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SENTENZA
Concorso di persone nel reato e concorso anomalo: questa la differenza

Pubblicata da: Redazione


Corte di cassazione penale
sentenza 37805/19 del 12/09/2019

L'elemento storico-fattuale che consente - con operazione alquanto complessa - di distinguere, a fronte di azione collettiva nell'ambito della quale si verifichi un evento più grave (nella specie rapina, con uso di arma) rispetto a quello oggetto di sicura programmazione comune "primaria" (il furto in abitazione) sta, come si è anticipato, nell'analisi probatoria delle caratteristiche dell'accordo criminoso e nella fissazione del grado di consapevolezza di ciascuno dei concorrenti circa le modalità realizzative, atteso che lì dove sia identificabile con certezza - una forma di effettiva "adesione" all'evento ulteriore (pur di raggiungere lo scopo primario), si avrà concorso pieno con dolo eventuale, mentre lì dove tale evento sia qualificabile in termini di mera "prevedibilità" (sia pure in rapporto ai contesti effettivi di produzione dell'evento) si avrà concorso anomalo ex art. 116 c.p., come si è detto.

Cassazione penale, sezione prima, sentenza del 12.09.2019, n. 37805

...omissis...


1. Avverso la sentenza indicata in epigrafe, che ha confermato la sentenza di condanna emessa dal tribunale di Livorno in data 12 maggio 2017, propone ricorso per cassazione l'imputato, a ministero del difensore di fiducia, deducendo a ragione della impugnazione i motivi in appresso sinteticamente indicati, ai sensi dell'art. 173 disp. att. c.p.p., comma 1:

1.1. violazione e falsa applicazione della legge processuale penale (art. 606 c.p.p., comma 1, lett. c, in relazione agli artt. 165, 178, 179, 295, 296, 418, 420, 420 ter e 420 quinquies c.p.p.), per avere la Corte rigettato il motivo di appello con il quale specificamente si deduceva nullità del decreto che dichiarava la latitanza dell'indagato (decreto in data 6 dicembre 2013), con la conseguente nullità di tutti gli atti processuali successivi, sin dal decreto di citazione per il giudizio di primo grado, che era stato notificato presso il difensore del latitante nominato di ufficio, così che il ricorrente non era stato posto in grado di partecipare all'udienza preliminare, al giudizio, alle sue fasi introduttive, compromettendo anche la facoltà di accesso ai riti alternativi; in particolare, si faceva rilevare con i motivi di appello la incompletezza delle ricerche svolte ed indicate nel verbale del 2 dicembre 2013, la conoscenza del luogo (in patria) ove il ricercato verosimilmente si trovava e l'assoluta sua ignoranza circa la pendenza in Italia di un procedimento penale nei suoi confronti; talchè non è stato dimostrato che l'imputato si fosse volontariamente sottratto alle ricerche ed alla cattura; peraltro nel caso di specie il ricorrente fu tratto in arresto in Bielorussia (in esecuzione di mandato di arresto Europeo) il 14 maggio 2014 (rimesso in libertà il successivo 23 giugno, per decadenza del mandato non seguito dalla tempestiva trasmissione degli atti a sostegno), ben prima della data di celebrazione della udienza preliminare (17 luglio 2014), con la conseguente cessazione del suo stato di latitanza e la conseguente nullità delle notifiche effettuate presso il difensore ai sensi dell'art. 165 c.p.p.;

1.2. violazione di legge e vizio esiziale di motivazione (art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b ed e), per avere la Corte divisato la responsabilità dell'imputato, per i delitti di concorso in rapina aggravata...omissis.... sulla base di una sola chiamata in correità, equivoca e contraddittoria, svolta dall'autore materiale dei fatti contestati, non corroborata da elementi di riscontro obiettivi in grado di avvincere il chiamato al fatto descritto;

1.3. medesimi vizi il ricorrente denunzia in riferimento alla responsabilitàcccccca in ordine ai delitti di porto e detenzione abusiva di arma comune da sparo (capo A) clandestina (matricola abrasa) ed alterata nella morfologia e nelle funzioni (filettatura sul vivo di volata atta ad avvitare un apparecchio silenziatore effettivamente utilizzato) e ricettazione della stessa arma (capo B), non essendo state peraltro tenute in alcuna considerazione le dichiarazioni rese dall'imputato in udienza di primo grado (12.5.2017);

