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SENTENZA
La perdita di chances lavorative e’ risarcibile

Pubblicata da: Redazione


Corte di cassazione civile
sentenza 5054/09 del 03/03/2009

La perdita di chances, costituita dalla privazione della possibilità di sviluppi e progressione nella carriera, integra un danno patrimoniale risarcibile, la cui esistenza, tuttavia, chi agisce in giudizio ha l'onere di provare - anche se in via presuntiva - ma pur sempre sulla base di circostanze di fatto certe ed allegate. La perdita di chances lavorative è, infatti, perdita patrimoniale diretta conseguente alle lesioni gravi riportate.

 

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Cass. civ. Sez. III, 03-03-2009, n. 5054

 

…omissis…

MOTIVI

Con il primo motivo il ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione delle norme relative al risarcimento del danno da incapacità lavorativa specifica (artt. 2043 e 2056 c.c.) in relazione all'art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, nonchè violazione e falsa applicazione dell'art. 61 c.p.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., comma 1, e motivazione omessa, insufficiente e contraddittoria.

Il consulente nominato dall'ufficio aveva accertato che le lesioni riportate dal F.M., nell'incidente stradale per cui è causa, avevano compromesso la sua attività specifica di un terzo sul totale.

Senza motivazione, i giudici di appello avevano - invece - riconosciuto una riduzione della capacità lavorativa nella misura del 7%, senza liquidare alcun risarcimento per la inabilità permanente.

Con il secondo motivo il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione delle norme relative al risarcimento del danno da perdita di chances (artt. 2943 e 2056 c.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5) nonchè motivazione omessa e comunque insufficiente e contraddittoria.

I giudici di appello avevano immotivatamente rigettato la richiesta di risarcimento del danno da perdita di chances, avanzata dal F.M., rilevando che l'appellante non aveva fornito la prova delle possibilità di ulteriori guadagni che gli venivano precluse in conseguenza del sinistro.

Osserva il Collegio:

i due motivi non sono fondati.

I giudici di appello hanno premesso che l'appello proposto dal F.M. riguardava unicamente la quantificazione del danno patrimoniale da invalidità permanente e la richiesta di risarcimento da perdita di chances.

Hanno poi, con motivazione adeguata, rilevato che il danno da inabilità permanente, per la perdita della capacità lavorativa specifica, doveva essere riconosciuto nella misura del 7%, in considerazione del tipo di lavoro svolto (commercialista) e dei postumi permanenti residuati dalle lesioni riportate nell'incidente.

Ciò sulla base del supplemento di consulenza tecnica di ufficio (affidata ad un medico specialista ortopedico) che doveva essere interpretato nel senso che "la compromissione subita dal F.M. nella sua capacità lavorativa di ragioniere commercialista e nello svolgimento delle attività tipiche di un soggetto che rivesta detta qualifica, non può che individuarsi in una percentuale della riconosciuta menomazione della salute (20%) che corrisponde circa al 7% poichè le difficoltà (che non significano impossibilità) accettate nell'uso continuato della mano destra...anche sulla base di dati derivanti dalla esperienza clinica acquisita e documentata in compendi di liquidazione del danno biologico di facile consultazione, ed in considerazione del fatto che una tale specifica menomazione era stata esclusa dal primo consulente di ufficio, non possono determinare una menomazione di incidenza superiore a quella del bene salute nel suo complesso".

Va richiamata, sul punto, la consolidata giurisprudenza di questa Corte, per la quale la valutazione del grado di riduzione della attitudine lavorativa specifica comporta non già una questione di natura giuridica, riservata al giudice, ma un giudizio di ordine sanitario, da demandare - in quanto tale -ad un consulente tecnico (Cass. 29 settembre 2000 n. 12910).

Quanto al reddito dell'attuale ricorrente, lo stesso è stato determinato dalla Corte territoriale in via equitativa, tenendo tuttavia conto della documentazione prodotta.

I giudici di appello non hanno mancato di rilevare che le somme dichiarate al fisco dal F.M. non coincidevano con quelle che l'appellante assumeva di avere ricevuto a titoli diversi (per la attività di collaborazione coordinata e continuative e per prestazioni di consulenza relative ad una partecipazione societaria).

