Gip del Tribunale di Brindisi disponeva il sequestro preventivo delle «somme rappresentanti il corrispettivo della vendita al Comune di Alfa del complesso immobiliare sito in Alfa via ……….da parte della Gamma srl di importo pari ad euro 5.244.104,00 (lire 10.154.000.000) oltre Iva»; in particolare la misura veniva adottata nei confronti di Tizio e Filano in relazione ai reati di: a) truffa ai danni del Comune di Alfa; b) tentativo di truffa nei confronti della Omega spa; c) corruzione (dazione di euro 45.000,00/50.000,00); d) finanziamento illecito ai partiti (medesima operazione ed importo sub c).

Il tribunale del riesame, adìto dagli indagati, con provvedimento in data 31 agosto 2006, rigettava l'istanza di revoca - totale o parziale - dagli stessi avanzata e, dopo aver escluso la sussistenza, anche a livello di fumus, del reato di cui al capo a), stabiliva che il sequestro si legittimava pienamente in relazione ai reati di cui ai capi b) e c).

Avverso tale provvedimento proponevano impugnazione gli odierni indagati.

Con ordinanza in data 10 ottobre 2006 il Tribunale del riesame di Alfa rigettava l'appello proposto.

Avverso quest'ultimo provvedimento gli indagati propongono, per mezzo dei difensori, ricorso per cassazione lamentando la violazione di legge sotto diversi profili.

Col primo motivo di gravame la difesa, in relazione all'ipotesi di violazione degli artt. 56 e 640 c.p., lamenta errata applicazione dell'art. 322 ter c.p. nonché dell'art. 321 c.p.p. e dell'art. 240 c.p., nonché mancanza di motivazione. In particolare rileva la difesa che il richiamo all'art. 322 ter c.p. deve ritenersi improprio ed incongruo atteso che la norma non è applicabile all'art. 640 c.p.; di conseguenza potrebbe trovare applicazione l'art. 321 c.p.p. in relazione al quale, essendo la fattispecie rimasta allo stadio di tentativo e non versandosi nell'ipotesi disciplinata dall'art. 240, comma 2, n. 2, c.p., il sequestro sarebbe esperibile solo per evitare che il reato venga portato ad ulteriori conseguenze, questione sulla quale il tribunale aveva omesso di pronunciarsi. Rileva comunque la difesa che nel caso di specie difetterebbero anche le condizioni per l'adozione di un provvedimento ai sensi del primo comma dell'art. 321 c.p.p. in quanto il sequestro vanifica la concreta attuabilità dell'accordo transattivo già raggiunto tra le parti.

Col secondo motivo di gravame la difesa lamenta, in relazione all'ipotesi di violazione dell'art. 319 c.p., l'errata applicazione ed interpretazione dell'art. 322 ter c.p., nonché dell'art. 240 c.p. in relazione al concetto di profitto e/o prezzo del reato. In particolare rileva la difesa che erroneamente il tribunale del riesame aveva ritenuto che tutta la somma oggetto della compravendita costituisse profitto del reato, atteso che il profitto deve intendersi limitato all'utile ricavato dalla commissione del delitto che non coincide chiaramente con il prezzo della vendita, e pertanto ben poteva essere accolta la richiesta di dissequestro parziale avanzata dalla difesa.

Il ricorso è fondato.

Ed invero, per quel che riguarda il primo motivo di ricorso, rileva il Collegio che chiaramente erroneo si appalesa, in relazione al reato di cui agli artt. 56 e 640 c.p., il richiamo all'art. 322 ter c.p. posto che lo stesso, per la chiara formulazione e la collocazione sistematica nel codice penale, deve ritenersi riferibile esclusivamente ai reati previsti dagli artt. 314-320 c.p. Da ciò consegue che la suddetta misura cautelare non può essere adottata con riferimento al reato di truffa tentata contestata al capo b) della rubrica, essendo il riferimento operato alla disposizione di cui all'art. 322 ter c.p. del tutto estraneo all'ipotesi delittuosa di cui sopra.

Per quel che riguarda il secondo motivo di ricorso, rileva il Collegio che senz'altro condivisibili si appalesano i rilievi di parte ricorrente circa la non corretta interpretazione dell'art. 322 ter c.p. in relazione al concetto di profitto o prezzo del reato.

Il problema che la presente vicenda giudiziaria pone consiste nello stabilire se, considerato che il complesso immobiliare alienato dagli indagati al Comune di Alfa costituisce un bene realmente esistente e quindi dotato di un suo valore economico, l'intera somma oggetto della compravendita può essere considerata profitto del reato.

A tale quesito deve darsi senz'altro risposta negativa. Ed invero, argomentando dalla circostanza che la ratio della norma di cui all'art. 322 ter c.p. è quella di rendere suscettibili di confisca i beni o le somme di cui il soggetto abbia la disponibilità per un valore corrispondente a quello del profitto del reato commesso, ne deriva che tale profitto non può identificarsi, nel caso di alienazione di un bene a seguito di accordo corruttivo, nella somma che costituisce il controvalore del bene di cui il corruttore aveva già in precedenza la proprietà, bensì in quella plusvalenza che costituisce il profitto dell'accordo illecito intervenuto tra le parti: ed invero solo tale somma costituisce il profitto conseguente all'opera di corruzione del soggetto, e cioè il di più che il soggetto è riuscito a lucrare rispetto al normale valore di mercato.

Alla stregua di quanto sopra appare evidente che il sequestro dell'intero prezzo di vendita dell'immobile in questione si pone in contrasto con la disposizione di cui all'art. 322 ter c.p. e con la ratio ispiratrice di tale norma, atteso che il profitto dell'attività corruttiva deve intendersi limitato all'utile ricavato dalla commissione del delitto, che non coincide chiaramente con l'intero prezzo della vendita ma solo con quella plusvalenza che costituisce il frutto dell'accordo corruttivo.

Va di conseguenza disposto l'annullamento dell'impugnata ordinanza, con trasmissione degli atti per nuovo giudizio al Tribunale di Alfa che si atterrà al principio di diritto sopra indicato. (Omissis).

Avv. Alessandro Amaolo

1 La plusvalenza è un aumento di valore entro un determinato periodo di tempo di beni immobili (ad esempio abitazioni) e di valori mobiliari (ad esempio azioni). Questo aumento di valore ha rilevanza soprattutto ai fini fiscali in quanto le plusvalenze indicano una maggiore capacità contributiva e sono spesso gravate da imposte dirette (per esempio l'IRPEF). Altro aspetto molto rilevante delle plusvalenze è la loro natura contabile, non costituendo ricavo monetario ma solo un aumento di redditività, non contribuiscono alla copertura dei debiti a breve termine. Non si può dunque basare una struttura finanziaria prevalentemente sulle plusvalenze perché si rischierebbe la morosità.





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