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SENTENZA
Pari opportunità: nomina della Commissione di un concorso

Pubblicata da: Avv. Antonio Adamo


Tar Veneto
sentenza 1054/00 del 16/05/2000

R E P U B B L I C A I T A L I A N A

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Veneto, seconda sezione, costituito da:

Luigi Trivellato Presidente

Angelo De Zotti Consigliere, relatore

Elvio Antonelli Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sui ricorsi n. 1526/99 e n. 1886/99, proposti da Ericani GiuXXX , rappresentata e difesa dagli avv.ti Emilio Rosini e Paolo Mantovan ed elettivamente domiciliata presso lo studio del secondo in Venezia, San Marco 4255, come da mandato a margine del ricorso;

contro

il Comune di Bassano del Grappa , in persona del Sindaco pro-tempore, rappresentato e difeso dagli avv.ti Vittorio Domenichelli e Franco Zambelli, ed elettivamente domiciliato presso lo studio del secondo in Venezia Mestre via Cavallotti n. 22, come da mandato a margine del controricorso;

e nei confronti

di Guderzo Mario , controinteressato, non costituito in giudizio;

per l'annullamento

quanto al ricorso n. 1526/99:

delle operazioni del concorso pubblico al posto di direttore del Museo-Biblioteca-Archivio di Bassano del Grappa, prima qualifica dirigenziale, bandito dal Comune di Bassano del Grappa il 22 ottobre 1998 e in particolare del provvedimento di nomina della commissione giudicatrice, di quello di esclusione della ricorrente dalla seconda prova scritta comunicatole con telegramma del 20 maggio 1999, e di tutti gli atti successivi.

e quanto al ricorso n. 1886/99:

delle operazioni del concorso pubblico al posto di direttore del Museo-Biblioteca-Archivio di Bassano del Grappa, prima qualifica dirigenziale, bandito dal Comune di Bassano del Grappa il 22 ottobre 1998 e in particolare del provvedimento di nomina della commissione giudicatrice, di quello di esclusione della ricorrente dalla seconda prova scritta comunicatole con telegramma del 20 maggio 1999, e di tutti gli atti successivi, e altresì del regolamento del Comune di Bassano del Grappa adottato con delibera della G.M. de11'8 luglio 1997 n. 292, avente ad oggetto: "regolamento per la determinazione delle modalità dei concorsi".

Visti i ricorsi, notificati il 21 giugno ed il 26 luglio 1999 e depositati presso la segreteria il 29 giugno ed il 30 luglio 1999 con i relativi allegati;

visti gli atti di costituzione in giudizio del Comune di Bassano del Grappa, depositati presso la segreteria il 10 luglio 1999 ed il 26 febbraio 2000 con i relativi allegati;

visti gli atti tutti delle cause;

uditi alla pubblica udienza del 9 marzo 2000 (relatore il Consigliere Angelo De Zotti) l'avv. Mantovan per la ricorrente e l'avv. Cervesato, in sostituzione dell'avv. Domenichelli, per il Comune di Bassano del Grappa;

ritenuto e considerato in fatto e in diritto quanto segue:

Fatto

Con delibera n. 350 del 29 settembre 1998 il Comune di Bassano del Grappa bandiva un concorso per titoli ed esami per la copertura di un posto di Direttore del Museo- Biblioteca 1^ qualifica dirigenziale.

Con successiva delibera n. 60 del 23 febbraio 1999 la Giunta municipale procedeva alla nomina della Commissione giudicatrice del predetto concorso secondo i criteri dettati dalla delibera n. 292 dell'8 luglio 1997 che disciplina espressamente la composizione delle commissioni giudicatrici per i concorsi comunali.

Alle prove del concorso in premessa hanno partecipato il dr. Mario Guderzo e la dr.ssa GiuXXX Ericani, alla quale, a distanza di qualche giorno dalla prima prova scritta, sostenuta il 20 maggio 1999, è stata comunicata la non ammissione alla prova successiva.

Con il primo dei ricorsi in epigrafe, notificato il 21 giugno 1999, la dr.ssa Ericani ha chiesto l'annullamento delle operazioni concorsuali ed in particolare dell'esclusione dalla seconda prova scritta deducendo come unico motivo d'impugnazione la violazione dell'art. 9, secondo comma, del D.P.R. 9 maggio 1994, n. 487, che dispone che almeno un terzo dei componenti delle commissioni di concorso, salva motivata impossibilità, è riservato alle donne.

Nel caso specifico, la commissione di concorso era composta da tre uomini, illegittimità che vizia tutti gli atti del procedimento.

