Condividi su Facebook | Segnala | Errore | Stampa | Zoom
SENTENZA
Illecita reiterazione di contratti a termine tra MIUR e docente precario - Trib. Napoli n. 529/2015 - Direttiva Comunitaria 1999/70/CE - D.Lgs. 368/2001 - danno risarcibile

Pubblicata da: Avv. Salvatore Russo


Tribunale Napoli
sentenza 529/2015 del 21/01/2015

Tribunale del Lavoro di Napoli - Sentenza n. 529/2015

In caso di illecita reiterazione di contratti a termine con i lavoratori precari della scuola, si applica la sanzione della costituzione del rapporto di lavoro a tempo indeterminato quale unica misura realmente ostativa ed energica, nonché rispettosa della normativa interna e comunitaria.

 

La recentissima sentenza del Tribunale del Lavoro di Napoli, che ha dichiarato la costituzione del rapporto di lavoro tra MIUR e la docente precaria ricorrente, pone l'accento sulle modalità di attuazione della Direttiva Comunitaria 1999/70/CE rinvenendo quale unica, vera e dissuasiva condanna da poter intraprendere a norma di legge nei confronti del Ministero dell'Istruzione, proprio la costituzione del rapporto di lavoro a tempo indeterminato a favore della ricorrente.

 

V'è da rilevare che la sentenza, dettagliata e molto specifica nell'affrontare i diversi, poliedrici aspetti e le varie criticità tipiche del precariato nella scuola pubblica italiana, risulta determinante per l'enucleazione del principio che riconosce la possibilità di costituire il rapporto di lavoro tra MIUR e ricorrente proprio in ossequio alla specifica normativa interna e di settore. È proprio tale aspetto che sarà, in modo predominante, privilegiato nella trattazione che si vuole affrontare in questa sede. Il Giudice del Lavoro di Napoli, Dott. Paolo Coppola, che proprio per questa causa aveva rimesso la questione alla Corte di Giustizia Europea, sospendendone il giudizio, chiarisce sin dalla premessa di poter procedere con la decisione, proprio alla luce della sentenza della CGUE dello scorso 26 novembre, stante la sussistenza di “ elementi chiarissimi che consentono di ricostruire la materia, conformemente alla disciplina superprimaria di rango eurounitario, in maniera logica ed esaustiva ” che non fanno ravvedere la necessità di attendere il pronunciamento, ancora da venire, della Corte Costituzionale.

 

La ricorrente lamentava, con giudizio incardinato nel 2012 presso il competente tribunale del Lavoro di Napoli, l'illegittima reiterazione di contratti a termine stipulati in successione con il MIUR sin dall'anno scolastico 2003/2004, per un totale di circa 9 anni, e rivendicava il proprio diritto all'immissione in ruolo con decorrenza giuridica ed economica dalla data di superamento dei 36 mesi di lavoro così come stabilito dall'art. 5, comma 4-bis, del D. Lgs. 368/01.

 

Il Tribunale del Lavoro di Napoli, nell'accogliere in toto le richieste della docente precaria con la Sentenza in commento, compie un sistematico excursus nella normativa italiana di settore succedutasi nel tempo e fonda la sua decisione su quanto statuito dall'art. 70, comma 8, D.Lgs. n.165/2001, di cui ricorda, in particolare, l' incipit , che chiarisce come “ le disposizioni del presente decreto si applicano al personale della scuola”. In base al comma 2, art. 36 dello stesso Decreto, poi, il Giudice riconosce la possibilità di applicare in linea generale anche alla scuola pubblica quanto riportato nel D.Lgs. n. 368/01 che è proprio il Decreto recante “ Attuazione della direttiva 1999/70/CE relativa all'accordo quadro sul lavoro a tempo determinato concluso dall'UNICE, dal CEEP e dal CES ”. Secondo il Giudice, dopo questo assunto, i contratti di lavoro stipulati tra MIUR e docenti trovano senza ombra di dubbio la loro regolamentazione anche nel D. Lgs. n. 368/01 e, quindi, nella Direttiva Comunitaria 199970/CE, rilevando che, se così non fosse, “ si dovrebbe concludere che, nello specifico ambito della scuola, la direttiva 1999/70/CE non troverebbe inammissibilmente applicazione: non sarebbe prevista alcuna misura ostativa alla libera, pertanto vietata, reiterazione dei contratti di lavoro (cfr Clausola 5 della Direttiva indicata) ”.

