Sport: fallo antisportivo e considerazioni penalistiche
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Articolo del 15/05/2006 Autore Avv. Vittorio Mirra Altri articoli dell'autore


BREVI CONSIDERAZIONI PENALISTICHE SUL FALLO ANTISPORTIVO NEL BASKET E LE SUE POSSIBILI IMPLICAZIONI IN ALTRI SPORT

Negli sport nei quali è previsto, in un modo o nell'altro, un certo contatto fisico, l'agonismo necessario alla competizione può far sorgere delle condotte che integrino formalmente e/o concretamente una fattispecie riconducibile ad un reato.

Sull'antisportività di determinate condotte tenute durante lo svolgimento di un'attività sportiva sono infatti notevoli le possibili implicazioni di tipo penalistico, anche se sarebbe un errore inserirle tout court nell'ambito dei reati, poiché, come è logico, andrebbero circostanziate e valutate insieme a molti altri fattori contingenti.

Ponendo poi l'attenzione sul basket (uno degli sport c.d. a “violenza eventuale”) sembrerebbe porsi un ulteriore problema specifico.

Nel regolamento della pallacanestro è previsto il fallo antisportivo, definito come “ un fallo personale che, a giudizio dell'arbitro, non è un tentativo legittimo di giocare la palla nello spirito e nell'intendimento delle regole ” [art. 46 regolamento F.I.P. (Federazione Italiana Pallacanestro)]. Successivamente nello stesso regolamento si specificano, inoltre, alcune condotte che possono portare ad un fallo antisportivo: contatto eccessivo (fallo duro), trattenere, colpire o spingere deliberatamente un avversario (art. 46.1.4).

Nonostante il fatto che quest'ultimo sia un regolamento sportivo interno (ma sappiamo che è comunque compreso in quelle “discipline” previste dall'art. 43 del codice penale) e, tenendo conto anche del fatto che la precedente denominazione di questo fallo era “fallo intenzionale”, sembrerebbe che queste caratteristiche possano portare alla considerazione che un tale tipo di fallo, caratterizzato dalla contrarietà ai regolamenti e dalla intenzionalità della condotta, oltre che fondare una squalifica sportiva, potrebbe fondare una responsabilità penale a titolo di dolo eventuale (resta inteso che il dolo dovrà essere sempre e comunque provato, poiché la teoria del dolus in re ipsa è pressoché unanimemente respinta) laddove a seguito di tale comportamento si verifichi un qualsiasi evento lesivo.

Verosimilmente però è da segnalare il fatto che proprio perché l'eventuale reato scaturente da questo tipo di condotte sarebbe un delitto d'evento, il dolo dovrebbe coprire sia la condotta e sia l'evento (e naturalmente anche il nesso di causalità che li lega).

In questo caso la condotta sarebbe voluta, ma non la lesione del bene; dunque se consideriamo il fatto verificatosi rientrante nell'area della punibilità, potrebbe fondarsi una rimproverabilità non per dolo, ma per colpa cosciente o con previsione (con conseguente pena aggravata ex art. 61 n. 3 c.p.). In questo modo le conseguenze sul piano sanzionatorio sarebbero minori, anche se si deve avvertire che molto spesso la linea di demarcazione tra colpa con previsione e dolo eventuale è molto sottile e difficilmente individuabile in modo netto e sicuro 1.

Tuttavia una diversa soluzione potrebbe essere ricercata a monte evitando di andare ad indagare i profili di colpa o dolo e ragionando invece sull'art. 42 1 c.p. 2. Tale articolo richiede come requisiti per la punibilità e dunque per la rimproverabilità di una condotta omissiva o commissiva, la coscienza e volontà dell'azione o dell'omissione stessa, intesa sia come effettiva sia come potenziale (il diritto imputa all'uomo ciò che egli ha fatto e ciò che non ha fatto e poteva fare).

Ed è proprio sulla esistenza di questa coscienza e volontà che si potrebbe dubitare riguardo certi comportamenti, molte volte impulsivi, soprattutto nelle fasi più concitate di un importante evento sportivo.