1.4. violazione e falsa applicazione della legge penale e vizio esiziale di motivazione (art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b ed e), in ordine alla mancata rinnovazione della istruzione dibattimentale in grado di appello per acquisire il decreto di latitanza ed assumere la testimonianza delle persone che avrebbero potuto confermare le circostanze addotte in ordine alla irritualità del decreto emesso;

1.5. violazione e falsa applicazione della legge penale e vizio esiziale di motivazione (art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b ed e), per non avere la Corte riconosciuto i tratti del concorso anomalo di cui all'art. 116 c.p., non potendo addossarsi al ricorrente la responsabilità in concorso con gli esecutori materiali di fatti (arma clandestina, ricettazione, rapina, lesioni) assolutamente imprevedibili e non voluti; da ultimo, travisamento della prova in ordine al riconosciuto concorso di persone nel reato ai sensi dell'art. 110 c.p..

Motivi della decisione
1. Il ricorso deve essere dichiarato inammissibile, ai sensi dell'art. 606 c.p.p., comma 3 e art. 591 c.p.p., comma 1, lett. a) e c), per la manifesta infondatezza e il difetto assoluto di specificità, dei motivi, che non si confrontano con l'ordito motivazionale della sentenza impugnata, ove è completa, esplicita, logica e non contraddittoria la ricostruzione in fatto e in diritto della vicenda processuale oggetto di doppia pronuncia conforme di colpevolezza.

2. Inammissibili sono le doglianze svolte in merito alla ricostruzione dei fatti, alla consistenza del compendio probatorio ed al travisamento della prova, in quanto tutte si risolvono nella inammissibile richiesta di valutazione della capacità dimostrativa delle prove già assunte nel merito, che è esclusa dal perimetro che circoscrive la giurisdizione di legittimità. Il sindacato del giudice di legittimità sulla motivazione del provvedimento impugnato deve essere volto a verificare che quest'ultima: a) sia "effettiva", ovvero realmente idonea a rappresentare le ragioni che il giudicante ha posto a base della decisione adottata; b) non sia "manifestamente illogica", perchè sorretta, nei suoi punti essenziali, da argomentazioni non viziate da evidenti errori nell'applicazione delle regole della logica; c) non sia intimamente "contraddittoria", ovvero esente da insormontabili incongruenze tra le sue diverse parti o da inconciliabilità logiche tra le affermazioni in essa contenute; d) non risulti logicamente "incompatibile" con "altri atti del processo" (indicati in termini specifici ed esaustivi dal ricorrente nei motivi posti a sostegno del ricorso) in misura tale da risultarne vanificata o radicalmente inficiata sotto il profilo logico (Cass. sez. 1, n. 41738 del 19/10/2011, Rv. 251516); segnatamente: non sono deducibili censure attinenti a vizi della motivazione diversi dalla sua mancanza, dalla sua manifesta illogicità, dalla sua contraddittorietà (intrinseca o con atto probatorio ignorato quando esistente, o affermato quando mancante), su aspetti essenziali ad imporre diversa conclusione del processo; per cui sono inammissibili tutte le doglianze che "attaccano" la persuasività, l'inadeguatezza, la mancanza di rigore o di puntualità, la stessa illogicità quando non manifesta, così come quelle che sollecitano una differente comparazione dei significati probatori da attribuire alle diverse prove o evidenziano ragioni in fatto per giungere a conclusioni differenti sui punti dell'attendibilità, della credibilità, dello spessore della valenza probatoria del singolo elemento (Cass. sez. 6 n. 13809 del 17/03/2015, Rv. 262965).

