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SENTENZA
Prostituzione on line e web chat

Pubblicata da: Avv. Carlo Alberto Zaina


Corte di cassazione penale
sentenza 346/06 del 03/05/2006

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SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE SEZIONE III PENALE

Sentenza 21 marzo 2006 - 3 maggio 2006, n. 346

MOTIVAZIONE

Nel corso delle indagini avviate dalla Polizia Postale dì Udine ai fini di prevenzione e repressione di reati commessi tramite web, emerse che era coinvolto in un giro di rapporti che rendevano possibile intrattenere via web.chat conversazioni con delle giovani che, a richiesta dell'interlocutore, si esibivano in atteggiamenti sessualmente espliciti e verso un corrispettivo rappresentato dal costo della chiamata. Pertanto, con decreto in data 18.11.2005 il PM presso il Tribunale di Udine dispose, nei confronti del predetto T. e in relazione ai reati di cui agli artt.81 capv-UO cp e 3 co.l n.8 1.75/58, perquisizione locale ed eventuale sequestro, in forza del quale venne sequestrato vario materiale informatico dettagliatamente descritto nel relativo verbale.

Avverso tale provvedimento l'indagato propose istanza di riesame, eccependo, tra l'altro, l'insussistenza del fumus del reato ipotizzato. Il Tribunale di Udine, in accoglimento dell'istanza di riesame, con ordinanza del 23.12.2005 revocò il sequestro, non ravvisando il fumus del menzionato reato, dal momento che il concetto di prostituzione, non espressamente definito dal legislatore, dovrebbe necessariamente collegarsi a un rapporto sessuale reale e non virtuale; si sosteneva che "non pare si possa estendere la nozione di prostituzione sino a comprendervi le esibizioni delle ragazze", in quanto certamente "non ogni esibizione del proprio corpo a fini sessuali e dietro corrispettivo può essere considerata prostituzione". Il Tribunale citava le sentenze di segno contrario di questa Corte, dalle quali tuttavia apertis verbis dichiarava di dissentire.

Tale ordinanza è stata impugnata con ricorso per cassazione dal PM presso quel Tribunale, il quale, richiamando in termini le citate decisioni di questa Corte, deduce che "l'ubi consistam dell'attività di meretricio deve ravvisarsi non certo nel semplice compimento di un atto sessuale verso corrispettivo finalizzato al soddisfacimento dell'altrui istinto di concupiscenza, ma bensì in un atto di disposizione e commercio del proprio corpo, tale per cui il compimento della prestazione divenga oggetto di un rapporto sinallagmatico tra il singolo cliente e la singola prostituta, la quale si presti al compimento di atti sessuali determinati, assecondando la specifica richiesta del cliente per soddisfarne l'istinto sessuale".

