Capacita' giuridica nel diritto intermedio (Tesi di Laurea: art. 1 c.c.)
Condividi su Facebook | Discuti nel forum | Consiglia | Scrivi all'autore | Errore |

Articolo del 21/02/2006 Autore Avv. Giancarlo Frongia Altri articoli dell'autore


Articolo tratto dalla Tesi di Laurea del Dott. Giancarlo Frongia

Invia qui la tua tesi di laurea da pubblicare su Overlex


CAPITOLO II: LA CAPACITA' GIURIDICA NEL DIRITTO INTERMEDIO


II.1 - Acquisto della capacità giuridica

L'evoluzione del concetto di capacità giuridica durante i secoli di mezzo, cioè nel diritto intermedio 1, si presenta alquanto variegata: creazione recente del pensiero giuridico, il nostro concetto di capacità giuridica si presta, in sede storiografica, ad essere utilizzato essenzialmente come punto di riferimento e di richiamo di situazioni molteplici. Più precisamente, la storia della capacità giuridica nel diritto intermedio non può essere storia di un concetto unitario.

Invero l'attuale concetto unitario di capacità giuridica e la sistematica ad esso connessa si rivelano inadeguati se si volge l'occhio al passato. Il nostro ordinamento ignora la schiavitù; parifica gli stranieri ai cittadini quanto al godimento dei diritti civili; non conosce più potestà familiari che privano, come un tempo, della capacità giuridica. Non è così nell'età intermedia. Gran parte di storia del diritto intermedio, palesa un frazionamento della popolazione, per quanto riguarda la capacità giuridica. Per lungo tempo la capacità degli individui variò: fu cioè amplificata o diminuita o addirittura negata, a seconda della loro posizione sociale, politica, economica, familiare, della loro fede religiosa, del loro stato di salute. Il diritto attuale conosce talune sopravvivenze di siffatte modificazioni della capacità. Ma gli ordinamenti del passato si presentano di gran lunga più complessi: le modificazioni della capacità, sono la regola e non l'eccezione. Il concetto unitario di capacità non affiora. Un profilo della storia della capacità giuridica, non potrà, quindi, essere delineato che come profilo di una molteplicità di situazioni particolari. L'età intermedia presenta un quadro estremamente vario, ricco di gradazione e di sfumature, mutevole di tempo in tempo e di luogo in luogo.

Per l'acquisto della capacità giuridica, nel diritto intermedio non era sufficiente il solo fatto della nascita, ma si richiedeva anche che il nato fosse vivo e vitale ( si vivus perfecte natus sit - C, 6, 29, 3); le consuetudini e le leggi germaniche pretendevano però che il neonato dimostrasse in modo materiale la sua vitalità: doveva essere in grado di emettere, ad esempio, un grido in modo da essere udito nella stanza accanto; di aprire gli occhi in guisa da vedere il soffitto e le quattro pareti; di muoversi; di succhiare il latte, ecc.; i Visigoti e i Franchi richiedevano che il bambino, ricevuta l'acqua lustrale, in seguito vivesse almeno per dieci giorni e gli venisse imposto un nome; si tratta di mezzi empirici per accertare la vitalità del neonato 2.

Altri criteri furono applicati dai diritti statutari. Il diritto canonico, ad esempio, ammise una presunzione di vita dopo quaranta giorni dal concepimento, per i maschi, e dopo ottanta per le femmine. Si faceva capo, generalmente, a criteri astrattamente e primitivamente determinati.

Alcuni glossatori insegnavano che a provare la vita del nato era sufficiente che egli avesse respirato. Alcuni secoli dopo, al tempo del cardinal De Luca, si sostenne, con riferimento alla vitalità, che essa dovesse essere riconosciuta caso per caso con giudizio peritale: la vitalità era intesa come l'idoneità fisiologica del nato a continuare la vita, concetto questo imposto dal Codice Napoleone e menzionato nel nostro codice civile del 1865 3.

II.2 - I diritti del nascituro

Altro problema è quello relativo ai diritti riconosciuti al nascituro: in età post-classica e bizantina, per taluni effetti venne parificato al nato. Tale parificazione fu anche del diritto canonico: secondo la dottrina della chiesa, il feto, pur essendo pars ventris , ad un certo momento avrebbe acquistato l'anima e quindi sarebbe divenuto una entità che si sarebbe perpetuata, anche senza il distacco, nel mondo dell'aldilà; concezione questa, che superava nettamente il principio romano per cui il nasciturus habetur pro nato quotiens de eius commodis agitur .

Il diritto germanico 4, permeato da principi naturalistici, si disinteressò affatto della protezione del nascituro: non si poteva proteggere separatamente la pars dal tutto e l'aborto era punito solo quando fosse procurato da un terzo, contro la volontà della donna. La nostra giurisprudenza, sotto la spinta della scuola di Bologna, elaborò i concetti cristiani e riconobbe che al nascituro, comunque, spettavano dal momento del concepimento tutti i diritti, come se fosse già nato, sotto condizione sospensiva, che cioè ad un certo momento il feto si distaccasse dalla madre assumendo materialmente una personalità.

Questi concetti furono accolti dal Codice Napoleone, dal Codice Austriaco, ed infine dal nostro.

Così dicasi per i monstra : secondo i principi cristiani, fu loro riconosciuto il carattere di persona, qualora fossero nati vitali, superando le tradizioni arcaiche romaniche e specialmente germaniche 5.

