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SENTENZA
Chiesto il danno non patrimoniale e poi quello esistenziale: non è domanda nuova.

Pubblicata da: Redazione


Corte di cassazione civile
sentenza 22514/14 del 23/10/2014




La domanda di risarcimento del danno non patrimoniale è una domanda di carattere onnicomprensivo, non potendosi considerare domanda nuova quella di risarcimento del danno esistenziale quando era stata già proposta domanda di risarcimento del danno non patrimoniale.
D'altra parte, in tema di risarcimento dei danni da responsabilità civile, l'unitarietà del diritto al risarcimento e la normale non frazionabilità del giudizio di liquidazione comportano che, quando un soggetto agisca in giudizio per chiedere il risarcimento dei danni a lui cagionati da un dato comportamento del convenuto, la domanda si riferisce a tutte le possibili voci di danno originate da quella condotta. Ne consegue che, laddove nell'atto introduttivo siano indicate specifiche voci di danno, a tale specificazione deve darsi valore meramente esemplificativo dei vari profili di pregiudizio dei quali si intenda ottenere il ristoro, a meno che non si possa ragionevolmente ricavarne la volontà di escludere dal petitum le voci non menzionate.



Cassazione civile, sezione terza, sentenza del 23.10.2014, n. 22514

...omissis....

4.2. Nel caso specifico la Corte d'appello - alla quale erano state poste, in sostanza, tutte le medesime questioni in fatto oggetto dei motivi di ricorso in esame - con una motivazione accurata, coerente e del tutto priva di vizi logici, ha accertato le seguenti circostanze:

- che il furgone parcheggiato lungo il margine destro della carreggiata, nel senso di marcia del F., sporgeva di poco sulla strada, sicchè tale posizione non giustificava un improvviso e vistoso spostamento a sinistra della vettura oltre la mezzeria;

- che non risultava provata la condotta di guida "attenta e prudente" da parte del sss, ma neppure da parte della ssss

- che, anche ammettendo che il sssssss avesse frenato (per un'ipotetica distrazione) solo dopo aver impattato la moto condotta dallasssssss., ciò non consentiva di ritenere che la sua velocità fosse eccessiva (la Corte parla di 20/25 km orari);

- che la sterzata a destra dell'automobilista non implicava che egli si fosse portato al centro della carreggiata ed oltre la mezzeria;

- che gli "unici dati certi", alla luce della c.t.u., erano che la sssssssss dopo aver perso il controllo del proprio ciclomotore, era scivolata col medesimo, finendo sotto la vettura del ssssssssss

che l'assenza di testimoni e di tracce di frenata rendevano impossibile individuare con certezza il punto d'urto, così come stabilire a chi fosse da addebitare la perdita di controllo del ciclomotore;

che, comunque, dato il tipo di incidente ed il conseguente trascinamento del corpo della ssssssotto la vettura condotta dal sssss, l'uso del casco da parte della sfortunata ragazza avrebbe certamente mitigato il gravissimo trauma cranico riportata dalla medesima, con la conseguente sofferenza parenchimale e tutto quanto ne era derivato;

- che, in conclusione, non poteva farsi altro che applicare la presunzione di pari responsabilità di cui all'art. 2054 c.c., comma 2, con ulteriore diminuzione della percentuale di danno risarcibile, in favore della vittima, a causa del mancato uso del casco.

Si tratta, come facilmente si percepisce, di una ricostruzione precisa e corretta, nei limiti di quanto ragionevolmente si può pretendere in considerazione del tipo di incidente.

4.3. Le censure di cui ai primi tre motivi, pertanto, non fanno altro che tornare a proporre all'esame della Corte una serie di profili di fatto, già valutati dalla Corte d'appello, sollecitando il giudice di legittimità ad una nuova e non consentita valutazione del merito della vicenda.

5. Con il quarto motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), violazione degli artt. 2043 e 2059 c.c..

Osservano i ricorrenti, al riguardo, che la domanda di risarcimento del danno esistenziale non implica una diversità di petitum rispetto alle altre voci di danno di cui Ra.An. aveva chiesto il risarcimento. L'interpretazione dell'art. 2059 c.c., alla luce della nota sentenza 11 novembre 2008, n. 26972, delle Sezioni Unite di questa Corte, implica che in quella norma è ricompreso tutto il danno non patrimoniale, derivante dalla lesione di valori ed interessi di rango costituzionale. E nel caso specifico è certo, dagli atti, che le condizioni di sssssssssssss non più suscettibili di ulteriori miglioramenti, le precluderanno per sempre ogni parvenza di normale vita di relazione.

