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SENTENZA
Esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza alla persona ed estorsione: questa la differenza

Pubblicata da: Redazione


Corte di cassazione penale
sentenza 38559/14 del 19/09/2014





Il delitto di esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza alla persona e quello di estorsione si distinguono non per la materialità del fatto, che può essere identica, ma per l'elemento intenzionale che, qualunque sia stata l'intensità e la gravità della violenza o della minaccia, integra la fattispecie estorsiva soltanto quando abbia di mira l'attuazione di una pretesa non tutelabile davanti all'autorità giudiziaria: nel primo, l'agente persegue il conseguimento di un profitto nella convinzione ragionevole, anche se infondata, di esercitare un suo diritto, ovvero di soddisfare personalmente una pretesa che potrebbe formare oggetto di azione giudiziaria; nel secondo, invece, l'agente persegue il conseguimento di un profitto nella consapevolezza della sua ingiustizia.




Cassazione penale, Sez. feriale, sentenza del 19.9.2014, n. 38559


...omissis...

1. Il ricorso è infondato.

1.1 Deve escludersi infatti l'inutilizzabilità delle trascrizioni dei messaggi telefonici, trascritti dalla xxxxxx, genericamente dedotta dal ricorrente, in considerazione dell'interesse della parte civile confliggente con quello dell'imputato.

La decisione impugnata fonda la genuinità delle trascrizioni, oltre che sulla trascrizione del gestore telefonico, proprio sulla valutazione di attendibilità della L., valutazione che, come è noto, non può formare oggetto di ricorso, salvo il controllo sulla congruità e logicità della motivazione adottata dal giudice di merito (Sez. 2^, n. 20806 del 05/05/2011, Tosto, Rv. 250362). Nel caso di specie l'argomentazione appare adeguata, poichè fondata sulla coerenza dimostrata in sede di esame dibattimentale dalla teste, nonchè del fatto che le precedenti querele della donna avevano già determinato una condanna definitiva del xxxxxxx per lesioni ed altro.

1.2 In sostanza allora i giudici di merito hanno fondato l'affermazione di responsabilità dell'imputato sulla base delle dichiarazioni della persona offesa, costituita parte civile, valutandone positivamente, al pari di quanto ritenuto dal giudice di primo grado, l'attendibilità, pur in mancanza di una trascrizione completa di tutti i messaggi in entrata ed in uscita dall'utenza della L., che, ove espletata, avrebbe fornito oggettivo riscontro alle dichiarazioni della donna in ordine agli "sms" che le erano stati inviati dal marito, ed in coerenza con quanto ripetutamente affermato dalla giurisprudenza di legittimità in tema di utilizzabilità processuale delle dichiarazioni della persona offesa, costituita parte civile, pacificamente considerate valutabili ed utilizzabili ai fini della tesi di accusa, poichè, a differenza di quanto previsto nel processo civile, circa l'incapacità a deporre del teste che abbia la veste di parte, il processo penale risponde all'interesse pubblicistico di accertare la responsabilità dell'imputato, e non può essere condizionato dall'interesse individuale rispetto ai profili privatistici, connessi al risarcimento del danno provocato dal reato, nonchè da inconcepibili limiti al libero convincimento del giudice.

Va in questa sede ribadito che alle dichiarazioni della persona offesa non si applicano le regole dettate dall'art. 192 c.p.p., comma 3, potendo essere legittimamente poste da sole a fondamento dell'affermazione di penale responsabilità dell'imputato, previa verifica rigorosa, corredata da idonea motivazione, della credibilità soggettiva del dichiarante e dell'attendibilità intrinseca del suo racconto (Sez. U, n. 41461 del 19/07/2012, Bell'Arte, Rv. 253214).

1.3 Sotto questo profilo il primo motivo deve ritenersi inammissibile per genericità, poichè è onere della parte che eccepisce l'inutilizzabilità di atti processuali indicare, pena l'inammissibilità del ricorso per genericità del motivo, chiarire l'incidenza sul complessivo compendio indiziario già valutato, si da potersene inferire la decisività in riferimento al provvedimento impugnato (Sez. U, n. 23868 del 23/04/2009, Fruci, Rv. 243416).