Il ricorso è fondato. La questione, come puntualizzato anche nell'ordinanza impugnata, consiste nel verificare se la condotta posta in essere dalle ragazze che si esibiscono, con le modalità sopra precisate, in atti a carattere esplicitamente sessuale e le cui performances sono cedute a pagamento per via telematica, possa qualificarsi come prostituzione. Questa Corte ha costantemente precisato che la nozione di prostituzione, anche se non definita legislativamente, corrisponde a un tipo normativo, che è stato delineato dalla giurisprudenza e non può, perciò, essere individuata in base a criteri di valutazione meramente sociali o culturali. In tale ottica è stato ripetutamente affermato che l'elemento caratterizzante l'atto di prostituzione non è necessariamente costituito dal contatto fisico tra i soggetti della prestazione, bensì dal fatto che un qualsiasi atto sessuale venga compiuto dietro pagamento di un corrispettivo e risulti finalizzato, in via diretta ed immediata, a soddisfare la libidine di colui che ha chiesto o che è destinatario della prestazione (interpretazione ormai consolidata di questa Corte regolatrice, sez.III, 22.4.2004 n.534, Marinone; 22.4.2004, Verzetti; 3.6.2004 n.737, Bongi). In effetti, l'aspetto che prima di ogni altro lede la dignità della prostituta è quello per cui ella mette il proprio corpo alla mercè del cliente, disponendone secondo la volontà dello stesso. Alla stregua di tali criteri, non può revocarsi in dubbio che l'attività di chi si prostituisce può consistere anche nel compimento di atti sessuali di qualsiasi natura eseguiti su se stesso in presenza di chi, pagando un compenso, ha chiesto una determinata prestazione al fine di soddisfare la propria libidine, senza che avvenga alcun contatto fisico tra le parti. Tale nozione è conforme allo spirito della 1.75/58 che -nel sanzionare penalmente i comportamenti diretti alla induzione, favoreggiamento, sfruttamento della prostituzione e gli altri descritti dalla norma- rende chiaro, in relazione alla gravità delle pene previste per tali fatti, il disvalore sociale attribuito, secondo il comune sentire, ad atti che implicano l'uso strumentale della propria sessualità per riceverne un corrispettivo. Non può, pertanto, essere ritenuto determinante, ai fini della configurabilità dell'atto di prostituzione, l'elemento del contatto fisico tra il soggetto che si prostituisce e il fruitore della prestazione, mentre lo è quello della interazione tra l'operatrice e il cliente, che sussiste nella fattispecie in esame. Ed invero, precisata nel senso indicato la nozione di prostituzione -ovviamente legata per la sua rilevanza penale all'esistenza di condotte vietate dalla 1.75/58- è irrilevante il fatto che chi si prostituisce e il fruitore della prestazione si trovino in luoghi diversi, allorché gli stessi risultino, come appunto nel caso in esame, collegati, tramite internet, in videoconferenza, che consente all'utente della prestazione, non diversamente da quanto si verifica nell'ipotesi di contemporanea presenza nello stesso luogo, di interagire con chi si prostituisce, in modo da poter chiedere a questo il compimento di atti sessuali determinati, che vengono effettivamente eseguiti e immediatamente percepiti da colui che chiede la prestazione sessuale a pagamento.

Peraltro, l'elemento della interazione -che consente di distinguere tra prostituzione, anche se virtuale o a distanza, e mera esibizione del proprio corpo- chiaramente non è ravvisabile in riferimento alle ipotesi similari (o ritenute tali) -elencate nell'ordinanza impugnata a dimostrazione della paventata eccessiva dilatazione della nozione di prostituzione che conseguirebbe a quella qui accolta- quali il rapporto tra fruitore e attrice di film ovvero riviste a contenuto pornografico; il rapporto tra lap dancers e clienti dei locali ove le stesse si esibiscono (salve, beninteso, la riconducibilità al concetto di prostituzione di quelle attività ulteriori rispetto alla semplice esibizione, in relazione alle quali il cliente cessi di porsi come mero spettatore passivo).

L'assunto del Tribunale da un lato non è sorretto da un convincente apparato argomentativo, perché fondato in sostanza in riferimento alle dette ipotesi pacificamente non integranti il meretricio (e che, trascurando l'elemento distintivo della interazione, si sostiene assimilabili a quella in esame); e dall'altro, condurrebbe all'assurdo di espungere dalla nozione di prostituzione anche quei casi -notoriamente non infrequenti- in cui la prostituta, per assecondare desideri particolari del paziente, compia, alla presenza dello stesso e dietro sua specifica richiesta, atti sessuali su se stessa o su altra donna, senza che intervenga contatto fisico alcuno con il cliente stesso. La valutazione del giudice del riesame non è, pertanto, conforme alla corretta interpretazione della 1.75/58, nella parte in cui esclude che le prestazioni sessuali eseguite in videoconferenza con il fruitore della stessa tramite internet -in modo da consentire a quest'ultimo di interagire in via diretta ed immediata con chi esegue la prestazione, chiedendogli il compimento di determinati atti sessuali-assuma il valore di atto di prostituzione e possano configurarsi i reati oggetto di indagine a carico di coloro che abbiano reclutato gli esecutori delle prestazioni o ne abbiano consentito lo svolgimento, creando i necessari collegamenti via internet, o ne abbiano tratto un guadagno. L'ordinanza impugnata va, pertanto, annullata con rinvio allo stesso Tribunale che, nella conseguente valutazione, si uniformerà ex art.627 co.3 cpp ai principio di diritto qui affermato.

P.Q.M.

La Corte annulla l'ordinanza impugnata con rinvio al Tribunale di Udine.

Così deliberato il 21.3.2006.

Depositata in cancelleria il 3 maggio 2006.

