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SENTENZA
Condominio, interesse ad agire e proprietà comune

Pubblicata da: Redazione


Corte di cassazione civile
sentenza 15327/15 del 21/07/2015

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I presupposti per l'attribuzione della proprietà comune, quindi dell'interesse ad agire (dei condomini), vengono meno se le cose, i servizi e gli impianti di uso comune, per oggettivi caratteri materiali sono necessari per l'esistenza e per l'uso, ovvero sono destinato all'uso e al servizio,non di tutto l'edificio, ma di una sola parte o di alcune parti di esso.


Cassazione civile, sezione seconda, sentenza del 21.07.2015, n. 15327


...omissis...

1.- Con il primo motivo del ricorso si censura il vizio di "violazione e falsa applicazione degli artt. 100 e 105 c.p.c. , artt. 1117 e 1123 c.c. , con riferimento all'art. 360 c.p.c. , nn. 3 e 5".

Il motivo in esame tende all'affermazione, da parte di questa Corte, del principio secondo cui "i presupposti per l'attribuzione della proprietà comune, quindi dell'interesse ad agire (dei condomini), vengono meno se le cose, i servizi e gli impianti di uso comune, per oggettivi caratteri materiali sono necessari per l'esistenza e per l'uso, ovvero sono destinato all'uso e al servizio,non di tutto l'edificio, ma di una sola parte o di alcune parti di esso" (Cass. n. 7885/1994 e, più di recente, Cass. 10 ottobre 2007, n. 21246).

Parte ricorrente, in sostanza, tende a prospettare - appigliandosi al predetto dictum della citata pronunzia di questa Corte, una carenza di interesse delle odierne parti contro ricorrenti.

L'assunto, tenuto conto dei reali connotati di fatto della fattispecie per cui e causa, è del tutto infondato.

Nell'ipotesi concreta per cui è giudizio si controverte quanto ad uno spazio comune ovvero ad un cavedio in corrispondenza del primo piano dell'edificio condominiale coperto con apposita soletta dall'odierna ricorrente.

E' palese, una volta ricostruito l'oggetto del contendere, l'interesse - in genere - dei condomini dello stabile al decoro del medesimo.

E tanto anche con riferimento a quei condomni che la ricorrente postula come "non interessati" in quanto titolari di unità immobiliari non aventi affaccio sul cavedio oggetto di causa.

In ogni caso dalla questione di interesse ad agire, come innanzi ricostruita, non discende la caducabilità dell'impugnata sentenza.

Il motivo in esame va quindi rigettato.

2.- Con il secondo motivo del ricorso si deduce il vizio di "violazione e falsa applicazione dell'art. 100 c.p.c. , art. 1102 c.c. , con riferimento all'art. 360 c.p.c. , nn. 3 e 5", con riferimento taluni condomini.

Il motivo in esame ripropone, parzialmente, la medesima doglianza di cui al motivo innanzi già esaminato.

In particolare la ricorrente deduce l'erroneità della gravata sentenza all'interesse ad agire con riferimento a taluni condomini ed, in particolare, alla Gxxxxx.

Il motivo, anche per lo stesso ordine di ragioni di cui sub 1., è del tutto infondato.

La circostanza, invocata dalla ricorrente, di non aver tolto, con la soletta a copertura del succitato cavedio, "nè aria, nè luce alla xxxxxxxx" non fa venir meno l'interesse di tutti i condomini al decoro dell'edificio in tutti suoi spazi comuni e, conseguentemente, non comporta - sotto il profilo della sollevata questione - una violazione e falsa applicazione, in ipotesi, delle norme in ordine alle quali si lamenta la violazione e falsa applicazione di legge.

Il motivo deve, quindi, essere respinto.

3.- Con il terzo motivo(erroneamente indicato come IV) parte ricorrente lamenta la "violazione e falsa applicazione dell'art. 115 c.p.c. , e degli artt. 1110, 1102, 1120 e 1139 c.c. , con riferimento all'art. 360 c.p.c. , n. 3, con riferimento alla domanda riconvenzionale proposta nei confronti di xxxxx.".

Parte ricorrente lamenta l'errore in tema di disponibilità delle prove in ordine alla domanda riconvenzionale dalla stessa svolta, in via riconvenzionale, nei confronti di altra parte in causa per "sentir dichiarare ed accertare che Gxxxxx. si è appropriata di uno spazio comune che consentiva l'accesso alla base del cavedio".

L'impugnata sentenza ha esaminato, pronunciandosi in proposito, la detta domanda subordinata.

In particolare è stato ritenuto ed espressamente affermato che "la xxxxxx. non si è appropriata di una porzione comune" giacchè apparteneva alla proprietà esclusiva di quest'ultima il cavedio, già chiuso, a piano terra dell'edificio.

La valutazione svolta nella gravata sentenza non risulta inficiata dalle deduzioni della odierna ricorrente ed, in particolare, dall'addotta circostanza che "la xxxx. è divenuta proprietaria dell'unità immobiliare de qua nel 1972" e, quindi, ben dopo la costituzione del Condominio e la redazione del relativo Regolamento per atto Notaio Bxxxxxi del 1948.

Risulta, infatti, che laxxxxxx. (allorchè veniva contestata dalla ricorrente la sua qualità) ha fornito fin dal primo grado del giudizio con apposta produzione (doc. 15/19) la dimostrazione del proprio titolo di acquisto e di quelli ad esso precedenti di guisa da consentire di far risalire l'acquisto del medesimo immobile a data di certo antecedente alla costituzione del condominio.

Anche il motivo in esame del ricorso è, dunque, infondato e va rigettato.

4.- In considerazione di quanto innanzi esposto e ritenuto il ricorso deve essere rigettato.

5.- Le spese seguono la soccombenza e, per l'effetto, si determinano come da dispositivo.
p.q.m.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento in favore dei controricorrenti delle spese del giudizio, determinate in Euro 2.700,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali ed accessori come per legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 7 maggio 2015.

Depositato in Cancelleria il 21 luglio 2015




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