5.1. Il mezzo non è fondato, pur dovendosi sul punto correggere la motivazione della sentenza in esame.

E' esatto, infatti, il rilievo dei ricorrenti secondo cui - alla luce della giurisprudenza di questa Corte - la domanda di risarcimento del danno non patrimoniale è una domanda di carattere onnicomprensivo, non potendosi considerare domanda nuova quella di risarcimento del danno esistenziale quando era stata già proposta domanda di risarcimento del danno non patrimoniale (v., da ultimo, la sentenza 11 ottobre 2013, n. 23147). D'altra parte, in tema di risarcimento dei danni da responsabilità civile, l'unitarietà del diritto al risarcimento e la normale non frazionabilità del giudizio di liquidazione comportano che, quando un soggetto agisca in giudizio per chiedere il risarcimento dei danni a lui cagionati da un dato comportamento del convenuto, la domanda si riferisce a tutte le possibili voci di danno originate da quella condotta. Ne consegue che, laddove nell'atto introduttivo siano indicate specifiche voci di danno, a tale specificazione deve darsi valore meramente esemplificativo dei vari profili di pregiudizio dei quali si intenda ottenere il ristoro, a meno che non si possa ragionevolmente ricavarne la volontà di escludere dal petitum le voci non menzionate (sentenze 17 dicembre 2009, n. 26505, e 31 agosto 2011, n. 17879). E tale volontà di esclusione certamente non sussisteva nel caso di specie.

L'esattezza del rilievo, dal quale dovrebbe trarsi la fondatezza del motivo, non giova peraltro ai ricorrenti, perchè la censura è generica e non allega alcun fatto sul quale fondare il risarcimento di un danno ulteriore rispetto a quello già riconosciuto dalla Corte d'appello. La parte danneggiata, infatti, avrebbe dovuto dimostrare in questa sede di avere già allegato in sede di merito, oltre alla prova dei danni che sono stati risarciti, anche l'esistenza di un danno ulteriore rispetto a quello che normalmente consegue ad un incidente con esiti così drammatici come quello oggi in esame (v. le sentenze 20 novembre 2012, n. 20292, 22 agosto 2013, n. 19402, e 23 gennaio 2014, n. 1361).

La genericità della censura comporta il rigetto del motivo in esame.

6. Con il quinto motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), violazione o falsa applicazione dei principi in tema di responsabilità solidale, in relazione al risarcimento spettante ai genitori in proprio.

Si osserva, al riguardo, che i danni liquidati dal Tribunale nella loro integrità sono danni diretti, patiti dai genitori di Ra.

A. in conseguenza dell'incidente; la Corte d'appello, invece, ha ridotto l'entità della liquidazione, sulla base della percentuale di colpa riconosciuta alla ssssss. In tal modo, però, sarebbero stati violati i criteri in tema di solidarietà passiva, in quanto il danneggiato può pretendere l'intero da ciascuno dei coobbligati, le cui percentuali di responsabilità rilevano solo ai fini della ripartizione interna.

6.1. Il motivo non è fondato.

La questione sulla quale questa Corte è chiamata a pronunciarsi riguarda un problema del tutto particolare connesso alla portata dell'art. 1227 c.c., comma 1. Si tratta di stabilire se - essendo ormai accertato che la responsabilità dell'incidente in questione è da attribuire in misura del 50 per cento a carico di ciascuno dei due conducenti, con ulteriore aggravio del 10 per cento a carico di sss. per il fatto di non aver indossato il casco al momento del fatto - i genitori di sssssss, chiedendo il risarcimento del danno da loro patito in proprio, abbiano diritto di ottenere dall'altro corresponsabile del sinistro l'intero risarcimento o se, invece, tale risarcimento vada ridotto in corrispondenza della quota di responsabilità attribuito alla loro figlia. In altri termini, si tratta di stabilire quali rapporti esistano tra i principi in tema di obbligazione solidale e l'art. 1227, comma 1 cit.; decidendo, cioè, se i genitori della ssssss - la quale è danneggiata e, nello stesso tempo, responsabile del danno da lei patito - possano essere considerati terzi rispetto a quel danno o, viceversa, se il loro diritto esista nei soli limiti in cui esiste il diritto della loro figlia.

Il problema è stato affrontato e risolto in modo opposto dai due giudici di merito, avendo il Tribunale riconosciuto l'intero risarcimento e la Corte d'appello il solo risarcimento pro quota. A sostegno della propria tesi, la Corte palermitana ha richiamato la sentenza 10 febbraio 2005, n. 2704, di questa Corte la quale, in effetti, costituisce il precedente che maggiormente si attaglia al caso in esame. I ricorrenti, invece, hanno invocato l'autorità delle sentenze 5 ottobre 2004, n. 19934, e 18 gennaio 2011, n. 291 (che è in linea con la precedente).