Costituitosi in giudizio, il Comune di Bassano del Grappa ha dedotto che le procedure di assunzione dei dipendenti comunali sono disciplinate con regolamento comunale e che non può dirsi viziata la composizione della commissione di concorso che rispetti la normativa regolamentare anche se, in ipotesi, difforme dalla legge.

Benché il testo del regolamento prodotto dal Comune, disponendo che le commissioni di concorso siano costituite dal presidente e da due esperti non escluda in alcun caso che uno dei tre sia una donna, il Comune mostra di intenderlo nel senso che esso stabilisca che le commissioni di concorso possono essere composte interamente da persone di sesso maschile.

Per tale ragione, con il secondo dei ricorsi in epigrafe la dr.ssa Ericani impugna, in parte qua, anche il regolamento, del quale si chiede l'annullamento deducendo il contrasto con la normativa di rango superiore finalizzata ad attuare un principio costituzionale (e precisamente dell'art. 61 del d.lgs. 3 febbraio 1993, n. 29 e dell'art. 9 del D.P.R. 9 maggio 1994, n. 487, modificato dall'art. 9 del D.P.R. 30 ottobre 1996, n. 9).

Deduce inoltre la violazione dell'art. 32 della legge 8 luglio 1990, n. 142 in quanto il regolamento è stato adottato dalla Giunta Municipale in luogo del Consiglio comunale e per tale ragione non è stato sottoposto al controllo di legittimità.

Il Comune resiste eccependo la tardività di ambedue i ricorsi e comunque, nel merito la loro infondatezza; conclude chiedendone la reiezione con vittoria di spese.

Alla pubblica udienza del 9 marzo 2000, previa audizione dei difensori delle parti, le cause sono state trattenute in decisione.

Diritto

I ricorsi vanno riuniti per evidenti ragioni di connessione.

L'Amministrazione intimata ha eccepito l'irricevibilità di ambedue i ricorsi, sostenendo: quanto al primo, che la delibera di nomina della Commissione, assunta il 23 febbraio 1999, era nota alla ricorrente già dal 18 marzo 1999 in forza dell'accesso agli atti effettuato in quella data, e che pertanto la notifica del ricorso nel luglio 1999 è tardiva; quanto al secondo, che la ricorrente avrebbe dovuto impugnare il regolamento, come atto presupposto della contestata delibera di nomina della Commissione giudicatrice, sin dal momento in cui aveva avuto conoscenza di detta delibera e, comunque, unitamente all'atto di esclusione.

Ambedue le eccezioni vanno disattese.

In merito alla prima la Sezione rileva che il provvedimento di nomina della Commissione giudicatrice non è impugnabile autonomamente ma unitamente all'atto conclusivo del procedimento, oppure con l'eventuale atto procedimentale che sia immediatamente lesivo, quale l'esclusione dalle prove.

In questo senso è infatti orientata la prevalente giurisprudenza (da ultimo C.d.S. sez. V 19 ottobre 1999; T.A.R. Veneto sez. 2° n. 2240 del 23.11.1999 idem T.A.R. Calabria sez. Catanzaro n. 817 del 2 novembre 1996) che giustifica il proprio orientamento con la mancanza di attualità della lesione, che si concretizza, come detto, solo con l'atto conclusivo del procedimento concorsuale ovvero con la non ammissione del candidato o con la sua esclusione dal prosieguo delle operazioni di esame.

Ne consegue che il fatto che la dott.ssa Ericani abbia preso visione della delibera di nomina della commissione sin dal 18 marzo 1999, non implica che da quel momento decorresse il termine per ricorrere e non comporta acquiescenza agli eventuali vizi della delibera di nomina della commissione.

Quanto all'inammissbilità del secondo ricorso, che formalmente viene dedotta per tardività ma in realtà per mancanza di contestualità tra l'impugnativa dell'atto presupposto e di quello applicativo, la Sezione osserva che l'eccezione è in ambedue le accezioni infondata, sia perché il secondo ricorso è comunque tempestivo (l'atto di esclusione è del 20 maggio 1999 e la notifica del ricorso n. 1886/1999 del 15 luglio 1999) sia perché non esiste un obbligo, sanzionato a pena di inammissibilità, di impugnativa contestuale dell'atto presupposto e di quello conseguenziale.