 

Secondo la sentenza in commento appare evidente che, in riferimento ai contratti a termine nella scuola pubblica - in forza della specifica disciplina di settore (art. 4 del D.Lgs. n. 124/99 (commi 11 e 1), confermato dal Decreto (Inter)Ministeriale n. 430/2000), in cui si rileva che “ non è statuito l'obbligo di specificazione delle ragioni oggettive di cui all'art.1 D.Lgs. 368/01, non è prevista la disciplina della proroga di cui all'art. 4 dello stesso D.Lgs. e delle riassunzioni (art. 5) ” - la compatibilità tra disciplina dell'assunzione di docenti e personale ATA precario e l'Ordinamento europeo “ è data solo dalla applicazione della disciplina generale di cui al D.Lgs. n. 368/01 ed in specie dall'art. 5, comma 4-bis”. Il Giudice tiene a precisare, che detta interpretazione “trova espressa conferma nella sentenza del 23 aprile 2009, resa nella causa Angelidaki, procedimento da C-378/07 a C-380/07, della Corte di giustizia dell'Unione Europea ed oggi nella sentenza Mascolo. Detto principio era peraltro già stato affermato nella Sentenza Adeneler (Sentenza della GGUE, Grande Sezione, del 4.7.06, procedimento C-212/04). Se non fosse applicabile la normativa generale (salvo espresse e specifiche deroghe) l'ordinamento interno del settore consentirebbe la diuturna ripetizione di contratti a termine senza la previsione della benché minima misura ostativa: ovviamente, stanti gli obblighi di interpretazione conforme, questo giudice non può addivenire ad una interpretazione in palese contrasto con gli obblighi di appartenenza dell'Italia alla Unione europea, la cui violazione è stata ritenuta dalla C.g.u.e. nella sentenza Mascolo ”.

 

La Direttiva 1999/70/CE impone agli Stati membri la determinazione di una normativa interna atta ad impedire l'illecita reiterazione di contratti a termine (clausola 5 dell'Accordo Quadro allegato alla Direttiva 1999/70/CE) e ricorda che l'art. 36 del D.Lgs. n. 165/01, che al comma 5ter nega la possibilità di trasformazione del contratto da tempo determinato e a tempo indeterminato, “ non si presta a censure di incostituzionalità in relazione al solo dettato costituzionale interno, tenuto conto che con esso non si salvaguarda solo l'art. 97 della Costituzione, con riferimento all'accesso tramite concorso ad impieghi presso le PA, ma altresì l'art. 3, ovvero il principio di eguaglianza, nonché il principio di ragionevolezza. Infatti, la possibilità di costituire rapporto di lavoro a tempo indeterminato tramite declatoria di nullità del termine si potrebbe prestare ad evidenti abus i”.

 

Proprio l'art. 36, D.Lgs. 165/01 viene posto al vaglio dal Giudice del Lavoro di Napoli, Dott. Paolo Coppola, investito della decisione, che ricostruisce nel dettaglio l'istituto giuridico da esso disciplinato. Si rileva, infatti, come tale normativa non sia una disposizione che regola nello specifico il settore scolastico e la reiterazione di contratti a termine alle dipendenze del Ministero dell'Istruzione, ma che essa “ trova applicazione in via generale a tutte le ipotesi di violazione di disposizione imperativa riguardante l'assunzione o l'impiego di lavoratori (cfr. contratti nulli, falsi contratti di collaborazione coordinata e continuativa, contratti di somministrazione, contratti stipulati a seguito di concorso pubblico poi annullato, se del caso in sede di autotutela, esecuzioni del contratto non di lavoro come un contratto di lavoro, etc) ”.