 

 

Il nuovo decreto governativo, ribadito pomposamente di liberalizzazione del mercato in relazione a specifiche professioni, configura un atto, almeno per quanto riguarda la categoria degli avvocati, dal chiaro significato di punizione e svilimento e che non porterà alcun vantaggio in favore dei “consumatori”.

Si tratta di un intervento assolutamente demagogico, populistico, che mira ad attaccare sul piano economico la categoria forense, in ossequio ad un'imperante negativa visione dell'avvocato che viene nella migliore delle ipotesi visto come prezzolato azzeccagarbugli interessato solo alla parcella

Il nuovo governo si fa concreto portavoce di questa inaccettabile impostazione, eludendo la necessità e la possibilità di un serio dibattito sulla funzione sociale dell'avvocato e, altresì, non considerando che la categoria abbisogna, invece, da anni, interventi strutturali in relazione a gravi problemi quali l'accesso alla professione, la preparazione dei giovani, i concreti sbocchi occupazionali, la riforma delle competenze degli ordini professionali e via discorrendo, solo per citare quelli più importanti.

L'unica scelta che si riesce a partorire, invece, è quella di una vera e propria deregulation, del tutto simile a quella che negli anni scorsi fu fatta in relazione ai trasporti aerei o ferroviari.

In buona sostanza, la filosofia (ma forse uso un termine troppo nobile) di fondo del provvedimento governativo è proprio solo quella di arrivare nel campo del diritto all'applicazione del principio del low price, applicato con risultati catastrofici in altri settori.

Non importa, quindi, che, così, si vada incontro ad un inevitabile scadimento della qualità del servizio prestato dall'avvocato, non importa che la logica che verrà a sottendere alle scelte dei meno abbienti sia quella di pagare il professionista il meno possibile, mentre dovrebbe essere quella di pretendere la migliore assistenza possibile!

Importa solo gettare un poco di fumo negli occhi, in quanto ciò che maggiormente sta a cuore a chi ci governa è, in realtà, la criminalizzazione della classe forense, che viene additata al ludibrio pubblico come categoria tesa solo al guadagno ed all'evasione fiscale.

Si tratta di un progetto che trova attuazione sotto la falsa egida di un'altrettanto falsa liberalizzazione della concorrenza, assolutamente inapplicabile in concreto.

In primo luogo si deve ribadire che, con le scelte intervenute, si mortifica oltre modo la professionalità dell'avvocato civilista o penalista od amministrativista che sia.

Non ci si faccia fuorviare dal proclama in base al quale l'abrogazione dei minimi tariffari configurerebbe uno strumento teso a favorire la concorrenza tra i professionisti del diritto. Nulla di più falso!

E', invece, vero che, così facendo, si inducono gli avvocati (soprattutto i giovani che hanno bisogno di inserirsi nell'ambito forense) ad una vera e propria disperata corsa al ribasso, al fine di potere acquisire clientela.

Un calmiere dei prezzi avrebbe potuto avere significato, solo ove si fosse in presenza di tariffe eccessive.

Se si pensa, però, che le tariffe forensi vigenti risalgono a qualche anno fa (e, quindi, non sono affatto aggiornate) e che, soprattutto, il principio dell'inderogabilità dei minimi tariffari ha sempre trovato congrua ed esclusiva giustificazione nella volontà di prevenire forme di indecoroso mercimonio, che indubbiamente potevano togliere dignità al singolo ed alla categoria, si comprende come la scelta governativa sia assolutamente inaccettabile.

Essa mira solo ad impoverire la classe forense, non tanto e non solo sul piano strettamente economico, ma, soprattutto, a creare un vero e proprio appiattimento della categoria professionale verso il basso, sul piano dell'immagine e del prestigio della stessa, già fortemente minato da un immaginario collettivo che, supportato talora irresponsabilmente da taluni media, è portato a valutare sempre con negativo sospetto il ruolo di difensore dell'avvocato.

La mancanza di una cultura nazionale della funzione costituzionale di difesa dei diritti dei cittadini, cui l'avvocato quotidianamente assolve, ha permesso il radicalizzarsi di posizioni giustizialiste, che sono portate a vedere nella figura dell'avvocato solo un negativo personaggio da fiction e non, invece, fondamentalmente l'unica risposta di libertà alla preponderante invadenza dello Stato nei confronti delle posizioni soggettive dei cittadini.

