Matrimonio , coniuge extracomunitario e permesso di soggiorno
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Articolo del 06/03/2006 Autore Marco Spena Altri articoli dell'autore


IL MATRIMONIO DEL CITTADINO ITALIANO CON IL CITTADINO EXTRACOMUNITARIO (ASPETTI NORMATIVI).


Lo status di coniuge di un cittadino italiano o comunitario dà sicuramente titolo allo straniero per fare ingresso e soggiornare nel territorio nazionale in regime di convivenza col familiare che sia appunto cittadino italiano ovvero comunitario.

In tal senso è l’art. 28 del T.U. sull’immigrazione, attraverso il richiamo che esso fa al d.p.r. n. 1656 del 1965, contenente le norme sulla circolazione ed il soggiorno dei cittadini degli Stati membri della C.E.E., ove, all’art. 1, è affermato il diritto al soggiorno permanente nel territorio della Repubblica del coniuge straniero del cittadino italiano, qualunque sia la sua nazionalità. Tale diritto non avrebbe potuto essere negato dal legislatore pure in mancanza di espressa disposizione di legge, trattandosi di un diritto fondamentale garantito ai cittadini dalla Costituzione.

Il diritto alla coesione familiare tra il cittadino ed il coniuge straniero, i quali abbiano contratto matrimonio fuori dal nostro territorio nazionale, trova il suo primo momento di verifica nella facoltà d’ingresso nel nostro Paese; facoltà che prevede la condizione del rilascio di un visto di ingresso da parte dell’ambasciata italiana nel Paese d’origine del coniuge straniero, con l’avvertenza, però, che detto rilascio costituisce un atto dovuto, a fronte dell’obbligo di facilitarne il conseguimento che il diritto comunitario impone agli Stati membri.

Costituisce un secondo ed altrettanto irrinunciabile aspetto del diritto all’unità familiare l’obbligo per l’autorità di pubblica sicurezza di rilasciare al coniuge straniero giunto in Italia un permesso di soggiorno o, ai sensi dell’art. 30, 4° comma, d.lg. 286/1998 (in caso egli risulti in Italia per ricongiungimento o per coesione familiare), la carta di soggiorno di cui all’art. 9 del medesimo decreto legislativo.

Il diritto al rilascio del permesso di soggiorno è riconosciuto, del pari, anche allo straniero, coniuge di un cittadino italiano e con lui convivente, il quale abbia contratto matrimonio in Italia a norma dell’art. 116 del Cod. Civ..

A tali conclusioni si giunge in ossequio al diritto del singolo rispetto alla sua vita privata e familiare di cui all’art. 8 CEDU.

In tali casi, infatti, il rilascio del permesso di soggiorno è presupposto necessario dello svolgimento sereno della vita familiare e non può essere negato.

Queste conclusioni, poi, sono asseverate dall’art. 19, 2° comma, del T. U. sull’immigrazione che vieta l’espulsione degli stranieri conviventi con parenti entro il quarto grado e con il coniuge di nazionalità italiana.

Non può allora ragionevolmente pensarsi che una persona adulta sia nel contempo inespellibile e non autorizzata a rimanere in Italia.

IN CONCLUSIONE

La drammatica vicenda, ancora in essere, che il Sig. Tizio e la Sua consorte stanno vivendo, rappresenta la palese manifestazione della totale negazione dei diritti e principi prima richiamati, per non parlare poi della negazione di altri diritti tutelati dalla nostra Carta Costituzionale.

Parlo della violazione del diritto della libertà personale, qui intesa come diritto di circolare liberamente sul nostro territorio; della libertà di mantenere vivi e saldi i rapporti con la propria famiglia nel Paese d’origine; del diritto di poter accedere al mercato del lavoro e del diritto all’ assistenza sanitaria.

Diritti e principi, questi, che per poter essere esercitati necessitano del rilascio da parte delle competenti autorità del dovuto titolo di soggiorno, dovuto perché proprio di atto dovuto si parla e si tratta.

E’ mi sembra allora drammatico che dopo otto mesi dalla celebrazione del matrimonio, ancora oggi, la cittadina straniera coniuge del Sig. Tizio, cittadino italiano, non possa godere di tali diritti; ed ancora più drammatico è che la stessa, ormai residente da più di sei mesi in Italia nella qualità appunto di coniuge di cittadino italiano, non possa esercitare il suo diritto di richiedere la cittadinanza italiana (art. 5, l. n. 91 del 1992).

Lascio alle competenti autorità di tirare le dovute e riparatrici conclusioni di questa drammatica realtà che a mio avviso mina alla radice ogni regola di buon senso e di rispetto della personalità di ogni singola persona, al di là della sua origine od etnia.


Marco Spena
Consulente legale
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