In via cautelativa, pertanto, hanno ritenuto di calcolare sulla base dell'importo netto di L. 4.000.000 (Euro 2.065,83) il mancato guadagno mensile che hanno poi rapportato all'intero periodo di inabilità temporanea di giorni 180, riconosciuto dal consulente tecnico di ufficio.

In ordine alla perdita di chances, la stessa Corte, tenendo conto delle risultanze processuali, ha motivatamente escluso che la compromissione della mano destra (conseguenza dell'incidente) potesse assurgere a vera e propria perdita di concrete possibilità di progressione nella carriera, ovvero di accesso a specifiche attività lavorative.

In tal modo, i giudici di appello hanno dimostrato di conoscere - e condividere pienamente - il costante insegnamento di questa Corte, secondo il quale la perdita di chances, costituita dalla privazione della possibilità di sviluppi e progressione nella carriera, integra un danno patrimoniale risarcibile, la cui esistenza, tuttavia, chi agisce in giudizio ha l'onere di provare - anche se in via presuntiva - ma pur sempre sulla base di circostanze di fatto certe ed allegate.

La perdita di chances lavorative è, infatti, perdita patrimoniale diretta conseguente alle lesioni gravi riportate (Cass. 11 maggio 2007 n. 10840).

La valutazione di tali circostanze spetta in via esclusiva al giudice del merito e non è sindacabile in sede di legittimità, se - come è appunto avvenuto nel caso di specie - essa sia adeguatamente motivata (Cass. 20 giugno 2008 n. 16877, 17 aprile 2008 n. 10111, 27 giugno 2007 n. 14820, 25 maggio 2007 n. 12243, 11 maggio 2007 n. 10840, 6 giugno 2006 n. 13241, 1 aprile 2003 n. 11322, 24 maggio 2001 n. 7093, 21 giugno 2000 n. 8468).

Manifestamente fondato, invece, appare il terzo motivo di ricorso, con il quale il ricorrente deduce la violazione Sfalsa applicazione delle norme relative alla rivalutazione ed interessi sul debito di valore, rilevando che i giudici di appello avevano riconosciuto solo gli interessi - e non anche la rivalutazione dovuta - e per giunta solo dalla data di deposito della decisione.

Si richiama sul punto la consolidata giurisprudenza di questa Corte in base alla quale (Cass. 25 gennaio 2002 n. 883), in tema di responsabilità extracontrattuale da fatto illecito,sulla somma riconosciuta al danneggiato a titolo di risarcimento deve essere considerato, in sede di liquidazione, oltre alla rivalutazione (che ha la funzione di ripristinare la situazione patrimoniale del danneggiato antecedentemente alla consumazione dell'illecito: c.d. danno emergente), anche il nocumento finanziario (lucro cessante) subito a causa della mancata, tempestiva disponibilità della somma di denaro dovuta a titolo, appunto, di risarcimento (somma che, se tempestivamente '" corrisposta, avrebbe potuto essere investita per lucrarne un vantaggio finanziario).

Qualora tale danno sia liquidato con la tecnica degli interessi, questi non vanno calcolati nè sulla somma originaria, nè sulla rivalutazione al momento della liquidazione, ma debbono computarsi o sulla somma originaria via via rivalutata anno per anno, ovvero sulla somma originaria rivalutata in base ad un indice medio, con decorrenza (a differenza che nell'ipotesi di responsabilità contrattuale) dal giorno in cui si è verificato l'evento dannoso. (Cass. S.U. n. 1712 del 1995).

La decisione impugnata, che ha riconosciuto solo gli interessi legali , e per giunta dalla data della decisione, si pone in aperto contrasto con tale insegnamento giurisprudenziale.

Conclusivamente deve essere accolto il terzo motivo di ricorso, con il rigetto dei primi due motivi.

La sentenza impugnata deve essere cassata in relazione alle censure accolte, con rinvio ad altro giudice che provvederà anche in ordine alle spese del presente giudizio.

PQM

La Corte accoglie il terzo motivo di ricorso, che rigetta nel resto.

Cassa in relazione alle censure accolte e rinvia, anche per le spese, alla Corte di Appello di Messina, in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 14 gennaio 2009.

Depositato in Cancelleria il 3 marzo 2009





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