 

Da questa chiara premessa, la sentenza in esame segue un excursus logico dirompente e incalzante che porta a ritenere che quanto statuito nell'art. 36 citato “ non opera su un piano corrispondente alla clausola nulla, ovvero non è una eccezione al principio di cui all'art. 1419 c.c ”, constatando, a scopo chiarificatore, che “ la disposizione richiamata non opera sul piano di cui al comma 2 dell'art 1419 c.c., ovvero non incide sul contenuto del contratto sostituendo la clausola nulla, ma opera sul diverso piano della regolazione degli effetti del contratto avente clausola relativa al termine nulla, disponendo che non vi può essere costituzione di rapporti di lavoro a tempo indeterminato ”. Da tale constatazione, il Giudice enuclea il presupposto che “ il termine nullità è improprio (a-tecnico) operando la disposizione sul piano degli effetti (sinallagma funzionale) delle varie fattispecie che ricadono nell'ambito di applicazione della stessa (unica interpretazione possibile per dare doverosamente all'istituto una lettura unitaria ed omnicomprensiva) ”.

 

La soluzione che ha portato a riconoscere il solo e mero risarcimento del danno subito, con risarcimenti che oscillano per numero delle mensilità ritenute idonee alla fattispecie (sono citate le sentenze del Tribunale di Rossano e del Tribunale di Genova tra le tante), ha trovato riscontri diversi e contrastanti nella giurisprudenza via via succedutasi. La stessa Corte di Cassazione, come correttamente e dettagliatamente ricordato in sentenza, ha “oscillato” nelle decisioni, emanando, a volte, opinioni discordanti. Le motivazioni che il Giudice rinviene per giustificare cotanto contrasto giurisprudenziale, risultano fondate sull'esistenza di un quadro normativo interno che presenta “forti elementi di criticità, perché la misura risarcitoria non era strutturata e pensata quale misura ostativa, avente lo scopo specifico di prevenire gli abusi derivati dalla reiterazione dei contratti a termine (la disposizione era già presente nel D.Lgs. n. 29/93, quindi ben prima della direttiva 1999/70/Ce) ” e conclude affermando con certezza che la sua concreta idoneità ostativa risulta “ assai dubbia”. Il Giudice tiene, quindi, a ricordare che proprio in questa ottica “ la Corte di cassazione, con la sentenza n. 27363/14 del 15/10-23/12/14 ha ritenuto la applicabilità dell'art. 5, comma 4-bis, del d.lgs. 368/01 al precariato pubblico non scolastico, con costituibilità di contratto a tempo indeterminato ”; sulla questione la sentenza enucleerà, nel corso dell'argomentazione della decisione, una serie di precisazioni e di costanti richiami.

 

Per giungere alla conclusione annunciata, il Giudice ritiene senza dubbio che il comma 4-bis, D.Lgs. 368/2001 si applichi anche alla Pubblica Amministrazione, “ deponendo in tal senso chiarissimi argomenti letterali e sistematici (tra i quali del comma 4-ter del medesimo art. 5 si è già detto) ”. In sentenza di passa, dunque, a rilevare come “ L'art. 36 del D.Lgs. n. 165/01 sanziona solo la violazione di disposizioni imperative riguardanti l'assunzione o l'impiego di lavoratori. Nel caso dell'art. 5, comma 4-bis, del d.lgs. 368/01 la sanzione scatta al superamento dei 36 mesi, ovvero il contratto si costituisce (non si converte) a quella data: la sanzione non scatta, come negli altri casi, sul contratto, non è l'ultimo contratto che si considera a tempo indeterminato, ma sul rapporto, con una presunzione iuris et de iure di stabilità della esigenza ”. L' excursus logico, dunque, appare chiaro si dalle premesse: “ il contratto a termine è legittimo e l'impiego di lavoratori è legittimo ma il superamento dei 36 mesi determina da quella data la costituzione del rapporto ”.

 

La sentenza in commento, dunque, rileva la possibilità, data dalla complessa normativa interna italiana, di vera e propria “ costituzione automatica del contratto di lavoro, sanzione esterna al contratto di assunzione (che considerato di per sé è assolutamente conforme a norma e si è svolto in maniera analogamente conforme), avente lo scopo di prevenire e reprimere l'abusiva reiterazione di contratti a termine ”. L'art. 36, infatti, prende l'abrivio dal D. Lgs n. 29/93, quando la Direttiva Comunitaria 1999/70/CE, quindi, non era ancora stata emanata né, ovviamente, recepita dall'Italia. Seguendo tale, lucido, lineare ragionamento, dunque, il Giudice Coppola ben può sostenere che il legislatore interno “ aveva previsto una sanzione risarcitoria per vizi del contratto di assunzione, ovvero riguardanti le modalità di svolgimento del rapporto, in via assolutamente generale ” e derivarne che “ la applicazione dell'art 5, comma 4-bis, alla P.A. passa per l'unica misura sanzionatoria possibile compatibile con l'istituto, la costituzione del contratto a tempo indeterminato ”. Detta conclusione, forte di quanto finora enunciato in sentenza, risulta dunque “ imposta dalla introduzione dei commi 5-ter e 5-quater all'art. 36 ”.

