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ORDINANZA
Lavoro nero ed accertamento fiscale induttivo.

Pubblicata da: Avv. Paolo Capezzuto


Corte di cassazione civile
ordinanza 2593/11 del 03/02/2011

Ordinanza n. 2593 del 3 febbraio 2011 Corte Suprema di Cassazione, Sezione tributaria

Avv. Paolo Capezzuto

Il fisco ha dalla sua l’ordinanza n. 2593 del 3 febbraio 2011 della Cassazione, sezione tributaria, Presidente e Relatore Cappabianca, per perseguire le aziende che sfruttano il lavoro nero. Il predetto pronunciamento chiarisce che è possibile l’accertamento induttivo per Iva e Irap nei confronti dei datori di lavoro che sfruttano il lavoro nero applicando un principio logico elementare: corrispondere lo stipendio non contabilizzato più che essere assimilabile ad un costo è il segnale di una maggior volume d’affari e quindi di maggiore produttività. Ne consegue che il dipendente non regolarmente assunto e la cui retribuzione non è stata contabilizzata permette di contestare all’impresa una maggiore redditività. Nel caso di specie, la sezione tributaria ha rigettato il ricorso di un contribuente artigiano titolare di ditta individuale proprietario di una manifattura di biancheria, che aveva retribuito un dipendente irregolare, quindi, senza contabilizzarlo. A seguito di tanto, l’Agenzia delle entrate aveva effettuato un accertamento per le maggiori Iva, Irap e Irpef dovute. In prima istanza la commissione provinciale tributaria cui si era rivolto il titolare della ditta aveva annullato l’atto impositivo. Ma in appello innanzi alla Commissione tributaria regionale della  la situazione è stata ribaltata e confermato l’atto di accertamento. Ne è seguito il gravame da parte dell’escusso adendo la Corte di cassazione – sezione tributaria, ed invocando e sostenendo la deducibilità del costo lavoratore-irregolare. Gli ermellini hanno respinto integralmente il gravame, sostenendo che non solo il lavoratore non dichiarato non è un costo deducibile ma che tale circostanza fa senz’altro presumere un maggior reddito legato a un maggiore volume d’affari. Nella motivazione è possibile, infatti, leggere che: “Il divieto di doppia presunzione (c.d. “praesumptio de praesumpto”) attiene esclusivamente alla correlazione di una presunzione semplice con altra presunzione semplice e non può ritenersi, invece, violato nel caso in cui da un fatto noto (presenza di un dipendente non regolarmente assunto per il quale il contribuente ammette la corresponsione di una retribuzione non contabilizzata) si risale - peraltro in forza di presunzione legale, seppur relativa (nella specie Dpr 600/1973, ex art. 39, comma 1, lett. d), a un fatto ignorato (maggior redditività dell’impresa e, non semplicemente maggiori costi per retribuzioni, come prospetta in memoria dal contribuente), in relazione alla quale il contribuente non ha assolto l’onere della prova contraria”. Alla base dell'accertamento induttivo v'è un fatto incontestato rappresentato dalla presenza di un dipendente non regolarmente assunto per il quale lo stesso contribuente ha ammesso la corresponsione di una retribuzione non contabilizzata fra i costi dell'azienda. Tale circostanza, dunque, appare sufficiente perché da un lato l'Ufficio elabori un ragionamento logico-giuridico in base al quale presumere l’esistenza di ricavi non contabilizzati e ne determini l'importo in base a parametri riferiti alla qualifica, e alle mansioni del lavoratore e dall'altro il contribuente fornisca la prova contraria agli assunti dell'Ufficio, prova non  fornita dal contribuente. Solo se il contribuente, non limitandosi a contestazioni del tutto generiche, fornisca indicazioni della ricorrenza di circostanze idonee a confutare in concreto le risultanze dell'accertamento e della loro deduzione nelle fasi di merito, l’impugnazione giudiziale può avere speranza di successo. Non è possibile infatti sanzionare un’impresa per presunto lavoro nero se l’unico elemento su cui si basa l’azione del fisco è l'assenza in azienda delle scritture contabili. Per la Cassazione, e in particolare con riferimento all’art. 20 del DPR 1224/65, “l'assenza di scritture obbligatorie sul luogo di lavoro pone una assoluta presunzione (e insuperabile) di assunzione di lavoratori in nero”. Cass. 23727 del 2010. L’ammissione del datore di lavoro di corrispondere emolumenti al dipendente irregolare, legittima l’accertamento di maggiori introiti non dichiarati al fisco.   





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Il Quotidiano giuridico on line ISSN 2280-613X


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