In realtà se esiste un profilo di inammissibilità del ricorso questo va individuato, e la Sezione tornerà sul punto, nel fatto che il regolamento, nella parte oggetto di impugnativa non è tale da comportare alcun pregiudizio alle ragioni della ricorrente, in quanto la norma in questione non afferma che la composizione della commissione debba essere “al maschile” e dunque non esclude di per sé una sua applicazione conforme alla tesi della ricorrente.

Nel merito il motivo di censura dedotto nel primo ricorso è fondato.

La censura prende le mosse dal disposto dell'art. 9 comma 2^ del D.P.R. 9 maggio 1994 n. 487, il quale richiamando l'art. 29 del D. Lgs. 23 dicembre 1993 n. 546 dispone che “almeno un terzo dei posti di componente delle commissioni di concorso, salva motivata impossibilità, è riservato alle donne”.

Si tratta allora di stabilire se tale norma, in quanto contenuta nel regolamento delegato approvato con il D.P.R. n. 487/94, si riferisca al solo impiego statale, come sostiene l'amministrazione comunale intimata, ovvero se trattasi di norma che riguarda anche le amministrazioni comunali e che pertanto prevale, in virtù della gerarchia delle fonti, sulle disposizioni regolamentari di rango inferiore.

Ebbene, a giudizio della Sezione è evidente che nell'intenzione del legislatore quella normativa, almeno in parte, riguardasse anche le amministrazioni locali.

Per quanto concerne in particolare l'art. 9, questo si desume, senza enfatizzare la circostanza che nel regolamento si faccia riferimento espresso alle pubbliche amministrazioni tout court e non all'amministrazione statale, dal riferimento esplicito contenuto nel punto 2 alla composizione della commissione degli enti locali territoriali.

Sostiene al riguardo l'amministrazione intimata che si tratta, a tutto concedere, di norma programmatica e non vincolante.

Senonché dall'art. 18 bis dello stesso D.P.R. (norma aggiunta con l'art. 13 del D. lgs. 693/1996) si evince che solo alcune delle disposizioni contenute nel regolamento delegato sono state espressamente qualificate come norme di indirizzo per le amministrazioni comunali (e precisamente l'art. 3 commi 4^ e 5^, l'art. 6 commi 1^ e 3^ , l'art. 7 comma 1^ lett. b e gli articoli 10, 11, 13, 14, 16, 17).

E poiché l'art. 9 non viene espressamente menzionato tra le norme programmatiche se ne deve dedurre che, o si tratta di norma precettiva e dunque prevalente sulla diversa disciplina regolamentare con essa contrastante, o inconferente in quanto estranea alle amministrazioni locali.

A giudizio della Sezione, pur nel contesto complessivamente ambiguo che caratterizza la formulazione delle norme regolamentari in questione, appare evidente che la norma specifica, vuoi in quanto dichiara di voler attuare un principio , vuoi per il riferimento esplicito contenuto nella lettera a) alle amministrazioni locali contenga un enunciato che al tempo stesso è prescrittivo ed ha come destinatari anche gli enti locali.

A sostegno di tale tesi la Sezione rileva, infatti, che l'art. 9, nel richiamare l'art. 29 del D.P.R. 546/93, non ha fatto altro che attuare nella sede propria il principio delle c.d. pari opportunità, già enunciato dall'articolo 61 del D.Lgs. 29/93 (come modificato dall'art. 29 del D.P.R. n. 546/93 e successivamente dal D.lgs. 80/98).

Era infatti già previsto in tale norma che le pubbliche amministrazioni: “al fine di garantire pari opportunità tra uomini e donne per l'accesso al lavoro ed il trattamento sul lavoro riservano alle donne, salva motivata impossibilità, almeno un terzo dei posti di componente delle commissioni di concorso”.

Ne consegue che è vero che la norma della cui applicazione si controverte è formalmente quella contenuta nel regolamento statale delegato che disciplina tra l'altro le modalità di svolgimento dei concorsi, ma è altrettanto indiscutibile che si tratta, nella sostanza, della trasposizione del principio di pari opportunità (nella forma della presenza femminile in seno alle commissioni di concorso) dalla fonte normativa che lo enunciava in termini generali in quella che costituisce la disciplina regolamentare dell'attività concorsuale.

