Esame di avvocato. Parere svolto: "il falso innocuo"
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Articolo del 01/05/2006 Autore Redazione Altri articoli dell'autore


Traccia e parere di Diritto Penale estratti dal Corso on line Overlex di preparazione per l'esame forense, tenuto dall'avv. Luigi Viola
TRACCIA

Tizio è dottorando di ricerca dell'Università MARX di Bologna.

Un giorno, Tizio decide di partecipare ad un concorso pubblico per titoli presso la Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione, per il quale deve redigere un curriculum completo relativo a tutte le attività svolte fino al momento della presentazione della domanda di concorso.

Così, Tizio decide di inserire nel suo curriculum attività mai svolte, al fine di aumentare le possibilità di superamento del concorso.

Dopo 11 mesi dalla presentazione della domanda, Tizio viene contattato dalla Scuola Superiore per procedere all'assunzione; alcuni colleghi di Tizio, consapevoli delle falsità del curriculum presentato da lui, decidono di proporre querela per falso.

Invero, Tizio ritiene che, anche laddove non avesse dichiarato falsamente di aver svolto determinate attività ulteriori, comunque, sarebbe stato contattato dalla Scuola Superiore, alla luce

del solo curriculum effettivo.

Tizio si lega dal legale Sempronio.

Il candidato assuma le vesti di Sempronio e rediga motivato parere.

Svolgimento della dott.ssa Giuseppina Cataldo

La questione giuridica che si richiede di approfondire scaturisce dalla condotta di Tizio , il quale , dottorando di ricerca all'università Marx di Bologna , decide di partecipare al concorso pubblico per titoli presso la Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione.

Per partecipare all'anzidetto concorso , Tizio presenta un curriculum vitae ove inserisce attività mai svolte al fine di aumentare le possibilità di superamento del concorso medesimo.

Tizio, infatti, verrà assunto dalla Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione, indipendentemente dalle false attività da lui dichiarate svolte contrariamente, i suoi colleghi, decidono di proporre querela di falso perché ritengono che queste abbiano influito sulla scelta fatta dall'azienda.

Bisognerà approfondire, nel caso di specie, se la condotta di Tizio configuri una fattispecie tipica di reato ed ancor prima se questa sia sufficientemente offensiva del bene/interesse giuridico che, la fattispecie legale presuntivamente violata, tuteli.

Tizio dichiara , sul proprio curriculum vitae di aver svolto attività professionali mai da lui intraprese a sol fine di aumentare le probabilità di superamento del concorso per titoli presso un pubblico istituto di istruzione .

La condotta di Tizio si è orientata , senza dubbio, a dichiarare il falso.

Più esattamente , tale dichiarazione configura un ipotesi di falsità ideologica dal momento che inerisce il contenuto delle informazioni fornite, diversamente se comportava una alterazione del documento che conteneva dette informazioni, avrebbe ipotizzato un caso di falsità materiale.

Non è rilevabile nella esperienza giurisprudenziale una esatta definizione del curriculum vitae.

La nozione di scrittura privata, non definita dalla legge penale , né da quella civile, va desunta dalla sua funzione che è quella di fissare in un documento, redatto senza l'assistenza di un pubblico ufficiale ( l'esercente una funzione legislativa, giudiziaria , amministrativa) , una qualsiasi dichiarazione di volontà o di scienze avente rilevanza giuridica.

In tal senso , il curriculum vitae può essere definito quindi un atto privato redatto senza l'ausilio del pubblico ufficiale.

Tuttavia, vi è stato un orientamento giurisprudenziale minoritario che ha attribuito natura pubblica alla scrittura privata laddove questa sia diretta alla Pubblica Amministrazione ( Ministero dell'Istruzione) .

Questi ragionamenti servono anche a ribadire che non tutte le tipologie di reato realizzato per mezzo della falsità sono contemplate nel nostro codice penale e quelle previste sono articolate in maniera sparsa .

Qualora il documento redatto da Tizio assuma valore di atto pubblico ricorrerebbe l'ipotesi di cui all'rt. 483 c.p. ove si configura la falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico.

Laddove, invece , al curriculum si dia la qualificazione di scrittura privata , l'ipotesi di falso ideologico commessa da privato su scrittura privata non è prevista dal codice soccorrendo , in tal senso, l'art. 485 c.p. che ipotizza il reato di falsità in scrittura privata.