Le censure svolte con detti motivi si risolvono peraltro nella mera riproposizione delle argomentazioni già prospettate al giudice della revisione nel merito e da questi motivatamente respinte, senza svolgere alcun ragionato confronto con le specifiche argomentazioni spese in motivazione; senza cioè indicare le ragioni delle pretese illogicità o della ridotta valenza dimostrativa degli elementi a carico, e ciò a fronte di puntuali argomentazioni contenute nella decisione impugnata, con cui il ricorrente rifiuta di confrontarsi. Questa Corte ha già in più occasioni avuto modo di evidenziare che i motivi di ricorso per cassazione sono inammissibili "non solo quando risultano intrinsecamente indeterminati, ma altresì quando difettino della necessaria correlazione con le ragioni poste a fondamento del provvedimento impugnato" (Sez. 5, n. 28011 del 15/02/2013, Sammarco, Rv. 255568), e che le ragioni di tale necessaria correlazione tra la decisione censurata e l'atto di impugnazione risiedono nel fatto che quest'ultimo "non può ignorare le ragioni del provvedimento censurato" (Sez. 2, n. 11951 del 29/01/2014, Lavorato, Rv. 259425). Più in particolare, si è ritenuto "inammissibile il ricorso per cassazione fondato su motivi che si risolvono nella pedissequa reiterazione di quelli già dedotti in appello e puntualmente disattesi dalla Corte di merito, dovendosi gli stessi considerare non specifici ma soltanto apparenti, in quanto omettono di assolvere la tipica funzione di una critica argomentata avverso la sentenza oggetto di ricorso" (Sez. 6, n. 20377 del 11/03/2009, Arnone, Rv. 243838). Nella medesima prospettiva è stata rilevata, per un verso, l'inammissibilità del ricorso per cassazione "i cui motivi si limitino a enunciare ragioni ed argomenti già illustrati in atti o memorie presentate al giudice a quo, in modo disancorato dalla motivazione del provvedimento impugnato" (Sez. 6, n. 22445 del 08/05/2009, Candita, Rv. 244181). E non è comunque sufficiente, ai fini della valutazione di ammissibilità, - che ai motivi di appello vengano aggiunte "frasi incidentali di censura alla sentenza impugnata meramente assertive ed apodittiche, laddove difettino di una critica argomentata avverso il provvedimento attaccato e l'indicazione delle ragioni della loro decisività rispetto al percorso logico seguito dal giudice di merito" (Sez. 6, n. 8700 del 21/01/2013, Leonardo, Rv. 254584).

2.2. Poste tali premesse di metodo e di limite, va ribadito che la Corte di merito, la cui motivazione si fonde e si integra con quella consonante del giudice di primo grado, ha spiegato in maniera chiara, logica e coerente che:

2.2.1. il decreto che, nel corso delle indagini preliminari, dichiarava la latitanza del ricorrente era correttamente fondato su un accertamento che corrispondeva ad uno stato di fatto riscontrato (l'abbandono improvviso del territorio dello Stato, senza traccia della destinazione), consegue la regolarità del decreto di citazione a giudizio notificato presso il difensore ai sensi dell'art. 165 c.p.p.; inoltre l'imputato, presente in udienza (12 maggio 2017) in primo grado e assistito dal difensore presente, nulla ebbe ad eccepire in ordine alla ritualità della citazione a giudizio, facendo poi rilevare il ritenuto vizio solo con i motivi di gravame spiegati avverso la sentenza di condanna, così sanando ogni eventuale difetto della citazione a giudizio ai sensi dell'art. 184 c.p.p..

2.2.2. La Corte territoriale ha dato quindi ampio conto delle ragioni che militano a sostegno della legittimità del decreto che riconosceva lo stato di latitanza del prevenuto, il quale si era sottratto alla cattura delle forze dell'ordine a seguito di ordinanza di custodia cautelare e si era rifugiato in un diverso territorio dell'Unione, risultando irreperibile nei luoghi abitualmente frequentati in territorio italiano, non detenuto presso istituti in territorio nazionale, avendosi solo generica notizia di un suo ritorno in patria (Moldavia), in località non conosciuta. Il decreto di latitanza risulta pertanto del tutto rispettoso dell'iter procedimentale previsto dalla legge, laddove anche la conoscenza del procedimento a suo carico poteva derivare dalla pubblicità del processo a carico dei correi (separatamente giudicati). Nè il breve periodo di detenzione in Bielorussia (dal 14 maggio al 24 giugno 2014) per effetto del mandato di arresto Europeo eseguito a fini di consegna, può aver inciso sullo stato di latitanza proseguito anche dopo la dichiarazione di inefficacia del primo titolo detentivo.

