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SENTENZA
Datore di lavoro: deve controllare che le misure di prevenzione vengano rispettate

Pubblicata da: Redazione


Corte di cassazione civile
sentenza 22827/14 del 28/10/2014




Le norme dettate in tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro sono dirette a tutelare il lavoratore non solo dagli incidenti derivanti dalla sua disattenzione, ma anche da quelli ascrivibili a sue imperizia, negligenza ed imprudenza, con la conseguenza che il datore di lavoro è sempre responsabile dell'infortunio occorso al lavoratore, sia quando ometta di adottare le idonee misure protettive, sia quando non accerti e vigili che di queste misure protettive venga fatto effettivamente uso da parte del dipendente, non potendo attribuirsi alcun effetto esimente per l'imprenditore all'eventuale concorso di colpa del lavoratore, la cui condotta può comportare l'esonero totale del medesimo imprenditore da ogni responsabilità solo quando presenti i caratteri dell'abnormità ed esorbitanza rispetto al procedimento lavorativo ed alle direttive ricevute, così da porsi come causa esclusiva dell'evento, essendo necessaria, a tal fine, una rigorosa dimostrazione dell'indipendenza del comportamento del lavoratore dalla sfera di organizzazione e dalle finalità del lavoro, e con esse, dell'estraneità del rischio affrontato a quello connesso alle modalità ed esigenze del lavoro da svolgere.



Cassazione civile Sez. lavoro, sentenza del 28.10.2014, n. 22827


...omissis...

Il ricorso è infondato.

La Corte di Torino ha evidenziato come, non sussistendo le condizioni per l'adozione di particolari dispositivi di sicurezza, correttamente fosse stato nella specie escluso il nesso di causalità con l'accaduto, poichè la lavoratrice non era scivolata, ma la caduta era da collegare al trasporto di una cassa di bottiglie che impediva alla stessa la vista delle scale.

Quanto alla prima censura, deve rilevarsi come la responsabilità conseguente alla violazione dell'art. 2087 c.c., ha natura contrattuale, sicchè il lavoratore che agisca per il riconoscimento del danno da infortunio, o l'Istituto assicuratore che agisca in via di regresso, deve allegare e provare la esistenza dell'obbligazione lavorativa e del danno, cioè il nesso causale di questo con la prestazione, mentre il datore di lavoro deve provare che il danno è dipeso da causa a lui non imputabile, e cioè di aver adempiuto al suo obbligo di sicurezza, apprestando tutte le misure per evitare il danno, e che gli esiti dannosi sono stati determinati da un evento imprevisto ed imprevedibile (cfr., tra le altre, Cass. 23.4.2008 n. 10529).

Secondo i principi enunciati da questa Corte di legittimità anche più di recente (cfr. Cass. 22 dicembre 2011 n. 28205, Cass. 25 febbraio 2011 n. 4656; Cass. 10 settembre 2009 n. 19494) le norme dettate in tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro sono dirette a tutelare il lavoratore non solo dagli incidenti derivanti dalla sua disattenzione, ma anche da quelli ascrivibili a sue imperizia, negligenza ed imprudenza, con la conseguenza che il datore di lavoro è sempre responsabile dell'infortunio occorso al lavoratore, sia quando ometta di adottare le idonee misure protettive, sia quando non accerti e vigili che di queste misure protettive venga fatto effettivamente uso da parte del dipendente, non potendo attribuirsi alcun effetto esimente per l'imprenditore all'eventuale concorso di colpa del lavoratore, la cui condotta può comportare l'esonero totale del medesimo imprenditore da ogni responsabilità solo quando presenti i caratteri dell'abnormità ed esorbitanza rispetto al procedimento lavorativo ed alle direttive ricevute, così da porsi come causa esclusiva dell'evento, essendo necessaria, a tal fine, una rigorosa dimostrazione dell'indipendenza del comportamento del lavoratore dalla sfera di organizzazione e dalle finalità del lavoro, e con esse, dell'estraneità del rischio affrontato a quello connesso alle modalità ed esigenze del lavoro da svolgere (cfr. Cass. 22.12.2011 n. 28205) cit.).

Nel caso considerato è stato correttamente evidenziato che non erano state disattese le disposizioni di sicurezza quanto ai listelli antisdrucciolo, in quanto, in base al D.P.R. n. 5445 del 1957, essi sono previsti solo per le scale doppie o a pioli e quindi di nessuna rilevanza è l'osservazione che non poteva essere escluso che la lavoratrice fosse caduta non per la mancanza di visuale ma per la mancanza dei dispositivi anzidetti, una volta accertato che il datore non dovesse ottemperare alla relativa predisposizione in relazione alla mancanza delle condizioni che ne imponessero l'adozione.

E' stato anche osservato che nessuna allegazione vi era stata in ordine alla circostanza che le scale fossero scivolose e, peraltro, anche in base al richiamato D.P.R. n. 303 del 1957, art. 7, doveva, ai fini del nesso causale, essere dimostrato che le scale fossero normalmente bagnate o coperte da materiali putrescenti che imponessero la collocazione nel percorso di graticolati idonei a rendere sicuro il passaggio.

In relazione al secondo motivo, oltre a dovere ribadire le considerazioni che precedono, deve osservarsi che il D.Lgs. n. 626 del 1994, art. 48, che impone l'adozione, quando sia possibile, di attrezzature meccaniche per evitare la movimentazione manuale dei carichi, è diretto a tutelare le condizioni di salute del lavoratore connesse alla pesantezza dei carichi da trasportare, come di evince dalle previsioni di cui al quarto comma, e dal riferimento, in particolare, ai rischi di lesioni dorso - lombare e pertanto esula dall'oggetto della specifica doglianza.

Esclusa, pertanto, correttamente, la inadempienza del datore rispetto alla predisposizione di dispositivi di sicurezza, deve in conclusione ritenersi che la stessa configurabilità del comportamento abnorme non sia configurabile ai fini dell'esonero da responsabilità, essendo la mancanza di imputabilità del datore da ricollegare, piuttosto, come bene evidenziato dalla Corte del merito, alla mancanza di ogni nesso causale della caduta con la prestazione lavorativa svolta, le cui modalità non imponevano, per quanto visto, l'adozione delle cautele invocate dalla lavoratrice.

Alla stregua delle esposte considerazioni, deve pervenirsi al rigetto del ricorso.

Le spese del presente giudizio cedono, per il principio della soccombenza, a carico della cccccccc e si liquidano come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento, in favore dei contro ricorrenti, delle spese del presente giudizio, liquidate in euro 100,00 per esborsi, in euro 3000,00 per compensi professionali, oltre accessori come per legge.

Così deciso in Roma, il 25 giugno 2014.

Depositato in Cancelleria il 28 ottobre 2014



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