Condividi su Facebook | Segnala | Errore | Stampa | Zoom
SENTENZA
Lavoratore e danno alla salute: questo il riparto dell'onere probatorio.

Pubblicata da: Redazione


Corte di cassazione civile
sentenza 16452/13 del 01/07/2013


Non configurando l'art. 2087 c.c., un'ipotesi di responsabilità oggettiva - in quanto la responsabilità del datore di lavoro va collegata alla violazione degli obblighi di comportamento imposti da norme di legge o suggeriti dalle conoscenze sperimentali o tecniche del momento - ai fini dell'accertamento della responsabilità del datore di lavoro, incombe al lavoratore che lamenti di aver subito, a causa dell'attività lavorativa svolta, un danno alla salute, l'onere di provare l'esistenza di tale danno, come pure di allegare la novicità dell'ambiente di lavoro, nonchè il nesso tra l'uno e l'altro, senza che occorra, in mancanza di qualsivoglia disposizione in tal senso, anche la indicazione delle norme antinfortunistiche violate o delle misure non adottate, mentre, quando il lavoratore abbia provato quelle circostanze, grava sul datore di lavoro l'onere di provare di avere adottato tutte le cautele necessarie ad impedire il verificarsi del danno.


Cassazione civile, Sez. lavoro, sentenza del 1.7.2013, n. 16452

...omissis...

I vizi motivazionali dedotti con i successivi tre motivi appaiono caratterizzati tutti da assoluta genericità.

Quanto alla prospettata omessa specificazione delle circostanze che avrebbero indotto il giudice del gravame a ritenere violata la normativa antinfortunistica richiamata, è sufficiente rilevare che, non configurando l'art. 2087 c.c., un'ipotesi di responsabilità oggettiva - in quanto la responsabilità del datore di lavoro va collegata alla violazione degli obblighi di comportamento imposti da norme di legge o suggeriti dalle conoscenze sperimentali o tecniche del momento - ai fini dell'accertamento della responsabilità del datore di lavoro, incombe al lavoratore che lamenti di aver subito, a causa dell'attività lavorativa svolta, un danno alla salute, l'onere di provare l'esistenza di tale danno, come pure di allegare la novicità dell'ambiente di lavoro, nonchè il nesso tra l'uno e l'altro, senza che occorra, in mancanza di qualsivoglia disposizione in tal senso, anche la indicazione delle norme antinfortunistiche violate o delle misure non adottate, mentre, quando il lavoratore abbia provato quelle circostanze, grava sul datore di lavoro l'onere di provare di avere adottato tutte le cautele necessarie ad impedire il verificarsi del danno (cfr. Cass. 2.9.2003 n. 12789 e, più di recente, Cass. 17.2.2009 n. 3788). Gravando, quindi, sul datore di lavoro - una volta che il lavoratore abbia provato le predette circostanze - l'onere di provare di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno, ovvero di aver adottato tutte le cautele necessarie per impedire il verificarsi del danno medesimo, coerentemente la Corte del merito, nel confermare la decisione di primo grado con riguardo alla responsabilità datoriale, ha rilevato, richiamando peraltro la relazione dell'Ispettore dell'ASL confermata in sede di escussione testimoniale, la violazione delle prescrizioni poste dal D.Lgs. n. 626 del 1994, art. 33, riguardanti la collocazione e la segnalazione delle vie di circolazione dei pedoni e dei veicoli. Ha ritenuto pertanto raggiunta la prova della inadeguatezza degli strumenti di prevenzione predisposti dal datore di lavoro e ciò è sufficiente per ritenere del tutto priva di fondamento la censura proposta.

Anche con riguardo al terzo motivo, posto che le norme dettate in tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro, tese ad impedire l'insorgenza di situazioni pericolose, sono dirette a tutelare il lavoratore non solo dagli incidenti derivanti dalla sua disattenzione, ma anche da quelli ascrivibili ad imperizia, negligenza ed imprudenza dello stesso, e che pertanto il datore di lavoro è sempre responsabile dell'infortunio occorso al lavoratore, salvo che la condotta di quest'ultimo presenti i caratteri dell'abnormità, inopinabilità ed esorbitanza rispetto al procedimento lavorativo ed alle direttive ricevute, come pure dell'atipicità ed eccezionalità, così da porsi come causa esclusiva dell'evento (cfr., tra le altre, Cass. 14.3.2006 n. 5493, Cass. 16253/2004), non risulta che l'iter argomentativo attraverso il quale la Corte ha ritenuto di escludere una tale evenienza sia stato idoneamente censurato, sotto il profilo del dedotto vizio motivazionale. Ed invero, a prescindere dalla circostanza che anche l'accertata imprudenza della lavoratrice non avrebbe condotto a conseguenze diverse in relazione ai principi giuridici affermati, una volta ritenuto che non era stata predisposta dal datore di lavoro adeguata segnalazione delle vie di circolazione dei veicoli e dei pedoni, non risulta chiarito se non in termini di assoluta genericità, il motivo per il quale la testimonianza del teste T., ritenuto inattendibile dal giudice del gravame, avrebbe rivestito i caratteri della decisività ai fini di una ricostruzione della vicenda diversa da quella cui è pervenuta la sentenza impugnata, mancando ogni riferimento agli elementi fattuali sui quali tale teste era stato chiamato a deporre.

Infine, l'ulteriore censura in ordine alla quantificazione del danno risulta prospettata anch'essa in termini di assoluta genericità, in quanto non è idonea a confutare l'assunto del giudice del gravame che aveva reputato apodittica la contestazione avanzata in merito dalla società, senza riferimento alle singole voci di danno ed ai criteri di relativa quantificazione, non essendo ammissibile una censura in sede di appello priva dei connotati della specificità.

Alla luce di tali considerazioni deve pervenirsi al rigetto del ricorso.

Le spese seguono la soccombenza della società e vanno liquidate in favore della F. limitatamente a quelle sostenute per la difesa apprestata in sede di discussione, nella misura di cui in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la società ricorrente al pagamento delle spese di lite del presente giudizio, liquidate in Euro 1500,00 per compensi professionali, oltre accessori come per legge.

Così deciso in Roma, il 21 maggio 2013.

Depositato in Cancelleria il 1 luglio 2013



Visite:

Siti di interesse per l'argomento: civile
logo del sito
Il Quotidiano giuridico on line ISSN 2280-613X


Loading