 

In sentenza vengono, poi, enucleati ulteriori, particolareggiati argomenti a sostegno dell'interpretazione finora riportata fino alla constatazione che anche l'art. 1, comma 14-bis, del d.lgs. n. 124/1999 non risulta contrastare la costituzione del rapporto di lavoro a tempo indeterminato. La disposizione viene presentata in sentenza nelle sue due articolazioni: quella originaria e quella nella versione così come convertita. Il Giudice rileva, infatti, che nella sua prima formulazione riportata nel D.L. n. 134/09, in vigore dal 25.9.09, tale articolo così statuiva “ I contratti a tempo determinato stipulati per il conferimento delle supplenze previste dai commi 1, 2 e 3, in quanto necessari per garantire la costante erogazione del servizio scolastico ed educativo, non possono in alcun caso trasformarsi in rapporti di lavoro a tempo indeterminato e consentire la maturazione di anzianità utile ai fini retributivi prima della immissione in ruolo”. La legge di conversione n. 167/09, ha modificato tale assunto disponendo che “ I contratti a tempo determinato stipulati per il conferimento delle supplenze previste dai commi 1, 2 e 3, in quanto necessari per garantire la costante erogazione del servizio scolastico ed educativo, possono trasformarsi in rapporti di lavoro a tempo indeterminato solo nel caso di immissione in ruolo, ai sensi delle disposizioni vigenti e sulla base delle graduatorie previste dalla presente legge e dall'articolo 1, comma 605, lettera c), della legge 27 dicembre 2006, n.296, e successive modificazioni” .

 

Su tale assunto, e sulla dichiarata modifica della forma della normativa in esame da parte dello stesso Legislatore, dunque, il Giudice del Lavoro di Napoli fonda la sua certezza: “ la sentenza ben può far luogo della immissione in ruolo, dovendosi altrimenti ritenere la immissione in ruolo atto non giustiziabile e, dunque, la carenza assoluta di giurisdizione: invero la carenza assoluta di giurisdizione è riscontrabile solo in relazione ad atti di alta amministrazione ed atti politici ”. Proprio le modifiche apportate al testo originario del D.L. con la norma di conversione, infatti, “ dimostra ancora una volta la volontà legislativa di non vietare la trasformazione del contratto ”. A tale certezza, la sentenza fa seguire un'altra constatazione ritenuta dirimente: “ la necessità di costituire di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato in forza dell'art. 5, comma 4-bis, è imposta, da un punto di vista sistematico, dalla recente modifica dell'art. 36 del d.lgs. 165/01, ed in specie dopo la introduzione dei commi 5-bis/5-quater all'art. 36 ad opera del D.L. n. 101/13, convertito con L. n. 125/13, che ha abolito la misura ostativa del risarcimento del dann o”.

 

La mancanza di danno risarcibile fa di certo “ venir meno ogni efficacia dissuasiva alla previsione della responsabilità erariale, stante la conseguente assenza di danno erariale ” e il Giudice non tralascia neanche di constatare amaramente che “ neanche la precedente previsione del risarcimento del danno e, dunque, di possibile responsabilità erariale ha costituito, nella pratica, ostacolo alla crescita esponenziale del precariato pubblico di lunga durata ”. La sentenza rileva, comunque, l'impossibilità di applicare un risarcimento del danno effettivamente dissuasivo ed “ energico ” come vorrebbe la Direttiva eurounitaria, stante la normativa interna, anche di rango costituzionale, incompatibile e la constatazione di non poter generare effettivi danni all'erario ritenuti ben più che ingenti. Il Giudice, dunque, giunge a trarre le sue chiare determinazioni sin da subito: “ o si ritiene che, in presenza di contratti a termine legittimi e rispettosi delle procedure selettive di legge è possibile costituire contratti a tempo indeterminato con la P.A., ovvero si deve concludere che l'ordinamento interno è privo di misure ostative, almeno dal D.L. 101/13 ” ribadendo che “ Lo stesso legislatore (quello del D.L. n. 101/13, convertito con legge n. 125/13) distingue, dunque, la trasformazione del contratto di lavoro da tempo determinato a tempo indeterminato dalla costituzione di rapporti di lavoro a tempo indeterminato. L'art. 5, comma 4-bis, prevede la costituzione e non la trasformazione per cui la costituzione suddetta non è affatto vietata dall'art. 36, d.lgs. n. 165/01, che riguarda il solo divieto di trasformazione ”.

