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SENTENZA
La quota spettante della reversibilita’ pensionistica e’ legata alla durata del rapporto

Pubblicata da: Dott.ssa Mariagabriella Corbi


Corte di cassazione civile
sentenza 16744/11 del 29/07/2011

Corte di Cassazione Sez. Prima Civ. - Sent. del 29.07.2011, n. 16744

La Corte di Cassazione, con sentenza n.16744/2011, precisa che  “il contributo dato dall’ex-coniuge alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio comune non cessa automaticamente con il venir meno della convivenza e con l’instaurarsi dello stato di separazione, di fatto o legale Corte costituzionale 24 gennaio 1991, n. 23: che, sulla base di tale premessa, ha dichiarato infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art.12 bis, legge 1 dicembre 1970 n. 898, riguardante la fattispecie finitima del diritto dell’ex-coniuge ad una percentuale fissa dell’indennità di fine-rapporto, ancorato dalla norma alla durata del matrimonio, anziché a quella dell’effettiva convivenza)” vds anche sentenza 13108 del 28 maggio 2010.

E’ il caso di una ex moglie che, percepito in un’unica soluzione l’indennità di mantenimento dall’ex, alla morte dello stesso ha avanzato la richiesta della quota, a lei spettante e in concomitanza alla seconda moglie, di  reversibilità della pensione.

Il Tribunale di prima istanza ha respinto la richiesta perché non titolare di assegno di mantenimento mentre la Corte d’Appello ha ritenuto che alla stessa ( in applicazione dell’art. 9, della legge_898_1970, che cita: qualora esista un coniuge superstite avente i requisiti per la pensione di reversibilità, una quota della pensione e degli altri assegni a questi spettanti è attribuita dal tribunale, tenendo conto della durata del rapporto) fosse attribuita “la somma di € 600,00 mensili, ordinandone il versamento diretto da parte dell’INPDAP; salva la ripetizione degli arretrati nei confronti della signora C. Compensava fra le parti le spese dei due gradi di giudizio”.

La seconda moglie proponeva ricorso in Cassazione. I Supremi Giudici della Corte hanno respinto il ricorso ed avallato la sentenza della Corte d’Appello condannando la ricorrente “alla rifusione delle spese processuali, liquidate in complessivi € 1700,00, di cui € 1500,00 per onorari, oltre le spese generali e accessori di legge” perché non è la modalità di corresponsione dell’assegno di mantenimento – che nel caso specifico era stato concordato bonariamente tra le parti in un'unica soluzione- ma il principio stesso dell’attribuzione del diritto a percepire l’assegno divorzile.

L’articolo 9 della legge 898 del 1970, così come modificato dalla L. 74 del 1987. disciplina l’effetto economico direttamente connesso al divorzio.

La pensione di reversibilità è l’erogazione previdenziale che, alla morte del titolare pensionato (per vecchiaia, anzianità o inabilità), compete ai membri del suo nucleo familiare, cioè il coniuge, i figli, e, a particolari condizioni, anche ai nipoti minori, i genitori, i fratelli e le sorelle.

 Il secondo comma del succitato articolo 9 statuisce che “in caso di morte dell’ex coniuge e in assenza di un coniuge superstite avente i requisiti per la pensione di reversibilità, il coniuge rispetto al quale è stata pronunciata sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio ha diritto, se non passato a nuove nozze e sempre che sia titolare di assegno ai sensi dell’art. 5, alla pensione di reversibilità, sempre che il rapporto da cui trae origine il trattamento pensionistico sia anteriore alla sentenza”.