2. Il secondo motivo è inammissibile perchè, lungi dal censurare la valutazione operata dai giudici di merito per una delle cause consentite dalla legge, sovrappone una diversa lettura delle risultanze dibattimentali ed esclude il carattere minaccioso degli short messages System (SMS) in considerazione del "clima esacerbato tra marito e moglie", riconoscendo esclusivamente un carattere ingiurioso ai testi trascritti dalla donna.

La Corte territoriale, riprendendo la più analitica motivazione del Tribunale (come è noto in tutti i casi in cui le due sentenze di primo e secondo grado contengano un'analisi ed una valutazione concorde degli elementi di prova posti a fondamento delle rispettive decisioni, c.d. doppia conforme, la struttura motivazionale della sentenza di appello si salda con quella precedente per formare un unico complesso corpo argomentativo, per cui ai fini della valutazione della congruità del provvedimento impugnato, occorre avere riguardo anche alla sentenza di primo grado; Sez. 1^, n. 8868 del 26/06/2000, Sangiorgi, Rv. 216906; Sez. 2^, n. 5606 del 10/01/2007, Conversa, Rv. 236181) sottolinea il carattere intimidatorio dei messaggi in considerazione dello stesso tenore delle parole utilizzate (la decisione di primo grado riporta ampi brani dei messaggi, solo esemplificativamente indicati nel capo di imputazione, nei quali sono formulate esplicite minacce di morte alla L., al padre ed al convivente) ed evidenzia che il vero intento dell'imputato era quello di distruggere psicologicamente la vittima.

La decisione del Tribunale da atto anche dell'esistenza di una cospicua parte di condotte di contenuto ingiurioso ed umiliante, ma "il nocciolo essenziale è costituito da gravi e incombenti minacce, aventi tutte, inequivocabilmente, un contenuto fondamentale: indurre la donna a lasciare, in suo favore, l'abitazione coniugale" (pagina 2 dei motivi della decisione).

3. Consegue da quanto fin qui detto anche l'infondatezza del terzo motivo di ricorso, riguardante la mancata riqualificazione della condotta come esercizio arbitrario delle proprie ragioni.

3.1 Va ribadito che il delitto di esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza alla persona e quello di estorsione si distinguono non per la materialità del fatto, che può essere identica, ma per l'elemento intenzionale che, qualunque sia stata l'intensità e la gravità della violenza o della minaccia, integra la fattispecie estorsiva soltanto quando abbia di mira l'attuazione di una pretesa non tutelabile davanti all'autorità giudiziaria (Sez. 2^, n. 51433 del 04/12/2013, Fusco, Rv. 257375): nel primo, l'agente persegue il conseguimento di un profitto nella convinzione ragionevole, anche se infondata, di esercitare un suo diritto, ovvero di soddisfare personalmente una pretesa che potrebbe formare oggetto di azione giudiziaria; nel secondo, invece, l'agente persegue il conseguimento di un profitto nella consapevolezza della sua ingiustizia (Sez. 2^, n. 705 del 01/10/2013 - dep. 10/01/2014, Traettino, Rv. 258071).

3.2 In applicazione di tali principi i giudici di merito escludono che l'imputato abbia agito nella convinzione in buona fede di avere diritto a quanto richiesto, ma ha utilizzato la rivendicazione formale allo scopo di distruggere moralmente e psicologicamente la vittima, deducendo l'elemento intenzionale dal tenore di uno specifico messaggio panche se mi dai la casa, sappi che il culo a te e tuo padre ve lo spacco lo stesso.... TXXX, quando mi ridai la mia casa?") e dalla circostanza che egli rimase contumace nel giudizio di divorzio, in tal modo manifestando che il suo unico scopo era terrorizzare la moglie.

4. In conclusione il ricorso del xxxxx va condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Così deciso in Roma, il 26 agosto 2014.

Depositato in Cancelleria il 19 settembre 2014



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