 

La sentenza passa, poi, a enucleare considerazioni appropriate ed esaustive proprio sulla Sentenza della Corte di giustizia dell'Unione europea del 26 novembre 2014 (cause riunite C 22/13, da C 61/13 a C 63/13 e C 418/13) di cui il giudizio della presente sentenza in commento ha generato una delle ordinanze di rinvio pregiudiziale e deducendo “ la incompatibilità eurounitaria dell'art. 36, comma 5-quater del d.lgs. 165/01, aggiunto dall'art. 4, comma 1, lett. b), D.L. 31 agosto 2013, n. 101, convertito, con modificazioni, dalla L. 30 ottobre 2013, n. 125, salvo a ritenersi, come si è detto, la costituzione del rapporto di lavoro ex art. 5, comma 4-bis ”. Per il caso di specie, infatti, con una docente che aveva stipulato ben 9 contratti di lavoro a tempo determinato praticamente in successione, il Giudice rileva che “ solo il risarcimento del danno (effettivo, energico e dissuasivo ma, come visto, impossibile per disposizione interna) o la costituzione del rapporto di lavoro sono misure ostative”.

 

Riguardo l'ordinanza di pregiudiziale dallo stesso sollevata per la fattispecie in esame, il Giudice constata pianamente che tali deduzioni permetterebbero di dedurre che “ mettendo a sistema le statuizioni delle cause Papalia e Mascolo, per la C.g.u.e. o si costituisce il rapporto di lavoro ex art. 5, comma 4-bis, del d.lgs. 368/01 o, nel settore pubblico, vi è violazione del diritto eurounitario, in assenza di valida misura ostativa alla illegittima reiterazione dei rapporti di lavoro a termine con la P.A.”. Ribadendo che “Non costituisce infatti idonea misura ostativa il risarcimento del danno” . Sulla questione il Giudice ricorda che al punto 77 la Corte di Giustizia dell'Unione Europea afferma: quando, come nel caso di specie, il diritto dell'Unione non prevede sanzioni specifiche nell'ipotesi in cui vengano nondimeno accertati abusi, spetta alle autorità nazionali adottare misure che devono rivestire un carattere non solo proporzionato, ma anche sufficientemente energico e dissuasivo per garantire la piena efficacia delle norme adottate in applicazione dell'accordo quadro (v., in particolare, sentenza Fiamingo e a., EU:C:2014:2044, punto 62 nonché giurisprudenza ivi citata) . E rileva subito che “ Il termine “energico” viene usato dalla C.g.u.e. per la prima volta nella sentenza Fiamingo (del 03/07/2014, procedimento C-362/13) che riguarda l'Italia, e, per la seconda, nella sentenza Mascolo, il che dimostra inequivocabilmente che la Corte richiede alle autorità interne, tra cui alla giurisdizione, quindi anche a questo giudice di ricercare senza incertezze una soluzione alla questione del precariato, compatibile col diritto eurounitario . Solo con l'Italia la C.g.u.e. ha ritenuto, fino ad oggi, di specificare che la misura ostativa deve essere energica ”.

