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SENTENZA
Sulla prescrizione che estingue il reato e sugli atti interruttivi.

Pubblicata da: Redazione


Corte d'appello Taranto
sentenza del 22/12/2011

La prescrizione estingue il reato decorso il tempo corrispondente al massimo della pena edittale, senza tener conto delle attenuanti e delle aggravanti, salvo che delle aggravanti ad effetto speciale; in caso di atti interruttivi, il tempo necessario a prescrivere non può essere aumento di più di un quarto, salvo che siano contestate alcune ipotesi di recidiva (artt. 157 e 161 c.p., come modificati alla legge citata).


Corte di Appello di Taranto, sentenza del 22.12.2011

1. - Con sentenza del 9.7.2007, il Tribunale di Lecce, in composizione collegiale, dichiarava Ga.Ma. colpevole dei seguenti reati:

art. 223 comma 1, in relazione all'art. 216 comma 1, n. 1, R.D. 267/42, per avere, in qualità di amministratore di fatto della Al. S.r.l., con sede in Lecce, "società dichiarata fallita con sentenza del Tribunale di Lecce del (...), distratto, occultato e/o dissipato, in tutto, i seguenti beni: a) somma complessiva di Lire 3.607.439 quale saldo attivo delle disponibilità finanziarie (cassa e banca) indicato nel bilancio d'esercizio anno 1991, non rinvenuta in sede d'inventario; b) mobilio ed arredi per il valore storico complessivo di Lire 1.775.370 e valore residuo da ammortizzare di Lire 1.404.584, risultanti dal registro cespiti ammortizzabili aggiornato al 31 dicembre 1991, beni non rinvenuti in sede di inventario" (capo A));

artt. 110 c.p., 223 comma 1, in relazione all'art. 216, comma 1, n. 2, R.D. 267/42, per avere, in concorso con l'amministratore unico La.Se. (nei cui confronti la sentenza citata è divenuta definitiva), e nella suindicata qualità di amministratore di fatto della Al. S.r.l., "sottratto, distrutto e/o falsificato, in tutto o in parte, con lo scopo di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto e/o di recare pregiudizio ai creditori, i libri (libro giornale, libro degli inventari) e le altre scritture contabili successive al (...) e comunque per averle tenute in guisa da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari per il periodo successivo al (...) (libro giornale, libro degli inventari e libro cespiti ammortizzabili non aggiornati per il periodo successivo al 31 dicembre 1991)" (capo B)).

Riconosciute le attenuanti generiche nonché l'attenuante di cui all'art. 219, comma 3, L. Fall., prevalenti sull'aggravante di cui all'art. 219, comma 1, n. 1, L. Fall., la condannava alla pena, condizionalmente sospesa, di due anni di reclusione, oltre alle pene accessorie.

2. - Avverso la sentenza ha proposto tempestivo atto di appello il difensore di fiducia dell'imputata, chiedendo l'assoluzione della stessa e, in subordine, la riduzione della pena inflitta.

La Corte d'Appello di Lecce, con sentenza del 15.5.2009, confermava integralmente la pronuncia di primo grado e la difesa della Ga. proponeva ricorso per Cassazione contro la citata sentenza d'appello.

La Corte di Cassazione, con sentenza del 21.4.2010, depositata il 23.9.2010, annullava la sentenza impugnata con rinvio per nuovo giudizio a questa Sezione Distaccata di Corte d'Appello, rilevando un difetto di motivazione nella sentenza della Corte d'Appello di Lecce e disponendo che il giudice del rinvio avrebbe dovuto sottoporre "a rinnovato giudizio la posizione della Ga., in piena libertà di decisione e col solo obbligo di motivare adeguatamente il deliberato".

3. - All'odierna udienza, dopo alcuni differimenti per motivi di ufficio, si è celebrato il giudizio di rinvio. In esito alla discussione, il P.G. e la difesa dell'imputata hanno concluso come da richieste riportate in epigrafe.

Osserva preliminarmente la Corte che va dichiarata l'estinzione del reato contestato per intervenuta prescrizione.

Il reato di bancarotta fraudolenta ascritto alla Ga. risulta punito con pena massima pari a dieci anni di reclusione ed in tal caso deve trovare applicazione la più favorevole normativa in tema di prescrizione introdotta dalla novella di cui alla L. n. 251/05, secondo cui la prescrizione estingue il reato decorso il tempo corrispondente al massimo della pena edittale, senza tener conto delle attenuanti e delle aggravanti, salvo che delle aggravanti ad effetto speciale (fattispecie che non ricorre nel caso in esame); in caso di atti interruttivi, il tempo necessario a prescrivere non può essere aumento di più di un quarto, salvo che siano contestate alcune ipotesi di recidiva (artt. 157 e 161 c.p., come modificati alla legge citata). Nel caso di specie alla Ga. non è contestata alcuna forma di recidiva; pertanto il termine massimo di prescrizione è di dodici anni e sei mesi (dieci anni più un quarto).

La data di commissione del reato va fatta risalire a quella di emissione della sentenza di fallimento, cioè al (...), per cui la prescrizione è maturata il 27.4.2011, non essendo peraltro intervenute sospensioni del decorso del termine di prescrizione conseguenti a rinvii del dibattimento per impedimento dell'imputata o del suo difensore, ovvero su loro richiesta.

Non sono ravvisabili elementi per giungere ad una pronuncia assolutoria, atteso che la sussistenza dei fatti e la loro riferibilità alla persona dell'imputata emerge anzi, in maniera piana ed univoca, dalla lettura della sentenza di primo grado, che ha illustrato compiutamente i vari passaggi in cui si è articolata la vicenda che ha visto coinvolta la Ga.

Ne consegue che la sentenza impugnata va riformata a seguito dell'estinzione del reato per prescrizione.

P.Q.M.

La Corte, visto l'art. 627 c.p.p., pronunciando in sede di rinvio dalla Suprema Corte, che ha annullato, nei confronti di Ga.Ma., la sentenza in data 15.5.2009 della Corte d'Appello di Lecce, di conferma di quella del 9.7.2007 del Tribunale di Lecce, dichiara non doversi procedere nei confronti della stessa Ga. in ordine al reato a lei ascritto, perché estinto per intervenuta prescrizione.



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