In questo contesto, il pericolo della codificazione e legalizzazione del fenomeno dell'accaparramento della clientela è tangibile.

Vi potrebbero essere avvocati che giungano ad offrire tipologie di importanti servizi a prezzi stracciati (cioè del tutto inadeguati all'attività da svolgere), quale specchietto delle allodole per richiamare clienti, con al conseguenza che costoro non potranno mai sapere se la cifra richiesta risponda ad un corretto rapporto qualità-prezzo.

Vi saranno certamente soggetti-utenti che saranno attratti irresistibilmente dal richiamo della sirena di uno pseudo risparmio, senza potere preventivamente comprendere e valutare, in relazione al compenso richiesto, la effettiva qualità del servizio professionale.

Se è vero che questo è un problema che si incontra talora anche ai giorni odierni, appare evidente che esso, con la soluzione introdotta, è destinato non a scomparire, bensì ad acuirsi, soprattutto quando il cliente si possa accorgere che l'inadeguatezza del compenso può divenire comodo alibi per giustificare un esito infausto della causa.

Non si dimentichi, poi, che, allo stato, la figura dell'antico avvocato “so-tutto-io”, cioè del professionista che si occupava di qualsiasi tipo di questione dal sinistro stradale, alla causa societaria, alla vicenda penale è una figura fortunatamente in via di lenta, ma progressiva estinzione.

Sicchè appare necessario, anche per schizofrenica bulimia del nostro legislatore che sforna leggi e leggine, spesso contraddittorie ed incomprensibili, con una cadenza quasi quotidiana, che l'avvocato sia aggiornato e specializzato.

Come si può conciliare un simile multiforme dovere, che impone, quindi, una valorizzazione anche economica dell'opera del professionista, con una scelta che dimostra una crassa ignoranza del legislatore di come sia impostata la vita degli studi legali?

In secondo luogo, come si può pretendere che un avvocato possa fare un preventivo di spesa e pattuire con il cliente preventivamente il proprio compenso?

L'attività del difensore e, soprattutto, quella giurisdizionale (giacchè quella extragiudiziale e di consulenza risponde a criteri parzialmente differenti che non è il caso di affrontare in questa sede) è incentrata, in primis, su di un carattere eminentemente intellettuale, cui fanno corollario un insieme di elementi di natura variabile ed indipendente.

Sia in materia civile, che in materia penale non è seriamente possibile per un avvocato potere prevedere tutti gli sviluppi che un giudizio, nelle sue plurime fasi potrà avere, sì da potere preventivare e pattuire in modo preciso costi ed onorari.

La natura strettamente ed esclusivamente intellettuale della prestazione forense, a differenza di altre dove si deve fare i conti anche con l'acquisto di materiali di consumo o di usi ed ammortamenti di macchinari tecnologici specifici (ad esempio il dentista), non permette di potere adempiere al cervellotico onere che si vorrebbe imporre.

Si pensi a fattori imponderabili, quali le modifiche legislative che possono intervenire in corso di causa, le lungaggini dei processi, che nella stragrande maggioranza dei casi dipendono da carenze strutturali del sistema giustizia e che vedono innocenti gli avvocati, i quali contrariamente a quanto sostenuto da taluno (o in malafede o disinformato) non traggono alcun vantaggio – semmai solo svantaggi – dal procrastinare l'esito di un giudizio.

Quale rilevanza economica si può conferire a simili condizioni?

In terzo luogo, si deve osservare che viene ribaltato in toto un principio cardine delle libere professioni e cioè che l'obbligazione che l'avvocato (ma anche il medico ed altri) assume verso il cliente non è più di mezzo, bensì diviene di risultato.

Per usare una parafrasi sportiva non conta più giocare bene e con competenza, ma conta solo vincere.

Anzi, conta talmente tanto, che si ipotizza una possibile pattuizione di un premio a vincere, accordo che sino ad oggi ufficialmente era del tutto vietato dalle norma professionali.

Ecco il vero de profundis della professionalità dell'avvocato, che, per vero, non è che godesse di ottima salute, ma che viene definitivamente affossata con queste scelte.