Va comunque evidenziato come l'eventuale -e di fatto indimostrata - erronea dichiarazione di latitanza non determina alcuna nullità assoluta per omessa citazione dell'imputato, bensì una nullità a regime intermedio da dedurre prima della sentenza di primo grado (Sez. 4, n. 11704, del 2171272018, dep. 2019; Sez. 6, n. 53599 del 10/12/2014, Rv. 261872; Sez. 6, del 24.2.2015, Rv.262634; più in generale sull'effetto della sanatoria Sez. U., n. 18822, del 27/3/2014, Rv. 258792), laddove il ricorrente nel corso del giudizio di primo grado (ove pure fu presente, difeso e tecnicamente assistito) nulla ha eccepito, per poi denunciare la irritualità del decreto di latitanza soltanto con i motivi di impugnazione e, quindi, tardivamente.

2.2.3. Il motivo di ricorso sfugge il confronto con questa specifica argomentazione contenuta in sentenza, insistendo nella denuncia di tranciante irritualità di un decreto che, viceversa, sembra solo apprezzare una situazione di fatto incontrovertibile, come attentamente divisato dalla Corte territoriale. Sul ristretto perimetro del sindacato di legittimità in ordine al decreto che dichiara la latitanza del soggetto ricercato si è del resto espressa la giurisprudenza della Corte anche nella massima espressione collegiale (Sez. 2, n. 47852, del 23/9/2016, Rv. 268174; Sez. U. n. 18822, del 27/3/2014, Rv. 258792; Sez. 6, n. 47528, del 13/11/2013, Rv.257279; Sez. 2, n. 25315, del 20/3/2012, Rv. 253072; Sez. 5, n. 5932, del 6/10/2011, Rv. 251154; Sez. U. n. 119, del 27/10/2004, Rv. 229539).

2.3. In relazione al secondo e terzo motivo di ricorso, le censure proposte risultano generiche, strettamente adese al merito e meramente ripetitive di doglianze in precedenza rivolte al giudice di appello, essendo prospettata una mera svalutazione della prova dichiarativa che ha attinto la posizione del ricorrente, viceversa riscontrata da plurimi ed obiettivi elementi di conferma. Valutazioni di fatto che la Corte di merito ha adeguatamente e logicamente ricostruito attraverso l'esame meticoloso ed attento delle convergenti localizzazioni degli agenti al momento del fatto, degli aspetti logistici che riconducono al ricorrente (possibilità di accesso all'abitazione della vittima senza necessità di effrazione; autovettura usata per giungere e fuggire dal luogo della rapina), dal calibro coincidente dei proiettili sequestrati presso l'abitazione del ricorrente e di quelli contenuti nel serbatoio della pistola usata nel corso della rapina e rinvenuta nella disponibilità degli autori materiali al momento dell'arresto, pistola coincidente con la descrizione che ne ha fatto il chiamante in correità, che dichiarò di averla ricevuta dal ricorrente in uno ad altri strumenti usati nel corso della rapina per immobilizzare la vittima. La credibilità del chiamante e la attendibilità intrinseca del narrato sono state pertanto vagliate nel merito con modalità tutt'altro che superficiali, argomentando dalla efficacia euristica del riscontro anche l'attendibilità complessiva della narrazione, del resto neppure intrinsecamente offuscata da alcun elemento di sospetto del mendacio o di altro interesse alla calunnia.

Nè, a fronte della doppia pronuncia conforme può avere accesso la censura della motivazione, sotto il profilo del travisamento della prova, che per come argomentato dalla Corte di merito, non è scrutinabile nella sede di legittimità.

In sede di legittimità, pertanto, essendo inibita la rielaborazione autonoma della rilevanza e consistenza del dato probatorio, può solo operarsi la verifica - in rapporto al contenuto delle doglianze - del corretto inquadramento delle categorie logiche e giuridiche in punto di qualificazione dell'elemento di prova, realizzate in sede di merito sul complesso terreno ricostruttivo, nonchè l'avvenuta applicazione dei profili metodologici in appresso illustrati (in tal senso Sez. 6, n. 33875, del 12/5/2015, Rv. 264577), frutto della costante opera di mediazione interpretativa affidata a questa Corte.

