Dissensi sulla riforma del giudizio per cassazione e rito del lavoro
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Articolo del 06/03/2006 Autore www.iussit.it Altri articoli dell'autore


DISSENSI SULLA RIFORMA DEL GIUDIZIO PER CASSAZIONE, A PROPOSITO DEL RITO DEL LAVORO

di Dott. Giovanni Andreassi


Tra gli avvocati lavoristi del Foro di Milano si va formando una corrente di protesta nei confronti della nuova disciplina del ricorso per cassazione e c'è da credere che tale protesta troverà adesione anche in altre parti d'Italia e in sede accademica.

Il decreto legislativo 2 febbraio 2006 n. 40, in G.u. 40/L s.o. del 15 febbraio 2006, ha rivisitato profondamente la disciplina della struttura e funzione del giudizio per cassazione e ha introdotto l'art. 420-bis nel codice di procedura civile. Tale disposizione prevede che quando il giudice del lavoro ritenga necessario, ai fini della definizione del giudizio, risolvere una questione pregiudiziale sull'efficacia, sulla validità o sull'interpretazione di un accordo collettivo nazionale, egli è tenuto a decidere la questione subito con sentenza fissando una successiva udienza in data non anteriore a novanta giorni. La sentenza potrà essere impugnata esclusivamente con ricorso per cassazione entro sessanta giorni dalla comunicazione dell'avviso di deposito (cfr. il nuovo testo dell'art. 360, comma 1, n. 3 del cpc che allarga la competenza della Suprema Corte agli accordi collettivi nazionali di lavoro). Vale la pena di ricordare che fino ad ora l'interpretazione dei contratti collettivi era riservata al giudice di merito. Comunque, se viene sollevato il ricorso il processo è sospeso per legge.

Per quanto la recentissima riforma tenda a mettere ordine nella definizione delle fasi del processo del lavoro è comprensibile come questo nuovo modo di procedere non agevolerà affatto la posizione del lavoratore. Il rito del lavoro, come è noto, fu configurato negli anni '70 in modo da riservare al prestatore di lavoro parte in causa una serie di agevolazioni processuali, soprattutto in termini di attenuazione del formalismo giuridico, che dovevano bilanciare la sua posizione di soggetto debole nel rapporto di lavoro di fronte alla parte datoriale. Anche per questo la legge prevedere che il datore di lavoro condannato al pagamento di crediti di lavoro è tenuto a riconoscere alla controparte gli interessi e la rivalutazione monetaria sulle somme dovute ( art. 429 cpc ).

In realtà, come ben sa chi frequenta le aule di giustizia o chi è comunque a contatto con il mondo del lavoro sindacalizzato, un presupposto indefettibile dell'efficacia del giudice nella risoluzione dei conflitti di lavoro è la celerità del processo. Un processo troppo lungo lascia spesso troppo spazio ad astuzie processuali, nuoce alla credibilità del giudice e talvolta può indurre il lavoratore a proposte transattive anche quando nella realtà la sua pretesa è fondata in diritto. Gli effetti di rallentamento dei processi del lavoro non necessitano di ulteriore commento.

All'art. 19 del decreto legislativo 40 del 2006 troviamo l'inserimento dell'art. 146-bis delle disposizioni per l'attuazione del codice di procedura civile. Qui il legislatore opera un rinvio con l'inciso in quanto compatibile all'art. 64, commi 4, 6, 7 e 8 delle Norme generali sul lavoro alle dipendenze della p.a. contenute nel decreto legislativo 30 marzo 2001 n. 165. Il pensiero va spontaneamente alle riforme del pubblico impiego innescate dalla riforma Amato contenuta nel decreto legislativo 29 del 1993. Allora si voleva che la normativa del pubblico impiego si adeguasse ai canoni generali del diritto del lavoro anche processuale. Oggi vediamo che è il diritto processuale del lavoro che viene attratto verso i principi del lavoro pubblico. Se poi ci andiamo a leggere l'art. 64 delle Norme generali notiamo che:

a) se la Corte di cassazione accoglie il ricorso contro la sentenza interlocutoria la causa viene rinviata allo stesso giudice che ha pronunciato la sentenza cassata. Il legislatore non poteva stabilire diversamente ma è intuibile il disagio per il giudice che si è visto bocciare la sua interpretazione dei contratti collettivi e per le parti che attendono giustizia da lui;
b) è possibile la sospensione di altri processi nei quali l'esito del giudizio dipende dalla risoluzione della medesima questione pregiudiziale;
c) il comma 7 dell'art. 64 del decreto 165 del 2001 ci ricorda che in altri processi il giudice del lavoro può anche non uniformarsi al dictum della Corte di Cassazione, ma in tal caso scatta il rinvio al comma 3 che prevede il meccanismo di sospensione che abbiamo già visto;
d) la Corte di cassazione può condannare il soccombente al pagamento delle spese processuali anche in assenza di istanza di parte.

Come si può comprendere l'ordinamento processuale civile è stato investito negli ultimi due/tre anni da una sequenza di leggi e leggine di riforma che hanno cercato di modernizzare il processo civile ma senza un respiro autenticamente organico che è ciò di cui gli operatori avvertono maggiormente il bisogno. Nel mese di febbraio sono apparsi sul Sole24ore numerosi servizi sulle riforme del processo civile e in un prospetto riepilogativo si sono contati più di cinquecento articoli ritoccati nella legislatura che sta per esaurirsi. Forse è auspicabile che la prossima legislatura ci porti un nuovo codice di procedura civile perché quello attuale è sempre più irriconoscibile.

Dott. Giovanni Andreassi



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