L'avvocato che avrà seguito il processo, la causa, la pratica con abnegazione, serietà, impegno, ma non avrà ottenuto il risultato favorevole per cui il consumatore l'ha assunto, varrà meno del collega che, invece, per fortuna o contingenze favorevoli abbia centrato l'obbiettivo di garantire il risultato al cliente.

Anzi, foschi scenari si potranno aprire, giacchè se si dovesse addivenire ad un libera contrattazione si potrebbe giungere alla costituzione di un notevole contenzioso fra clienti ed avvocati, in tema di inadempimento contrattuale, a seguito del mancato raggiungimento del risultato pattuito.

Ma, poi, v'è da domandarsi come si faccia a pattuire un risultato od un premio a vincere, quasi che una causa, il cui esito – come detto - dipende da tanti fattori diversi ed autonomi, (non ultimo quello umano, attese le costanti modifiche giurisprudenziali e la estrema soggettivizzazione e varietà di opinioni dei giudici di merito, anche sul medesimo tema giuridico all'interno del medesimo ufficio giudiziario), sia paragonabile ad una competizione sportiva?

Pericolosa e possibile conseguenza di questo stato di cose è, quindi, quella di un inasprimento di una esasperata causidicità, che già deriva dall'annuale immissione in circolo di un numero di avvocati superiore alle necessità dell'utenza.

In conclusione una ultima breve notazione.

Sembrerebbe che una delle maggiori preoccupazioni del governo sia quella di regolamentare le modalità con cui gli avvocati vengono pagati

Il mezzo cui non si dovrebbe più fare ricorso è il contante, (tutti gli altri sono ancora ammessi perché pare che fortunatamente non sia stato ancora vietato il pagamento del professionista), in quanto gli avvocati sono evasori fiscali per antonomasia e tale divieto permetterebbe di potere ricostruire i pagamenti effettuati dai clienti.

Al di là della sconsolata ironia, va detto che si tratta di una decisione indecente, che mai prima d'ora neppure nei paesi totalitari pare essere mai stata presa.

Vi è solo da domandarsi come dovrà fare la persona priva di conto corrente perchè protestato o la vecchina che tiene i danari sotto il mattone, a remunerare l'avvocato.

Dovranno forse recarsi alle Poste (per fare un esempio) fare un fila magari chilometrica, perdendo tempo ed accollarsi le relative spese per pagare, magari con un vaglia, la parcella all'avvocato che vive nella loro stessa città, per lasciare la traccia del pagamento?

Si tratta di tempo e di danaro che le organizzazioni dei consumatori, che tanto plaudono a queste cervellotiche decisioni, non hanno affatto valutato o non hanno considerano proprio!

E' questo il corretto metodo di lotta all'evasione, in pendenza di spesa di decine di milioni di euro nel finanziamento dei partiti, o per mantenere le poltrone di parlamentari e la giungla di ministri e sottosegretari?

Ma via.

Un‘ultimissima notazione a definitiva chiusura; non siamo in presenza di una scelta di liberalizzazione della professione, bensì dell'annientamento della libera professione per antonomasia.

Si tratta di uno scopo perseguito con scientificità, abbassando quella difesa immunitaria dell'avvocatura, (consistente nell'alto livello culturale generico e specifico degli iscritti), dividendo radicalmente la categoria, creando una lotta intestina senza quartiere per acquisire clienti, informata all'unica preoccupazione che gli avvocati possano guadagnare troppo e possano risultare di ostacolo a processi di normalizzazione legislativa in corso (si pensi solo in materia penale al preannuncio di illiberali misure in tema di prescrizione; di restaurazione dell'incostituzionale sistema di impugnazioni previgente; di radicale epurazione delle nullità processuali; di cedimento) tendenti a rafforzare il già esteso potere della Magistratura.

Dimenticano, però, i nostri governanti che la professione di avvocato non può essere ridotta al pagamento di parcelle, che essa – sinonimo di libertà - non può essere da nessuno irreggimentata (non lo è stata neppure sotto regimi totalitari nel mondo) e che la libera concorrenza esiste dalla notte dei tempi ed ha sempre posto in luce la professionalità e la serietà.

Sappia il legislatore che un ronzino non può divenire un purosangue, neppure nel caso in cui vengano cambiati gli handicaps della corsa.





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Il Quotidiano giuridico on line ISSN 2280-613X


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