2.3.1. In tema di valore probatorio della chiamata in correità, il dato di partenza di ogni critica spesa sul punto è -come noto- rappresentato dalla "non autosufficienza dimostrativa" delle dichiarazioni del soggetto "coinvolto" nell'accadimento posto al centro dell'accertamento (perchè si tratta del coimputato, in medesimo o separato procedimento, o dell'imputato di reato connesso o collegato) ai fini di sorreggere una affermazione di penale responsabilità (connotata ai sensi dell'art. 533 c.p.p.) del soggetto "chiamato" in reità o in correità. La ragione di tale cautela valutativa va cercata nel riconoscimento - a monte - della esistenza di un interesse (Sez. 1, 30/1/1997, imp. Barcella), di cui il soggetto narrante (proprio in quanto coinvolto, sia pure in diversa misura, negli stessi fatti narrati) è in tutta evidenza portatore (interesse astrattamente identificabile in più possibili matrici, che vanno dalla eventuale scelta di accrescere le responsabilità altrui tendendo a ridimensionare le proprie, alla eventualità di utilizzo della sede processuale come strumento di "regolamento di conflitti" maturati altrove, sino alla necessità di maturare l'accesso a benefici di carattere processuale e sostanziale) e che, pertanto, si pone come elemento tale da determinare un deficit parziale di attendibilità, colmabile solo mediante il rinvenimento di elementi autonomi, capaci di asseverare la veridicità del contenuto rappresentativo.

Da qui l'esistenza di una necessaria valutazione congiunta con dati di conferma esterni alla dichiarazione (lì dove si sia affermata la responsabilità del chiamato) o la "presa d'atto" dell'assenza di ulteriori elementi capaci di accrescere la qualità dimostrativa delle dichiarazioni e la loro portata cognitiva (con affermazione della mancata prova della responsabilità del chiamato).

Nell'interpretare la locuzione altri elementi di prova che ne confermano l'attendibilità -contenuta nell'art. 192 c.p.p., comma 3 - va peraltro ricordato che la conferma imposta dalla norma non è direzionata alla persona del dichiarante (soggetto la cui attendibilità è da valutarsi previamente, in rapporto alla esistenza di indicatori logici e storici tali da asseverare la sua partecipazione al fatto narrato o comunque - da rappresentare in modo chiaro le modalità della sua conoscenza) ma alle specifiche dichiarazioni (come già ritenuto, tra le altre, da Sez. 6, nella decisione del 7/5/1999, ric. Emmanuello, ove si è affermato con chiarezza che una lettura del genere sarebbe contraria non solo alla ratio legis, ma anche alla lingua italiana, perchè la particella.. ne.., nell'espressione "ne confermano l'attendibilità" va riferita al soggetto della frase, che è il sostantivo "le dichiarazioni", le quali, appunto, devono essere confortate da altri elementi che ne confermino l'attendibilità). Tale deve essere la "direzione" degli elementi di riscontro.

2.3.2 Nella sede di merito è stato infatti affrontato il tema della attendibilità intrinseca, orientato alla constatazione di: a) esistenza di dati storici rappresentativi della avvenuta inclusione del dichiarante nel contesto in cui risulta maturato il fatto narrato (dati confermati dallo stesso ricorrente); b) assenza assoluta di elementi di smentita su segmenti significativi della specifica narrazione, tali da incidere complessivamente sul giudizio di attendibilità.

2.3.3 La Corte territoriale ha quindi evidenziato che gli elementi utilizzati come riscontro posseggono, nel processo, una solida consistenza rappresentativa (autovettura, arma, proiettili, localizzazioni di persone svolte sulla base di connessioni informatiche di apparecchi elettronici il cui possesso e la cui relazione con i soggetti attori non è in discussione). Non limitandosi così ad accrescere l'attendibilità intrinseca del dichiarante, ma attingendo i fatti delittuosi attribuiti nella specifica decisione al chiamato. Naturalmente, tale idoneità probatoria dell'elemento di riscontro non va intesa - a sua volta - in termini di "autosufficienza", dovendo comunque lo stesso fungere da "necessario completamento" della narrazione oggetto di verifica (cfr., tra le molte, già Sez. 6, n. 5649, del 22/1/1997); altrimenti, in presenza di elementi dimostrativi della responsabilità dell'imputato, non entra in gioco la regola dell'art. 192, comma 3, ma quella generale in tema di pluralità di prove e di libera valutazione di esse da parte del giudice. Così come, secondo il chiaro insegnamento derivante da Sez. 6, 6/3/2000, ric. Fortugno, il dato probatorio (della più diversa natura e provenienza) valorizzabile in chiave di riscontro può anche riferirsi a fatti apparentemente secondari, dai quali sia possibile risalire, con logica deduzione, all'oggetto dell'accusa.