Dall’analisi del succitato si comprende come il coniuge divorziato abbia, comunque, diritto alla pensione di reversibilità dell’ex coniuge defunto al ricorrere, congiuntamente di alcuni presupposti tassativi. In primis la legge esige che il coniuge superstite, per usufruire di tale beneficio economico sia titolare di un assegno divorzile. E’proprio da questo primo presupposto che si coglie la ratio del comma secondo dell’art. 9; infatti tale dovere di solidarietà non cessa neanche con la morte di uno dei coniugi e, di conseguenza, la quota pensione del de cuius continuerà ad assicurare la stessa funzione assolta dall’assegno e, cioè, a garantire all’ex coniuge, in virtù dell’ultrattività degli obblighi derivanti dal matrimonio, la possibilità di condurre una vita dignitosa e equilibrata.

Già con la sentenza n. 7 del 2005 la Corte dei Conti, aveva precisato che, per avere il diritto alla corresponsione della pensione di reversibilità, occorre solamente che la sentenza di divorzio abbia determinato il diritto a beneficiare di un assegno divorzile, anche se poi in concreto l’importo sancito non sia mai stato goduto. Con applicazione più ampia dell’articolo 9 della legge 898/1970, la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 286/1987, anticipando che “ i trattamenti pensionistici di reversibilità trovano fondamento nella particolare solidarietà che si crea tra persone già legate dal vincolo di coniugio […]e che continua ad avere effetti rilevanti anche dopo lo scioglimento del matrimonio”, ha esteso il diritto alla corresponsione del trattamento di reversibilità anche il coniuge superstite separato per sua colpa con sentenza passata in giudicato. Esso è stato oggetto di una ulteriore e recente pronuncia della Consulta che con la sentenza n. 15516/2003 dove il coniuge separato per colpa, o al quale la separazione sia stata addebitata, è equiparato, in toto, al coniuge superstite, separato e non, ai fini della pensione di reversibilità, in osservanza a suo favore della presunzione legale di vivenza a carico del lavoratore al momento della morte, ed a prescindere che versi o meno in stato di bisogno o sia beneficiario di un assegno di mantenimento o altra elargizione alimentare. Condicio sine qua non  per beneficiare di  un assegno divorzile, la legge richiede, come requisito, il fatto che il coniuge superstite non sia convolato a nuove nozze.

E’, altresì, richiesto che il rapporto di lavoro da cui trae origine il trattamento pensionistico sia precedente alla omologa di divorzio: anche in questo caso perchè l’ex coniuge non può godere di ricchezze e benefici che il de cuius abbia accumulato posteriormente al divorzio.

Il terzo comma dell’articolo 9 aggiunge che “qualora esista un coniuge superstite avente i requisiti per la pensione di reversibilità, una quota della pensione e degli altri assegni a questi spettanti è attribuita dal tribunale, tenendo conto della durata del rapporto, al coniuge rispetto al quale è stata pronunciata la sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio e che sia titolare dell’assegno di cui all’articolo 5” nel caso in cui l’ex coniuge abbia contratto nuove nozze e vi sia, di conseguenza, un ex equo tra coniuge divorziato e coniuge superstite.

Quindi, ove ricorrano i presupposti generali previsti dal comma secondo dell’ articolo 9 della legge 898 del 1970, così come modificato dalla L. 74 del 1987, anche il coniuge divorziato, oltre al coniuge superstite, ha diritto a percepire una quota della pensione di reversibilità. Tale fondamento trova spiegazione oltre che nella funzione assistenziale della pensione anche nella necessità di valutare il contributo che ciascun coniuge (divorziato e superstite) ha apportato al patrimonio del defunto.

La differenza risiede nel fatto che, qualora vi fosse concorso tra coniuge divorziato e coniuge superstite, bisogna adire ad  una pronuncia del Tribunale che stabilisca le quote spettanti a ciascun coniuge. L’istanza va proposta mediante ricorso e troverà soluzione con sentenza al termine di un procedimento camerale ove il giudice stabilirà le modalità di corresponsione dell’assegno e l’entità dello stesso.