E poiché il suddetto principio, collocato nell'ambito del titolo 4^-(rapporto di lavoro) del D. lgs. 29/93 riguarda tutte le amministrazioni pubbliche (come definite dall'art. 1 comma 2^), comprese le amministrazioni comunali, ed ha valore di norma di principio (art. 1 comma 3^), ne consegue che l'art. 9 del D.P.R. n. 487/94, nella parte in cui lo recepisce attraverso il riferimento all'art. 29 del D.lgs. 546/93, non rappresenta una innovazione, come tende a configurarlo l'amministrazione resistente, poiché esso andava applicato, in realtà, adeguando sul punto la normativa comunale in materia di composizione delle commissioni di concorso, sin dal momento di entrata in vigore dell'art. 61 del D. lgs. n. 29/93 (come modificato dal D.P.R. n. 546/93). Comunque tale principio si impone, già da allora, come fonte gerarchicamente prevalente in caso di norme difformi, ovvero come regola di interpretazione in presenza di norme con esso non espressamente incompatibili.

Quanto alla contestata legittimità costituzionale del D.P.R. n. 487/94 per eccesso di delega, la Sezione reputa, in virtù delle considerazioni svolte sulla reale riconducibilità del principio controverso al D. Lgs. 23/93 (art. 2 lettera hh) più che al D.P.R. 487/94, che tale questione sia irrilevante ai fini del presente giudizio.

La Sezione non ritiene, in ogni caso, che si possa ravvisare la lesione dell'autonomia delle amministrazioni locali per il fatto che con norma riferita a tutte le amministrazioni sia stato imposto a queste ultime di attuare un principio (suscettibile peraltro, in concreto, di deroga motivata) che discende dalla legge n. 125/1991, pienamente coerente con i principi costituzionali e con le norme comunitarie, al quale le amministrazioni avrebbero dovuto verosimilmente ispirarsi anche senza bisogno di una normativa cogente.

Ne consegue che, quand'anche si dovesse dubitare della generale applicabilità del D.P.R. n. 487/94 agli enti locali sotto il profilo del superamento dei limiti posti al potere regolamentare governativo dalla legge di delega n. 421/92, è certo che la norma specifica che riguarda la composizione delle commissioni giudicatrici non solo non eccede la delega, ma è compatibile con il quadro di riferimento normativo nel cui ambito l'autonomia degli enti locali può e deve compatibilmente esplicarsi.

Ed in questo senso risulta coerente, e non contraddittorio, con tale conclusione anche il parere dell'osservatorio regionale sulla contrattazione, le cui argomentazioni sono riprese dall'amministrazione intimata, laddove esso afferma che “per quanto attiene alla formazione delle commissioni si deve osservare la disciplina di cui alla legge 142/90 e al D.lgs. 29/93”.

L'atto di nomina della commissione giudicatrice del concorso in questione è dunque, alla stregua di quanto sopra, illegittimo per la contestuale violazione dell'art. 9 del D.P.R. n. 487/94 e dell'art. 61 del D. lgs. n. 29/93, nella parte in cui omette senza alcuna motivazione di inserire nella commissione giudicatrice almeno un componente di sesso femminile.

Tutto ciò comporta, per derivazione, l'invalidità degli atti concorsuali, compreso l'atto di esclusione della ricorrente, a nulla rilevando che detta esclusione sia avvenuta dopo le prove scritte (su valutazione di elaborati anonimi) perché il vizio in questione inficia gli atti in radice, indipendentemente dall'esservi un rapporto dimostrato tra la composizione della commissione (inficiata dal vizio anzidetto) ed il giudizio che è alla base della lesione denunciata dalla candidata-ricorrente.

Quanto alla norma regolamentare impugnata, la Sezione ritiene che essa, essendo formulata in maniera tale da non implicare necessario contrasto con i principi di rango superiore la cui disapplicazione ha generato la controversia, non se ne imponga l'annullamento.

Né appare decisiva la circostanza che l'amministrazione abbia inteso attribuire sin qui a tale norma il significato erroneo che ha causato il presente contenzioso, trattandosi di errore che inerisce all'interpretazione e non di una applicazione vincolata imposta dalla norma per come formulata.

Per tale ragione il secondo ricorso può essere dichiarato inammissibile per difetto di interesse.

Le spese seguono come d'ordine la soccombenza e sono liquidate nella misura di cui al dispositivo.

P. Q. M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Veneto, seconda sezione, previa riunione, accoglie il primo dei ricorsi in epigrafe e per l'effetto annulla gli atti impugnati; dichiara inammissibile il secondo.

Condanna il Comune di Bassano del Grappa al pagamento, in favore della parte ricorrente, delle spese e delle competenze di causa, che liquida in lire 3.000.000 (tre milioni).

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'Autorità amministrativa.

Così deciso in Venezia, addì 9 marzo 2000.

Il Presidente L'Estensore

Il Segretario





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Il Quotidiano giuridico on line ISSN 2280-613X


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