6.2. A ben vedere, però, i precedenti indicati nel ricorso non si adattano al caso di specie, in quanto hanno affrontato un problema diverso, e cioè quello del collegamento esistente tra gli artt. 1292 e segg. e l'art. 2055 c.c.. Le menzionate pronunce hanno stabilito che l'art. 2055 costituisce una specificazione delle regole in tema di obbligazione solidale, sicchè la persona danneggiata da un fatto illecito imputabile a più persone legate dal vincolo della solidarietà (caso classico è quello dei due responsabili di un sinistro stradale nei confronti del terzo trasportato in uno dei due veicoli coinvolti) "può pretendere la totalità della prestazione risarcitoria anche da una sola delle persone coobbligate", sicchè "il giudice del merito adito dal danneggiato può e deve pronunciarsi sulla graduazione delle colpe solo se uno dei condebitori abbia esercitato l'azione di regresso nei confronti degli altri, o comunque, in vista del regresso abbia chiesto tale accertamento in funzione della ripartizione interna" (sentenza n. 19934 del 2004). Ed è da sottolineare che il punto venne in quella sede affrontato al fine di risolvere un problema del tutto diverso da quello odierno.

Il caso attuale, invece, è, sia pure in relazione ad una fattispecie diversa, assimilabile a quello risolto dalla sentenza n. 2704 del 2005, avendo ad oggetto un concorso di colpa da parte di un incapace (minorenne).

Questa pronuncia, infatti, affrontando e ricostruendo funditus la complessa vicenda dell'applicabilità dell'art. 1227 c.c., comma 1, al fatto colposo commesso da un soggetto incapace di intendere o di volere, è pervenuta alla conclusione - richiamando il remoto precedente delle Sezioni Unite 17 febbraio 1964, n. 351, seguito dalla successiva giurisprudenza, nonchè l'ordinanza n. 14 del 1985 della Corte costituzionale - per cui il principio di cui all'art. 1227 c.c. (riferibile anche alla materia del danno extracontrattuale per l'espresso richiamo contenuto nell'art. 2056 c.c.) della riduzione proporzionale del danno in ragione dell'entità percentuale dell'efficienza causale del soggetto danneggiato si applica anche quando questi sia incapace di intendere o di volere per minore età o per altra causa. Tale riduzione deve essere operata non solo nei confronti del danneggiato, che reclama il risarcimento del pregiudizio direttamente patito al cui verificarsi ha contribuito la sua condotta, ma anche nei confronti dei congiunti che, in relazione agli effetti riflessi che l'evento di danno subito proietta su di loro, agiscono per ottenere il risarcimento dei danni iure proprio.

Il principio è stato poi sostanzialmente ribadito dalle successive sentenze 22 giugno 2009, n. 14548, e 2 marzo 2012, n. 3242.

6.3. L'odierna pronuncia intende dare continuità a tale orientamento. E' appena il caso di ricordare, infatti, che ssss

A. era minorenne all'epoca del fatto; per cui - come si osserva nel controricorso dell'sssssssssssss - del suo fatto illecito erano tenuti a rispondere i genitori. Portando alle estreme conseguenze le ragioni poste a fondamento del motivo di ricorso in esame, si dovrebbe pervenire alla conclusione, assurda, per cui i genitori della sfortunata ragazza avrebbero potuto chiedere l'intero risarcimento, ragionando in astratto, anche alla loro stessa figlia, siccome corresponsabile del danno da loro patito.

Si tratta, com'è evidente, di un paradosso, che è però utile per verificare la tenuta del ragionamento e per confortare la conclusione che il danno del quale gli odierni ricorrenti chiedono il risarcimento, ancorchè iure proprio, è comunque un danno riflesso;

e non può prescindere dal fatto che alla determinazione dello stesso ha causalmente concorso anche la figlia minorenne. Tale conclusione - valevole certamente nella fattispecie in esame, nella quale è in gioco l'applicazione dell'art. 2048 c.c. - dovrebbe peraltro costituire una regola che va oltre il caso del danno cagionato dall'incapace; quando, infatti, la vittima primaria sia corresponsabile dell'evento dannoso che l'ha colpita, ai soggetti danneggiati di riflesso deve applicarsi la regola generale dell'art. 1227 c.c., comma 1, non essendo ragionevole immaginare che costoro possano ottenere un risarcimento pieno.

7. Il ricorso, pertanto, è rigettato.

In considerazione, peraltro, della drammaticità dell'incidente e della complessità e delicatezza delle questioni trattate, la Corte stima equo procedere all'integrale compensazione delle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e compensa integralmente le spese del giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile, il 20 giugno 2014.

Depositato in Cancelleria il 23 ottobre 2014






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