Nel compiere detta operazione valutativa la Corte di merito ha altresì accuratamente vagliato la capacità dimostrativa dei singoli elementi di riscontro, secondo criteri capaci di selezionare - sul piano logico - l'apporto fornito.

2.4. Quanto al rigetto della richiesta di rinnovazione in appello della istruttoria dibattimentale, rileva la Corte che il giudice della revisione nel merito ha offerto congrua motivazione circa la ritenuta superfluità della richiesta rinnovazione. Trattandosi di evidenze dichiarative (già assunte nella forma emergente ex actis) cronologicamente non sopravvenute rispetto al giudizio di primo grado, nè preesistenti ad esso ma rinvenute postume, versiamo nel campo di applicazione disciplinato dall'art. 603, comma 1, che attribuisce al giudice una forma di discrezionalità, nella ammissione, legata al solo parametro della ritenuta impossibilità di decidere allo stato degli atti. Il legislatore privilegia nella fattispecie le esigenze di speditezza nel procedere ex actis, nella presunzione di completezza della istruttoria di primo grado. Nella fattispecie, la Corte territoriale ha compiutamente motivato in fatto circa la assoluta superfluità delle escussioni e dell'esame richiesto, trattandosi per un verso di dichiarazioni che avrebbero dovuto mettere in crisi una valutazione processuale risoltasi sul piano del mero diritto per effetto della preclusione evidenziata, mentre per altro verso la prova dichiarativa si era già pienamente formata nel contraddittorio di primo grado. In presenza di tale congrua e logicamente condivisibile motivazione, il giudice di legittimità non ha pertanto accesso alla valutazione del merito in ordine alle necessità istruttorie ravvisate dai ricorrenti e non apprezzate dal giudice del merito (Sez. 6, n. 48093, del 10/10/2018, Rv. 274230; Sez. 5, n. 23580, del 19/2/2018, Rv. 273326; Sez. 3, n. 7680, del 13/1/2017, Rv. 269373; Sez. 3, n. 47963, del 19/9/2016, rv. 268657; Sez. 6, n. 8936, del 13/1/2015, Rv. 262620).

2.5. Quanto alla censurata motivazione in tema di ravvisato concorso "pieno" (ai sensi dell'art. 110 c.p.) nei fatti contestati, in luogo del c.d. "concorso anomalo" (art. 116 c.p., come risulta in virtù della interpretazione adeguatrice offerta da Corte Cost. n. 42 del 1965) giova ricordare che versiamo nel campo della logica probatoria applicata alle previsioni di legge. Lì dove, infatti, per le caratteristiche e le concordate modalità "comuni" di realizzazione dell'azione delittuosa - sia pure diretta, in via principale, verso un obiettivo illecito di minore gravità - sia possibile identificare (al di là di ogni ragionevole dubbio) l'avvenuta previsione in concreto dell'evento più grave e la sua "accettazione" (dolo eventuale) come aspetto probabile dell'azione, correlato alla volontà di raggiungimento dell'obiettivo primario, si avrà concorso pieno sostenuto da dolo eventuale (in tal senso Sez. 1 n. 11595, del 15/12/2015, Rv. 266647; Sez. 2, n. 20793, del 15/4/2016, Rv. 267038, quanto alla connotazione del dolo eventuale v. Sez. U., n. 38343, del 24/4/2014, Rv. 261104); lì dove l'istruttoria non consenta di sostenere l'ipotesi dell'accordo comune con modalità realizzative "includenti" la probabilità di realizzazione dell'evento più grave (e la sua sostanziale accettazione) ma raffiguri esclusivamente la "prevedibilità" di simile evento si avrà concorso anomalo ai sensi dell'art. 116 c.p. (azione più grave come sviluppo logicamente prevedibile dell'azione concordata). Ne consegue, tra l'altro, che lì dove l'azione originariamente concordata ed accettata, per le sue modalità e il contesto realizzativo, rendeva "imprevedibile" lo sviluppo più grave, frutto di iniziativa estemporanea dell'autore materiale, non potrà l'evento più grave essere attribuito ai concorrenti primari (coloro che hanno previsto e voluto il reato meno grave) ma esclusivamente all'autore materiale. Ciò deriva dal fatto che - come evidenziato, tra le altre, da Sez. 1 n. 1452, del 5/10/2016, il fondamento della punibilità del soggetto concorrente ex art. 116 c.p. non è rappresentato - in realtà - dalla semplice colpa, quanto da un nesso psicologico del tutto peculiare (l'aspetto della prevedibilità dell'evento ulteriore in un contesto di azione collettiva) che va a radicarsi, secondo l'insegnamento offerto da Corte Cost. n. 42 del 1965, in una sorta di presunzione semplice, correlata alle caratteristiche dell'accordo criminoso e della conseguente condotta collettiva:.. il reato diverso e più grave rientra, nel concatenarsi dei fatti naturali, in quel logico sviluppo prevedibile del dinamismo dell'azione lesiva plurisoggettiva, dinamismo che attrae il fatto stesso anche del concorrente che non lo abbia "voluto" con dolo diretto o indiretto, ma che, tuttavia, affidandosi all'azione plurima ed aderendo al progetto delittuoso, non ne abbia preventivato, nonostante fosse possibile farlo, il suo verificarsi nella fase di esecuzione (così la citata decisione Sez. 1, n. 1452, del 2017, ai cui contenuti si presta adesione). Ciò spiega perchè il concorrente "anomalo" finisce per il rispondere, sia pure con attenuazione sanzionatoria, del reato consumato più grave qualificato complessivamente come doloso.