 

Per il Tribunale del Lavoro di Napoli non ci sono, dunque, alternative e statuisce che “ visto l'obbligo di interpretazione conforme e l'obbligo di adoperare tutti gli strumenti interpretativi a disposizione, non resta che ritenere l'applicabilità dell'art. 5, comma 4-bis, del d.lgs. 368/01 e della sanzione ivi prevista almeno fino alla introduzione del comma 4-bis all'art. 10 del d.lgs. 368/01 e dunque una compatibilità della normativa interna fino al 13.5.11 . In sentenza viene, poi, evidenziato come la stessa Corte di Cassazione si fosse espressa in tal senso con la sentenza n. 27363 del 15 ottobre/23 dicembre 2014. La stessa ha, infatti, ritenuto che “ il danno ex art. 36 debba essere interpretato secondo le classiche categorie del diritto interno ” assicurando sempre e comunque la conformità dell'ordinamento intero a quello eurounitario visto che “ spetta al giudice nazionale valutare in che misura le disposizioni di diritto nazionale volte a sanzionare il ricorso abusivo, da parte della pubblica amministrazione, a una successione di contratti o rapporti di lavoro a tempo determinato siano conformi a questi principi", rendendo effettiva la conversione dei contratti di lavoro da determinato ad indeterminato di tutti i rapporti a termine successivi con lo stesso datore di lavoro pubblico, dopo trentasei mesi anche non continuativi di servizio precario, in applicazione dell'art. 5, comma 4-bis, del d.lgs n.368/2001 . Nella specie, come sopra visto, non risulta l'illegittimità dei contratti in esame, neppure sotto il profilo dell'abuso, trattandosi di soli tre contratti a tempo determinato della durata di pochi mesi, così come in sostanza ritenuto dalla Corte di merito” (Cfr. Cassazione Civile Sent. 27363/2014).

 

La sentenza in commento, una volta esposto in modo completo l'argomentazione sostenuta, conclude constatando che è proprio la Corte di Cassazione a indicare “ disposizione (art 5, comma 4-bis) e sanzione (costituzione del contratto) ” che non ha applicato non ritenendo, nel caso sottoposto al suo giudizio, l'abuso. Ma l'abuso, nel caso in esame sottoposto al Tribunale del Lavoro di Napoli risulta, invece, evidente e palese ed è riassunto con la semplice constatazione così riportata: “ L'istante ha siglato un nuovo contratto di lavoro dopo l'entrata in vigore dell'art. 5, comma 4-bis, in esame (il contratto valevole per il periodo dal 17.9.10 al 31.8.11). Il 1.9.09 l'istante, in servizio con contratto a termine, ha superato il termine massimo di 36 mesi e non operava ancora la preclusione di cui al comma 4-bis dell'art 10 del d.lgs. 368/01, in vigore dal 13 maggio 2011 ”.

 

Al Giudice preme, infine, ribadire l'assoluta conformità dell'interpretazione espressa anche con i dettami costituzionali, rilevando che “ si potrebbe affermare che l'interpretazione offerta violerebbe da un lato il principio del pubblico concorso, come modalità di accesso ai pubblici uffici, atta a selezionare i migliori e, dall'altro, che non sarebbe assicurato il buon andamento della PA, determinandosi costituzione di rapporti di lavoro senza previa verifica della necessità di manodopera e controllo su un indiscriminato accesso ”, ma le statuizioni sovranazionali risultano comunque essere predominanti e “ se anche così fosse, l'art. 97 della Costituzione rappresenta un principio costituzionale debole, destinato a cedere di fronte agli obblighi derivanti dalla appartenenza dell'Italia alla U.E. ” avallando quanto testé esposto con la costatazione che tale affermazione “ è condivisa sia dalla Corte Costituzionale che dalla Corte di Giustizia dell'Unione Europea ”.

 

La Corte di Giustizia dell'Unione Europea, nella causa Cordero Alonso (Cgue 27.4.2006, Cordero Alonso . c. Fondo de Garantia Salarial (Fogasa ), causa C-81/05), ha, infatti, già risposto al quesito se “ il principio di supremazia del diritto comunitario rispetto al diritto nazionale comporti, di per sé e senza necessità di disposizioni esplicite di diritto interno, l'attribuzione agli organi giurisdizionali nazionali del potere di disapplicare qualsiasi tipo di norma di diritto interno che sia contraria al diritto comunitario, indipendentemente dal rango di tale norma nella gerarchia delle fonti ”, vale a dire, quindi, anche una “ norma di rango costituzionale ” (v. punto 25 a) e ha risposto in senso affermativo sostenendo che “ la disapplicazione doveva comunque farsi valere ”. Ha risposto, allo stesso modo, anche al quesito “ se nell'applicare le norme di diritto interno di attuazione delle disposizioni comunitarie, essi siano vincolate dal principio dell'uguaglianza dinanzi alla legge e dal divieto di discriminazione risultante dal diritto comunitario, con la portata precisata dall'interpretazione fornitane dalla Corte, benché essa possa non coincidere con l'interpretazione dell'analogo diritto fondamentale riconosciuto dalla Costituzione spagnola quale interpretato dalla giurisprudenza del Tribunal Constitucional español (punto 25b) ”.