Il criterio di proporzionalità temporale per la suddivisione in percentuale della pensione di reversibilità si basava sull’interpretazione letterale del comma terzo dell’articolo 9 (che parla unicamente di “durata del rapporto”). Pertanto per la ripartizione del trattamento di reversibilità tra coniuge superstite e coniuge divorziato non poteva essere utilizzato parametri diversi da quello fornito dalla durata del rapporto matrimoniale, un numero fornito dalla proporzione fra le estensioni temporali dei rapporti matrimoniali degli stessi coniugi con l’ex coniuge deceduto

A seguito di sentenza della Corte Costituzionale (N. 419/99)  chiamata a valutare il criterio di legittimità costituzionale dell’articolo 9 su citato, in riferimento agli articoli 3 e 38 della Costituzione ha stabilito che “nel disciplinare i rapporti patrimoniali tra coniugi in caso di scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio, il legislatore ha assicurato all’ex coniuge, al quale sia stato attribuito l’assegno di divorzio, la continuità del sostegno economico correlato al permanere di un effetto della solidarietà familiare, mediante la reversibilità della pensione che trae origine da un rapporto previdenziale anteriore al divorzio, o di una quota di tale pensione qualora esista un coniuge superstite che abbia anch’esso diritto alla reversibilità.”

La pensione di reversibilità realizza la sua funzione solidaristica come :

-              forma di ultrattività della solidarietà coniugale, assicurando la continuazione del sostentamento prima assicurato dal reddito del coniuge deceduto (sentenze n. 70 del 1999).

-              diritto diretto della pensione, nei confronti dell’ex coniuge come  mezzo necessario per il proprio adeguato sostentamento;

-              conservazione di un diritto, quello alla reversibilità di un trattamento pensionistico geneticamente collegato al periodo in cui sussisteva il rapporto coniugale 18 del 1998).

Dott.ssa Mariagabriella Corbi

Corte di Cassazione Sez. Prima Civ. - Sent. del 29.07.2011, n. 16744

Svolgimento del processo

Con ricorso ex art. 737 cod. proc. civ. la signora C. M. chiedeva al Tribunale di Messina, ai sensi dell’art. 9, terzo comma, legge_898_1970 (Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio), l’accertamento del diritto a percepire, quale ex-coniuge del defunto F.D., una quota della pensione di reversibilità, da liquidare sulla base della durata legale del matrimonio, di anni 30 e mesi otto, tenuto conto della sua mancanza di reddito.

Resisteva alla domanda la signora F.C., coniuge di seconde nozze del F.
Con provvedimento emesso il 13 aprile 2006 il Tribunale di Messina dichiarava inammissibile il ricorso ai sensi dell’art. 9, ottavo comma, legge n. 898/1970, con la conseguente condanna alla rifusione delle spese di giudizio.
Motivava che la signora M. aveva già ottenuto, in unica soluzione, la corresponsione dell’indennità di mantenimento concordata con l’ex coniuge: onde non poteva considerarsi titolare di un assegno divorzile, presupposto del riconoscimento della pensione di reversibilità.
In accoglimento del successivo reclamo, la Corte d’appello di Messina con decreto 22 gennaio 2007 attribuiva alla signora M. la somma di € 600,00 mensili, ordinandone il versamento diretto da parte dell’INPDAP; salva la ripetizione degli arretrati nei confronti della signora C. Compensava fra le parti le spese dei due gradi di giudizio.
Avverso il decreto, notificato il 20 febbraio 2007, la signora C. proponeva ricorso per cassazione, articolato in due motivi e notificato il 18 aprile 2007.
Deduceva 1) la violazione di legge, per carenza del presupposto della titolarità di un assegno divorzile ex art. 5, legge 898/1970; 2) la violazione dell’art. 9, terzo comma, legge 1 dicembre 1970, n. 898 , nella liquidazione eccessiva della quota di pensione di reversibilità spettante all’ex-coniuge. Resisteva con controricorso la signora M.
All’udienza del 24 maggio 2011, il Procuratore generale e i difensori precisavano le rispettive conclusioni come da verbale, in epigrafe riportate.