Una condotta che non sia controllabile da quella che il grande maestro Antolisei chiama suitas (attribuibilità al volere) non può essere penalisticamente sanzionata, proprio perché la coscienza dell'atto non è percepita e non poteva essere avvertita neanche aumentando l'attenzione, ed inoltre non è da sottovalutare il fatto che negli sport di solito ci possono essere atti determinati da una forza fisica o psichica che può essere superiore alla volontà 3.

Un problema del genere, a ben vedere, come portata applicativa esorbita i confini della pallacanestro e potrebbe essere studiato ed avere molte implicazioni in vari altri sport.

La stessa domanda potrebbe essere, infatti, riproposta per i cestisti in una fase di gioco per recuperare una palla importante a rimbalzo o semplicemente per fermare il cronometro soprattutto nelle fasi finali di un partita ancora in bilico 4 oppure per i giocatori di rugby in fase di mischia e così via.

A volte potrebbe essere proprio la competizione agonistica e le particolari concrete modalità realizzative dell'evento che possono a priori “discolpare” l'atleta per la sua condotta, perché egli in quel caso non poteva esercitare un' azione cosciente e volontaria e conseguentemente non potrebbe sorgere una responsabilità penale in quanto mancherebbero i requisiti della rappresentazione e volizione della condotta.

Un ragionamento del genere non vuole certo deresponsabilizzare del tutto un atleta solo perché effettua la sua azione od omissione lesiva nell'ambito di una manifestazione sportiva (perché ciò sarebbe palesemente incostituzionale), ma solo tener conto del fatto che oggettivamente in molti casi non è proprio possibile considerare voluto uno scontro verificatosi in condizioni di agonismo tale da non permettere di avere coscienza delle possibili implicazioni lesive.

Tutte e tre le opzioni sopra descritte: dolo, colpa specifica o mancanza di coscienza e volontà dell'azione od omissione possono fondare un giusto ragionamento in diritto; essenziale sarà allora stabilire le modalità di fatto ed esaminare attentamente caso per caso le concrete modalità realizzative dell'azione e dell'evento lesivo così da poter utilizzare correttamente i ragionamenti sopra esposti accostandoli di volta in volta alla reale volontà dell'atleta in questione, punendo così solo nei casi in cui realmente è possibile una certa rimproverabilità dal punto di vista sia oggettivo che soggettivo.


Note:

1 Si ricorda molto brevemente che con il dolo eventuale ci si rappresenta l'evento lesivo scaturente dalla propria condotta, ma nonostante ciò si accetta il rischio della sua possibile o probabile verificazione (consentendo così indirettamente all'evento stesso), mentre con la colpa cosciente o con previsione si fa affidamento sulle proprie capacità per scongiurare la verificazione dell'evento lesivo.

Per le difficoltà della distinzione vedi pure Canestrari S., Dolo eventuale e colpa cosciente. Ai confini tra dolo e colpa nella struttura delle tipologie delittuose , Milano, 1999, pag. 303 ss. ;

Veneziani , Dolo eventuale e colpa cosciente, in Studium iuris , 2001, pag. 75 ss.

2 Art. 42 c.p . ( Responsabilità per dolo o per colpa o per delitto preterintenzionale. Responsabilità obiettiva ) : “ Nessuno può essere punito per un'azione od omissione preveduta dalla legge se non l'ha commessa con coscienza e volontà.

Nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come delitto, se non l'ha commesso con dolo, salvi i casi di delitto preterintenzionale o colposo espressamente preveduti dalla legge.

La legge determina i casi nei quali è posto altrimenti a carico dell'agente, come conseguenza della sua azione od omissione.

Nelle contravvenzioni ciascuno risponde della propria azione od omissione cosciente e volontaria, sia essa dolosa o colposa ”.

3 Antolisei F., Manuale di diritto penale - parte generale , Milano, 2000, pag. 342 ss.

4 Ed è proprio questa la situazione in cui molte volte viene fischiato un fallo antisportivo.


Avv. Vittorio Mirra
Avvocato
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