 

In ogni caso, comunque, il Giudice del Lavoro di Napoli evidenzia senza ombra di dubbio che non sussiste violazione dell'art. 97, comma 3, della Costituzione “ essendo la modalità di costituzione del rapporto di lavoro avvenuta nel rispetto di una procedura selettiva automatica di personale, attraverso apposita graduatoria (nello stesso senso la Corte di giustizia con la sentenza Mascolo nei già ricordati punti 89 e 111) ” e constatando che “ dette disposizioni sono perfettamente in linea con la norma generale sul reclutamento del personale della P.A. (art. 35 del D.Lgs. n. 165/01) che dispone: 1. L'assunzione nelle amministrazioni pubbliche avviene con contratto individuale di lavoro: a) tramite procedure selettive , conformi ai principi del comma 3, volte all'accertamento della professionalità richiesta , che garantiscano in misura adeguata l'accesso dall'esterno ; b) mediante avviamento degli iscritti nelle liste di collocamento ai sensi della legislazione vigente per le qualifiche e profili per i quali è richiesto il solo requisito della scuola dell'obbligo, facendo salvi gli eventuali ulteriori requisiti per specifiche professionalità . 2. Le assunzioni obbligatorie da parte delle amministrazioni pubbliche, aziende ed enti pubblici dei soggetti di cui alla legge 12 marzo 1999, n. 68, avvengono per chiamata numerica degli iscritti nelle liste di collocamento ai sensi della vigente normativa, previa verifica della compatibilità della invalidità con le mansioni da svolgere…. ).

 

Quanto al primo comma dell'art. 97 della Costituzione, inoltre, in sentenza viene rilevato come “ le esigenze lavorative nelle quali era impegnato l'istante sono da ritenersi stabili, visto il tempo di utilizzazione previsto dalla norma (36 mesi di lavoro): non vi sono elementi inoltre per ritenere che la conversione del rapporto di lavoro di cui è causa crei un disservizio ”, ricordando, finanche, che “ l'Ordinamento interno prevede specifici rimedi a fronte di eventuali surplus di organico: la mobilità (cfr. in special modo gli artt 6, 29-bis, 30, 33 e 34- bis del DLgs n. 165/01)”. E rilevando, comunque, che “non può ritenersi la non conformità al principio di buona andamento della azione amministrativa di una disposizione normativa, per il sol fatto che la sua applicazione (rectius la applicazione della sanzione dalla stessa prevista) possa determinare la attivazione delle procedure di mobilità, funzionali proprio allo scopo di una allocazione delle risorse umane conformemente al principio del buon andamento della pubblica amministrazione ”.

 

La disposizione, come motivata in sentenza, risulta conforme ai principi di cui alla Carta costituzionale anche in considerazione del fatto che i costi del risarcimento del danno, anch'essi enucleati in sentenza con dovizia, obbligano a preferire tale interpretazione proprio in ossequio agli artt. 81 e 97, comma 1, della Costituzione. Il Giudice, infatti, per tener fede a quanto finora sostenuto, espone di non ritenere di dover comminare alcuna condanna al risarcimento del danno per nullità del termine dei contratti visto che, ai sensi dei commi 5 e 6, art. 32, Legge 183/2010, solo « nei casi di conversione del contratto a tempo determinato, il giudice condanna il datore di lavoro al risarcimento del lavoratore stabilendo un'indennità onnicomprensiva nella misura compresa tra un minimo di 2,5 e un massimo di 12 mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto, avuto riguardo ai criteri indicati nell'articolo 8 della legge 15 luglio 1966, n. 604” . Nel caso di specie, invece, il Tribunale del Lavoro di Napoli ritiene che, essendo di fronte a una vera e propria “costituzione” del rapporto di lavoro e non nella fattispecie della conversione del contratto che “ ricorre in ipotesi di declatoria di nullità della clausola appositiva del termine” , non sia da stabilirsi un risarcimento del danno per nullità del termine dei contratti.