Motivi della decisione

Con il primo motivo la ricorrente deduce il difetto del presupposto della titolarità di un assegno divorzile, ex art. 5, legge n. 898/1970.
Il motivo è infondato.
La Corte d’appello di Messina ha dato atto dell’attribuzione alla M. di un assegno divorzile a carico del defunto sig. F.; la cui liquidazione è stata concordata tra le parti in forma onnicomprensiva, con salvezza espressa dei diritti relativi alla pensione di reversibilità.
E’ quindi certo il riconoscimento giudiziale della titolarità dell’assegno, elevato dalla norma invocata a presupposto per l’attribuzione di una quota della pensione di reversibilità (Cass., sez. I, 28 maggio 2010, n. 13108; Cass., sez. I, 1 agosto 2008, n.21002); mentre resta irrilevante, ai fini che qui interessano, la modalità solutoria del debito, una tantum, espressamente consentita dallo stesso art. 5, ottavo comma, legge n. 898/1970, in via alternativa all’ordinaria corresponsione periodica.
La correttezza dell’interpretazione normativa, da parte della corte territoriale, trova altresì conferma, a contrario, nella diversa disposizione di cui al successivo art.9-bis, legge cit., nel quale la periodicità del pagamento assurge, invece, a requisito per l’attribuzione all’ex-coniuge superstite, in stato di bisogno, di un assegno a carico dell’eredità. La difforme disciplina trova la sua ratio nella diversità soggettiva dei debitori. Nei soli confronti dell’ex-coniuge onerato - e non pure dell’ente previdenziale - l’onnicomprensività del versamento in unica soluzione dell’assegno divorzile estingue, infatti, ogni debito, non lasciando spazio a successive pretese sul suo patrimonio personale, neppure post mortem.
Con il secondo motivo la ricorrente deduce la violazione di legge nella liquidazione in misura eccessiva della quota di pensione di reversibilità.
Il motivo è infondato.
La corte territoriale ha fatto corretta applicazione dell’art. 9, legge n. 898/1970, tenendo conto della durata del rapporto matrimoniale fino alla sentenza di scioglimento dei matrimonio; a nulla rilevando l’effettiva convivenza, o no, mantenuta dai coniugi prima di tale data.
Al riguardo si richiama il principio che il contributo dato dall’ex-coniuge alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio comune non cessa automaticamente con il venir meno della convivenza e con l’instaurarsi dello stato di separazione, di fatto o legale Corte costituzionale 24 gennaio 1991, n. 23: che, sulla base di tale premessa, ha dichiarato infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art.12 bis, legge 1 dicembre 1970 n. 898, riguardante la fattispecie finitima del diritto dell’ex-coniuge ad una percentuale fissa dell’indennità di fine-rapporto, ancorato dalla norma alla durata del matrimonio, anziché a quella dell’effettiva convivenza).
Per il resto, le ulteriori argomentazioni difensive tendono a introdurre un riesame nel merito della determinazione concreta della quota di pensione di reversibilità attribuita alla M. che, oltre ad essere inammissibile in questa sede, non è riconducibile, neppure in astratto, alla censura di violazione di legge prospettata, attenendo piuttosto ad un vizio di motivazione.
Il ricorso è dunque infondato e va respinto, con la conseguente condanna alla rifusione delle spese processuali, liquidate come in dispositivo, sulla base del valore della causa e del numero e complessità delle questioni trattate.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alla rifusione delle spese processuali, liquidate in complessivi € 1700,00, di cui € 1500,00 per onorari, oltre le spese generali e accessori di legge;
Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità e gli altri dati significativi, a norma dell’art. 52 d.lgs. 30 giugno 2003, n. 196 (Codice in materia di protezione dei dati personali).

Depositata in Cancelleria il 29.07.2011





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