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SENTENZA
Sport amatoriale (calcio) - lesioni - rischio consentito

Pubblicata da: Avv. Eugenio Gargiulo


Corte di cassazione penale
sentenza 7768/12 del 28/02/2012

Durante una partita di "calcio amatoriale", l'aver riportato una grave lesione a seguito di una gomitata esula dal "rischio consentito" e configura un fatto penalmente rilevante!

In relazione ad una gara di calcio amatoriale a carattere puramente ludico - peraltro tra giocatori ultra quarantenni - non è possibile rinvenire un vero e proprio impeto agonistico: invero, secondo un consolidato orientamento giurisprudenziale, riguardo a tale tipologia di partite il livello di accettazione preventiva del rischio alla incolumità fisica dei partecipanti è limitato esclusivamente a pregiudizi di scarso rilievo, come ad esempio semplici ematomi od ecchimosi.

Pertanto nel caso in cui, durante una partita amatoriale, un giocatore di calcio colpisca violentemente all'addome con una gomitata un giocatore della squadra avversaria, procurandogli gravissime lesioni personali, quali la rottura della milza e un ematoma al pancreas, tale tipologia di condotta dovrà ritenersi penalmente rilevante poiché indubbiamente oltrepassante i limiti del "rischio consentito", in quanto realizzata in cosciente e volontaria violazione del regolamento di gioco nonché alla luce dell'indubbio potenziale lesivo del colpo inferto, assolutamente sproporzionato ed estraneo alle modalità del gioco stesso.

Lo ha stabilito la Suprema Corte di Cassazione con una recente sentenza ( Cassazione penale, sez. IV, 28 febbraio 2012, n. 7768 ) con la quale gli ermellini sono tornati ad affrontare nuovamente il tema sempre attuale dei limiti del cosiddetto "rischio consentito".

La vicenda, da cui trae origine l'excursus argomentativo dei Giudici della Quarta Sezione penale della Cassazione, vedeva imputato un giocatore di calcio che durante una partita amatoriale aveva colpito violentemente all'addome con una gomitata un giocatore della squadra avversaria, procurandogli gravissime lesioni personali, quali la rottura della milza e un ematoma al pancreas.
La questione dibattuta ed affrontata dai Giudici di merito di primo e secondo grado riguardava essenzialmente la possibilità o meno di ravvisare nel caso di specie una condotta propriamente "antigiuridica" del soggetto agente, tale da essere ricondotta nell'alveo dell'illecito penale ,dal momento che l'intervento lesivo era stato posto in essere nel corso dell'azione di gioco.

La Corte di legittimità, nell'esaminare la questione, ha suddiviso, in primo luogo, le attività sportive in due macro categorie: gli sport che non prevedono alcun tipo di contatto fisico con l'avversario (ad esempio il nuoto o l'atletica leggera) e quelli per i quali il contatto fisico o l'uso della violenza sono invece previsti.  All'interno di questa seconda categoria è necessario effettuare una ulteriore ripartizione, a seconda che la violenza fisica sia soltanto eventuale e non necessaria (si pensi a sport come il calcio a cinque) ovvero sia inevitabile e connaturata alla pratica sportiva stessa (come nel pugilato o nella lotta libera).

In relazione a queste ultime due tipologie di sport è estremamente importante stabilire in quali casi le offese provocate nell'esercizio dell'attività sportiva siano da ritenersi meri illeciti sportivi, non penalmente rilevanti, e quando invece integrino a tutti gli effetti reato.
Ai fini di tale distinzione soccorre quella particolare scriminante denominata "rischio sportivo" o "rischio consentito", la quale, secondo un orientamento dottrinale condiviso dalla sentenza in commento, rientrerebbe nel novero delle scriminanti atipiche, ovvero non codificate, di creazione giurisprudenziale.

Come spiega la Cassazione, nella partecipazione ad una gara è insita l'accettazione del rischio - e quindi la prestazione del consenso - che da determinate azioni intrinsecamente connotate dall'impeto o dalla concitazione agonistica possano derivare eventi pregiudizievoli per l'incolumità personale.

Affinché sia configurabile un mero illecito sportivo e non un illecito penale è dunque necessario che l'azione lesiva non superi la soglia del rischio consentito: in altre parole, è necessario che la condotta non sia realizzata in violazione delle regole sportive disciplinanti l'uso della violenza ovvero, in caso di infrazione, sia comunque compatibile con il contesto agonistico di svolgimento e con la natura della disciplina sportiva.

In caso contrario, si assisterà ad un comportamento penalmente rilevante, avente natura dolosa nell'ipotesi di condotta volontariamente lesiva dell'incolumità dell'avversario, in relazione alla quale l'occasione del gioco appaia puramente pretestuosa (come ad esempio nel caso di colpi inferti a "gioco fermo"), ovvero di natura colposa.

Nella fattispecie in esame la Cassazione, a conclusione del percorso logico-argomentativo tracciato, ha rilevato come la condotta offensiva contestata all'imputato, pur essendo avvenuta nel corso ed a causa di un'azione di gioco, avesse indubbiamente superato i limiti del rischio consentito, in quanto realizzata in cosciente e volontaria violazione del regolamento di gioco nonché alla luce dell'indubbio potenziale lesivo del colpo inferto, assolutamente sproporzionato ed estraneo alle modalità del gioco. La Suprema Corte ha ,pertanto, ritenuto di dover riconoscere il carattere penalmente rilevante - ancorché a titolo di colpa e non di dolo - della condotta "censurata".





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Il Quotidiano giuridico on line ISSN 2280-613X


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