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SENTENZA
Appropriazione indebita di “corredo”

Pubblicata da: Dott.ssa Mariagabriella Corbi


Corte di cassazione civile
sentenza 6438/11 del 21/02/2011

Corte di Cassazione, II^ Sezione Civile, sentenza n.6438 del 21 febbraio 2011

L’ex marito- condannato dalla Corte d’Appello fiorentina, il 12 giugno del 2008,  a tre mesi di reclusione e 300 euro di multa per il «delitto di appropriazione indebita aggravata dal possesso di cose a titolo di relazioni domestiche e di coabitazione, in quanto, a seguito di separazione coniugale, - si rifiutava di restituire al coniuge due piumoni, tre coperte estive e due invernali, quattro tovaglie, due paia di lenzuola e varie serie di asciugamani»-. A seguito di remissione di querela il 46enne è ricorso  in Cassazione sostenendo che non era applicabile la condanna perchè deficitaria di  querela. Gli Ermellini, con sentenza n. 6438, hanno confermato il reato,  ma ricordato che tutti i delitti contro il patrimonio attuati nei confronti di un coniuge separato sono punibili ad una condizione: esistenza di una querela della persona offesa, inclusi quelli dove vi è un'aggravante. Pertanto hanno annullato senza rinvio la sentenza della Corte d’Appello di Firenze.

Gli art. 646 e 649 del Codice penale citano testualmente:

“Art. 646 Appropriazione indebita

Chiunque, per procurare a se’ o ad altri un ingiusto profitto, si appropria il denaro o la cosa mobile altrui di cui abbia, a qualsiasi titolo, il possesso, e’ punito, a querela della persona offesa con la reclusione fino a tre anni e con la multa fino a lire due milioni. Se il fatto e’ commesso su cose possedute a titolo di deposito necessario, la pena e’ aumentata.

Si procede d’ufficio se ricorre la circostanza indicata nel capoverso precedente o taluna delle circostanze indicate nel n. 11 dell’articolo 61.

Art. 649 Non punibilita’ a querela della persona offesa, per fatti commessi a danno di congiunti

Non e’ punibile chi ha commesso alcuno dei fatti preveduti dallo stesso titolo in danno:
1) del coniuge non legalmente separato;

2) di un ascendente o discendente o di un affine in linea retta, ovvero dell’adottante, o dell’adottato;

3) di un fratello o di una sorella che con lui convivano.

I fatti preveduti da questo titolo sono punibili a querela della persona offesa, se commessi a danno del coniuge legalmente separato, ovvero del fratello o della sorella che non convivano coll’autore del fatto, ovvero dello zio o del nipote o dell’affine in secondo grado con lui conviventi.

Le disposizioni di questo articolo non si applicano ai delitti preveduti dagli articoli 628, 629 e 630 e ad ogni altro delitto contro il patrimonio che sia commesso con violenza alle persone

Art. 646 Appropriazione indebita

Chiunque, per procurare a se’ o ad altri un ingiusto profitto, si appropria il denaro o la cosa mobile altrui di cui abbia, a qualsiasi titolo, il possesso, e’ punito, a querela della persona offesa con la reclusione fino a tre anni e con la multa fino a lire due milioni.  Se il fatto e’ commesso su cose possedute a titolo di deposito necessario, la pena e’ aumentata.

Si procede d’ufficio se ricorre la circostanza indicata nel capoverso precedente o taluna delle circostanze indicate nel n. 11 dell’articolo 61.

Già la Cassazione,- Sez. II, sentenza  n. 37498 24 settembre 2009, - aveva trattato un caso analogo dove al posto del corredo vi era l’autovettura. In quel frangente gli Ermellini ribadirono che “ il reato in questione, è consumato nel momento in cui il soggetto agente esercita la signoria sul bene uti dominus e non è necessario che la parte offesa debba formulare un'esplicita e formale richiesta di restituzione dello specifico bene oggetto della interversione del possesso”

  E’ doveroso sottolineare che: “Il criterio distintivo tra estorsione ed esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza alle persone risiede nel fatto che, mentre nel primo l'agente mira a conseguire un profitto ingiusto con la consapevolezza che quanto pretende non gli è giuridicamente dovuto, nel secondo, invece, l'agente deve essere animato dal fine di esercitare un diritto con la coscienza che l'oggetto della pretesa gli competa giuridicamente”. (Cfr. Trib. Napoli, Sez. IV, sentenza 8 febbraio 2010, K. N. V., www.leggiditalia.it).





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