Dunque, l'elemento storico-fattuale che consente - con operazione alquanto complessa - di distinguere, a fronte di azione collettiva nell'ambito della quale si verifichi un evento più grave (nella specie rapina, con uso di arma) rispetto a quello oggetto di sicura programmazione comune "primaria" (il furto in abitazione) sta, come si è anticipato, nell'analisi probatoria delle caratteristiche dell'accordo criminoso e nella fissazione del grado di consapevolezza di ciascuno dei concorrenti circa le modalità realizzative, atteso che lì dove sia identificabile con certezza - una forma di effettiva "adesione" all'evento ulteriore (pur di raggiungere lo scopo primario), si avrà concorso pieno con dolo eventuale, mentre lì dove tale evento sia qualificabile in termini di mera "prevedibilità" (sia pure in rapporto ai contesti effettivi di produzione dell'evento) si avrà concorso anomalo ex art. 116 c.p., come si è detto.

Va altresì ribadito che l'analisi delle concrete forme dell'accordo criminoso - in assenza di prova diretta (ad es. una fonoregistrazione) - è per forza di cose indiziaria e si basa sui segni esteriori aventi elevata capacità indicativa. Segni esteriori che la Corte territoriale ha ben evidenziato, nella consegna di un'arma efficace, silenziata e clandestina, il cui possesso è del tutto incompatibile con la ideazione e rappresentazione del solo furto in abitazione, come pure è a dirsi per il coagulo di risorse umane e logistiche funzionali alla consumazione di un fatto violento e collettivo, peraltro ideato proprio dall'odierno ricorrente.

2.6. Da ciò deriva l'infondatezza dei profili di critica, che si manifestano essenzialmente in fatto. L'operazione dimostrativa realizzata dai giudici del merito è pertanto, ad avviso del Collegio, del tutto ragionevole e congrua, sorretta da motivazione adeguata.

3. Alla luce dei principi che precedono, il ricorso va dichiarato inammissibile.

3.1. Ai sensi dell'art. 616 c.p.p., con il provvedimento che dichiara inammissibile il ricorso, la parte privata che lo ha proposto deve essere condannata al pagamento delle spese del procedimento, nonchè - ravvisandosi, per quanto sopra argomentato, profili di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità - al versamento a favore della Cassa delle ammende di una somma che, alla luce di quanto affermato dalla Corte costituzionale, nella sentenza n. 186 del 2000, sussistendo profili di colpa, si stima equo determinare in Euro 2.000,00.
pqm
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro duemila in favore della Cassa delle ammende.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 10 luglio 2019.

Depositato in Cancelleria il 12 settembre 2019



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