Attribuzione cognome paterno ai figli
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Articolo del 21/02/2006 Autore Dott.ssa Elena Salemi Altri articoli dell'autore


La sentenza n. 61/2006 della Corte Costituzionale:

l'attribuzione del cognome paterno? Retaggio del passato, ma la scelta di una soluzione più coerente ai principi dell'ordinamento spetta al Legislatore.


“L'attuale sistema di attribuzione del cognome è retaggio di una concezione patriarcale della famiglia, la quale affonda le proprie radici nel diritto di famiglia romanistica, e di una tramontata potestà maritale, non più coerente con i principi dell'ordinamento e con il valore costituzionale dell'uguaglianza tra uomo e donna”.

Così si legge nella sentenza n. 61/2006, con la quale la Corte Costituzionale ha rigettato la questione di legittimità costituzionale degli artt. 143 bis , 236, 237, comma 2, 262 e 269, comma 3, del codice civile e degli artt. 33 e 34 del D.P.R. n. 396/2000, nella parte in cui prevedono che il figlio legittimo acquisti automaticamente il cognome del padre, anche quando i coniugi abbiano manifestato legittimamente una diversa volontà al riguardo.

La questione di legittimità costituzionale era stata sollevata dalla I sezione civile della Corte di Cassazione, chiamata a decidere sul ricorso presentato da due coniugi, i quali avevano chiesto la rettificazione dell'atto di nascita della propria figlia minore.

In particolare, i coniugi avevano domandato che la figlia potesse portare il cognome della madre, in conformità di quanto il padre aveva dichiarato all'Ufficiale dello Stato civile.

Secondo la Corte di Cassazione , l'attribuzione del cognome paterno imposto da diverse norme dell'ordinamento, è in pieno contrasto con gli artt. 2, 3 e 29 Cost..

Contrasta con l'art. 2 Cost. , in quanto viola il diritto all'identità personale, tutelato in primo luogo all'interno della formazione sociale primaria che è la famiglia e del quale il nome costituisce la prima estrinsecazione.

Esso, pertanto, deve essere inteso come diritto della madre di trasmettere il proprio cognome al figlio e del figlio di essere portatore dei segni di identificazione di entrambi i genitori.

Contrasta con l'art. 3 Cost. , in quanto viola il fondamentale principio di uguaglianza e di pari dignità, tutelato dalla norma, il quale, nella legge di riforma del diritto di famiglia, trova espressione sia in relazione al rapporto tra i coniugi, sia con riferimento al rapporto con i figli.

Contrasta con l'art. 29, comma secondo, Cost. , in quanto l'uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, principio fondamentale sul quale è ordinato il matrimonio, può trovare esplicazione soltanto se i rapporti tra i coniugi sono improntati sulla solidarietà e sulla parità.

La Corte Costituzionale , pur affermando che il sistema attuale di attribuzione del cognome costituisce retaggio di una ormai anacronistica concezione della famiglia, ha dichiarato la questione inammissibile.

Nella parte motiva della sentenza, il Giudice delle leggi ritiene opportuno richiamare delle precedenti pronunce su analoghe questioni.

In particolare, vengono ricordane due ordinanze:

- L'ordinanza n. 176/1988 , con la quale fu dichiarata manifestamente inammissibile la questione di legittimità costituzionale degli artt. 71,72 e 73 del regio decreto n. 1238/1939, nella parte in cui non prevedono la facoltà dei genitori di determinare il cognome da attribuire al proprio figlio legittimo, attraverso l'imposizione di entrambi i cognomi e del diritto del figlio di assumere il cognome materno.

In quella occasione la Corte Costituzionale precisò che “il diritto dell'individuo all'identità personale sotto il profilo del diritto al nome, non è la scelta del nome, ma il nome per legge attribuito; (…) l'interesse alla conservazione dell'unità familiare, tutelato dall'art. 29,secondo comma, della Costituzione, sarebbe gravemente pregiudicato se il cognome dei figli nati dal matrimonio non fosse prestabilito fin dal momento dell'atto costitutivo della famiglia”.

- L'ordinanza n. 586/1988, con la quale fu rigettata la questione di legittimità costituzionale degli artt. 143 Bis , 236, 237, comma secondo, 262, comma secondo, codice civile, nella parte in cui non prevedono la facoltà per la madre di trasmettere il proprio cognome ai figli legittimi e per questi ultimi di assumere anche il cognome materno, nella quale il Giudice delle leggi affermò che quelle norme non erano contrastanti con l'art. 29 Cost. e che, considerata la molteplicità di soluzioni alternative, la scelta di modificare la legge spettava esclusivamente al legislatore.

La Corte costituzionale, inoltre, prende atto delle varie convenzioni internazionali che impongono agli stati l'adozione di misure adeguate, volte ad eliminare le discriminazioni tra i coniugi, ivi compresa la scelta del cognome.

Tuttavia, nella sentenza in epigrafe, viene affermato che le richieste mosse nell'ordinanza di rimessione esulano dai poteri della Corte.

L'accoglimento della questione prospettata , infatti, comporterebbe “una operazione manipolativa esorbitante dai poteri della Corte”, in quanto le opzioni alternative sono molteplici.

Ciò implica che la scelta tra le varie soluzioni alternative deve essere posta in essere dal Legislatore.

Ciò che è auspicabile è un intervento che non crei confusione e, soprattutto, non sacrifichi l'unità della famiglia all'ostinato desiderio di superare una volta per tutte un retaggio del passato.


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