 

A tale assunto il Giudice arriva constatando che “ La conclusione trova espressa conferma nell'art. 32, commi 3 e 4, della legge 183/10 che tratta diversamente, sub specie di disciplina della decadenza, il superamento dei 36 mesi rispetto alle ipotesi di nullità del termine apposto al contratto e di conversione dello stesso ”. Il comma 3, infatti, stabilisce che “ le disposizioni di cui all'articolo 6 della legge 15 luglio 1966, n. 604, come modificato dal comma 1 del presente articolo, si applicano inoltre: a) ai licenziamenti che presuppongono la risoluzione di questioni relative alla qualificazione del rapporto di lavoro ovvero alla nullità del termine apposto al contratto di lavoro, ai sensi degli articoli 1, 2 e 4 del decreto legislativo 6 settembre 2001, n. 368, e successive modificazioni…” e il Giudice rileva che “Il comma 4, lett. d), prevede un caso di estensione della decadenza all'ipotesi in cui si chieda la costituzione o l'accertamento di un rapporto di lavoro in capo a un soggetto diverso dal titolare del contratto” . Appare chiaro, dunque, che è il Legislatore stesso a evidenziare “ la differenza tra costituzione e conversione: quella di cui all'art. 5, comma 4-bis, è costituzione per cui non si applica l'art. 32, comma 5. Inoltre, con riferimento alla P.A., l'art. 32 della l. 183/2010 fa riferimento generico ai rapporti di lavoro disciplinati dal D.lgs. 368/01 ed il legislatore della l. 183 quando ha voluto disciplinare il rapporto di lavoro alle dipendenze della P.A. lo ha fatto espressamente (sostituzione del comma 2 dell'art. 57 del D.lgs. 165/2001) ”.

 

A sostegno di tale assunto, la sentenza richiama nuovamente la Corte Costituzionale, questa volta con la Sentenza n. 313/11, in cui viene stabilito che “ lo Stato datore di lavoro pubblico a termine..., non figura neppure tra i destinatari delle disposizioni censurate e che ...la normativa de qua, escluso ogni vantaggio mirato per lo Stato od altro soggetto pubblico... .”. Il Giudice del Lavoro di Napoli, inoltre, tiene e precisare che “ la applicazione dell'art. 32, ed in specie il comma 7, alla P.A. costituirebbe un caso tipico di violazione dell'art. 6 C.e.d.u., vista l'ingerenza dello Stato nell'amministrazione della giustizia per fini propri ”. Anche la sentenza della Corte costituzionale n. 303/11, ad avviso del Giudice, non si pone da ostacolo alla statuizione della costituzione del rapporto di lavoro a tempo determinato visto che la stessa “ espressamente evidenzia, in relazione all'art 32, commi 5 e 7, che lo Stato-datore di lavoro pubblico a termine, cui la regola della conversione” […] del contratto a termine non si applica ai sensi dell'art. 36, comma 5, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 (Norme generali sull'ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche), non figura neppure tra i destinatari delle disposizioni censurate” , ma nulla eccepisce in caso della diversa ipotesi di costituzione del rapporto di lavoro a tempo indeterminato ex art. 5, comma 4-bis.

 

Per tale motivo e con le motivazioni ampiamente addotte, il Giudice del Lavoro di Napoli, in via principale, dichiara che tra l'istante ed il Ministero convenuto sussiste un rapporto di lavoro tempo indeterminato. Il Giudice, dunque, non dichiara nulli i termini precedentemente apposti ai contratti “a termine” stipulati con la ricorrente, ma semplicemente costituisce il contratto di lavoro a tempo indeterminato a far data dal superamento del 36mo mese di servizio alle dipendenze del MIUR della docente per violazione della normativa comunitaria recepita in toto dall'Italia con il D.Lgs. 368/2001. Alla costituzione del rapporto di lavoro segue anche la condanna a carico del MIUR “ alla ricostruzione della carriera dell'istante con il conteggio, a fini economici e normativi, della anzianità di servizio per il periodo pre ruolo in maniera integrale ” e al pagamento delle spese di giudizio.





Visite:

Siti di interesse per l'argomento: lavoro
logo del sito
Il Quotidiano giuridico on line ISSN 2280-613X


Loading