Tale ultima norma appare più consona a delineare il falso materiale piuttosto che quello ideologico ma per assenza di espressa previsione normativa la si applica in senso estensivo in disprezzo del principio di tassativià e legalità che , applicati, non configurerebbero alcun titolo di reato penale.

Il punto, però , da approfondire con la dovuta attenzione è inerente il grado di offensività della condotta posta in essere da Tizio.

Costui , infatti, risulta essere stato assunto indipendentemente dalle informazioni mendaci fornite e quindi alla luce del solo curriculum vitae effettivo.

Dunque appare probabile che la condotta posta in essere da Tizio non sia stata determinante nella scelta fatta dall'azienza.

Rammentando che n essuno può essere punito senza che la sua condotta sia prevista dalla legge come reato e a tal fine la condotta realizzata deve comportare una effettiva lesione all'interesse /bene giuridico che la norma medesima mira a tutelare.

In primo luogo va accertato il bene – interesse tutelato dalla norma che si presume violata.

Per bene giuridico si intende ciò che è idoneo a soddisfare un certo interesse mentre per interesse si intende la relazione tra il bene ed il soggetto titolare.

Spesso la giurisprudenza li identifica ben possedendo tali concetti normativi diversi significati ma è pur vero che tale prassi non può disprezzarsi dal momento che essi sono intimamente connessi.

Il nostro ordinamento giuridico penalistico ha accolto il principio di offensività che definisce il reato come offesa al bene/interesse giuridico tutelato dalla norma, di contro a quello che vede il reato come mera disubbidienza alle norme dell'ordinamento giuridico.

Tali considerazioni dottrinarie inducono quindi a ritenere che l'offesa non è , quindi, posta al di fuori della fattispecie tipica di reato ma al contrario è elemento strutturale della stessa alla pari della condotta, dell'evento lesivo e nesso di causalità che li lega.

Mancando anche uno solo degli anzidetti elementi costitutivi non sussisterebbe l'ipotesi di reato contestata all'agente attivo.

Di contro c'è poi la tesi che , si può però assumere minoritaria, pone l'offesa al bene giuridico al di fuori della fattispecie legale tipica.

Ma aderendo alla ormai consolidata linea dottrinaria sino ad ora richiamata , si capisce come il principio di offensività si esprima attraverso la norma penale di cui all'art. 49/2 c.p. laddove statuisce la non punibilità in caso di azione inidonea o per inesistenza dell'oggetto di essa da cui deriva impossibile l'evento dannoso o pericoloso.

C'è chi sostiene che questa norma sia da intendere come un doppione in negativo dell'art. 56 c.p. che delinea i tratti del delitto tentato.

Se l'atto è idoneo e diretto in modo non equivoco alla commissione della fattispecie tipica di parte speciale l'agente è punibile di delitto tentato; se l'azione posta in essere è inidonea alla consumazione dell'offesa, l'agente non è punibile per reato impossibile.

Non si può però aderire a tale filone dal momento che sono sottili e diverse le differenze tra queste ipotesi normative.

Il delitto tentato è in primo luogo diretto ai soli delitti, con esclusione delle ipotesi contravvenzionali e colpose; il reato impossibile mira a coprire ogni illecito penale sia esso un delitto che una contravvenzione.

Nel delitto tentato si parla inoltre di fattispecie legale non consumata mentre nel reato impossibile, il reato è pienamente realizzato ma l'azione non è stata capace di offesa al bene giuridico.

Inoltre il reato tentato inerisce l'atto posto in essere dall'agente mentre il reato impossibile riguarda l'intera condotta capace di ledere o meno il bene/interesse giuridico tutelato dal diritto.

Tali brevi richiami sono apparsi necessari per meglio delineare i contorni del reato impossibile che , nel caso di specie, appare di probabile verificazione.

Tizio , infatti, dichiara falsamente delle attività mai svolte e tale condotta era diretta a ledere la pubblica fede ( bene/interesse tutelato) violando dunque il suo dovere giuridico di attestazione veridica dei fatti stessi.

Bisogna chiedersi , infatti, se la condotta di Tizio abbia portato a compimento la lesione al bene giuridico che la norma ( ex art. 483 c.p. ovvero 485 c.p. ) mira a tutelare.

La fede pubblica è il bene/interesse che le norme in materia di falso tutelano.

Quanto viene tradito è la fiducia dei consociati.

La pubblica fede viene violata quando a causa delle dichiarazioni mendaci si è orientata la scelta della Pubblica Amministrazione.

La Pubblica amministrazione, in verità, ha adottato l'assunzione di Tizio indipendentemente dalle sue dichiarazioni mendaci e, quindi, queste, non possono ritenersi essenziali a ledere il bene giuridico tutelato ( fede pubblica).

Giova rammentare che il principio di offensività qui richiamato è espressione del nostro sistema garantistico , diretto a tutelare ogni individuo da ogni effettiva lesione o potenziale messa in pericolo del bene/interesse protetto cui sia titolare.

Non risulterebbe legale , infatti, la punizione di una condotta che non configuri alcuna ipotesi di reato nella sua struttura essenziale.

In materia si sono profilate diverse ipotesi di falsità, non idonee a ledere il bene giuridico tutelato dal nostro ordinamento penale attraverso le fattispecie di parte speciale.

Per la precisione , esiste il falso grossolano , che è tale in quanto l'inidoneità dell'atto a ledere la pubblica fede è assoluta nel senso che la falsità sia rilevabile ictu oculi, inoltre vi è il falso innocuo e cioè quello che incide su un documento inesistente o assolutamente nullo.

È necessario precisare che, in materia di falsità ideologica in atto pubblico, però, a differenza degli atti privati, è sufficiente ad integrare la materialità del fatto e la sussistenza del dolo ( volontà di ledere ) la consapevolezza della falsa attestazione , non occorrendo , dunque , che la Pubblica Amministrazione consegua un danno.

Tali considerazioni sono supportate dal criterio coniato dalla dottrina , utilizzato per valutare l'anzidetta idoneità dell'azione, tanto nel delitto tentato che nel reato impossibile, denominato di prognosi postuma ex ante su base parziale.

Si valuta, cioè, l'azione , ponendosi con la mente al momento della sua commissione , tenendo presenti tutte le circostanze conosciute e conoscibili dall'agente al momento del fatto con esclusione di quelle che si sono sapute a fatto avvenuto ( su base totale).

Nel caso di reato impossibile la valutazione , secondo una corrente dottrinaria minoritaria , andrebbe ex post , ovverosia solo successivamente, al fine di ben valutare se la condotta posta in essere aveva quella necessaria potenzialità che la rendeva idonea a ledere il bene protetto.

Secondo la prevalente convinzione, tuttavia, occorre che l'incapacità dell'azione a produrre l'evento sia assoluta, intrinseca e organica da compiersi risalendo al momento dell'azione stessa ( ex ante).

È infatti assoluta quella condotta che , indipendentemente da fattori esterni , sia priva di ogni determinazione causale alla produzione dell'evento.

Certamente da ciò si desume che , a seconda della tesi cui si ritiene di condividere ( giudizio ex ante ovvero ex post ), la condotta di Tizio potrà ritenersi idonea o meno ad offendere la fede pubblica tutelata dall'ordinamento giuridico penale.

In altre parole , dal momento che Tizio è stato assunto indipendentemente dalle sue non veritiere professioni e dal momento che tale informazione è dato emerso in epoca successiva, se la valutazione avvenisse ex post certamente si tratterà di una condotta inidonea a ledere l'interesse tutelato.

D'altro canto se si adotta il criterio della prognosi postuma ex ante , l'azione è di per sé idonea a ledere la fede pubblica dal momento che contiene delle informazioni mendaci che, valutate, avranno una certa incidenza sulle scelte della Pubblica Amministrazione.

A garanzia di Tizio si potrà invocare che l'azione posta in essere da costui non richiama alcuna ipotesi di reato trattandosi di falsità ideologica commessa su scrittura privata da privato.

Del resto nella compilazione del curriculum non vi è l'obbligo giuridico di dire il vero come invece viene richiesto da espresso ammonimento nella domanda di partecipazione al concorso pubblico.

Essendo vietata ,quindi, in diritto penale, l'applicazione di una norma incriminatrice per analogia in mala partem si dovrà concludere con una richiesta di archiviazione rivolta alla procura della Repubblica ove i colleghi di Tizio avranno presentato la querela di falso.


Redazione
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