II.3 - Cause naturali di modificazione della capacità giuridica

II.3.1 - L'età

Nel diritto intermedio le cause naturali di modificazione della capacità giuridica (età, sesso, malattia) ebbero grande incidenza.

Riguardo all'età, ricordiamo che il diritto giustinianeo prevedeva gradi diversi di capacità per le diverse età del soggetto, queste poi essendo determinate da un rigido sistema di termini. Nel diritto Germanico primitivo si distingueva, invece, fra una minore ed una maggiore età, e questa generalmente si riconosceva in chi aveva attitudine a portare le armi. In seguito prevalse il sistema romanico dei termini. Così i Longobardi fissarono nei 12 anni il raggiungimento della capacità giuridica; 15 anni per i Ripuari; più tardi il re longobardo Liutprando elevò a 18 anni l'età per gli atti di alienazione, mentre per i romani rimase il limite di 25 anni. Negli statuti comunali le derivazioni romanistiche sono ancora più evidenti e i limiti per la maggiore età furono diversi da luogo a luogo: 12 anni a Venezia fino al 1586; 14 anni a Parenzo ed Alessandria; 16 anni ad Aosta ed a Venezia dopo il 1586; 18 anni a Bergamo, Lucca, Firenze, Novara, ecc.; 20 anni a Milano, Friuli, Saluzzo, Siena, ecc.; 25 anni a Trieste, Parma, Genova, Modena, ecc. 6.

Si distinse poi ovunque tra la capacità di funzioni pubbliche e capacità di diritto privato. Vi erano poi vari termini per determinati atti.

Più avanti, nella Lombardia austriaca, l'imperatore Francesco II (1792-96) stabilì un limite generale a 24 anni compiuti. La Repubblica Cisalpina lo stabilì a 21 anni, termine che passò nel codice Napoleonico.

II.3.2 - Il sesso

Un cenno più dettagliante meritano le vicende storiche della capacità giuridica della donna 7. E' nota la rilevanza del sesso, in tutta l'età intermedia, quale causa di limitazione della capacità.

Ovviamente la donna si trovava in condizione di inferiorità presso i popoli germanici, essendo l'ordinamento di questi basato sull'appartenenza all'esercito e sulla capacità di portare le armi, cosa che a quei tempi le donne non facevano ancora. La posizione della donna nell'età longobarda in Italia la troviamo nel cap. 204 dell'editto di re Rotari: “ Nulli muliebri liberae sub regni nostri ditionem legis langobardorum viventem liceat in sui potestatem arbitrium, id est selpmundia vivere, nisi sempre sub potestatem virorum aut certe regis debea permanere ”. La donna, quindi, anche se libera non aveva il mundio di se stessa, non poteva autotutelarsi; questa tutela ( mundio ) era affidata ad un maschio ( mundualdo , che poteva essere il padre, il marito, i parenti, il re, a seconda dei casi), che la poneva in condizioni di perpetua incapacità, difendendola in giudizio, battendosi per lei in duello giudiziario, dando la sua autorizzazione per la validità degli atti di obbligazione o di alienazione compiuti dalla donna stessa; il potere del mundualdo aveva senza dubbio carattere patrimoniale econo­micamente rilevante. Bisogna ricordare che nei tempi più antichi, presso questi popoli la donna era oggetto e non soggetto nel matrimonio, che aveva a sua base l'accordo tra il mundualdo ed il futuro sposo: del resto ancora per Liutprando il padre o il fratello potevano dar marito alla figlia o sorella senza preoccuparsi della volontà di costei. Fu l'influenza della chiesa, che portò alla necessità del consenso manifesto dei nubendi e quindi anche a quello della donna, per quanto il diritto canonico non vedesse di buon occhio la posizione raggiunta dalla donna nel diritto romano giustinianeo e ritenesse costei, in quanto un essere fisicamente inferiore, sempre sottoposta all'uomo, subdita viro 8.

Per l'età feudale in un primo tempo la donna non poteva essere investita di un feudo, essendo questo un istituto a fondamento militare: più tardi ottenne la successione feudale facendo prestare il servizio militare da un cavaliere, cioè dal marito che doveva essere di gradimento del signore, dal cui volere così essa dipendeva per il matrimonio. I comuni temevano sempre che i beni immobili finissero in mano a non cittadini e perciò imponevano limitazioni nelle successioni a favore di donne o stabilivano l'obbligo della cessione di immobili da parte della donna che si fosse sposata con un cittadino di un altro comune; questa politica trovava l'appoggio delle famiglie che volevano mantenere uniti i patrimoni e ciò spiega come in molti luoghi si richiedesse l'intervento di parenti maschi, perché atti di alienazione compiuti da donne fossero validi.

Il Rinascimento non migliorò la situazione della donna, anzi i nuovi ideali di vita delle classi signorili videro nella donna un inciampo al mantenimento dello splendore familiare: il monastero dovette parere spesso una tollerabile soluzione di vita per persone sottoposte sempre alla pesante autorità dei maschi della famiglia. Così le donne venivano private anche dei loro diritti successori, obbligate ad accontentarsi di una magra quota. La giurisprudenza giustificò questa condizione deteriore della donna con la imbecillitas sexus , debolezza però che serviva qualche volta anche a protezione, come quando fu concessa per la donna la in integrum restituito , come si vede nel decreto ducale di Milano del 1475 9.

Su proposta del Mirabeau, nel 1791 la donna fu in Francia parificata all'uomo per quanto riguardava le successioni e poteva, se maggiorenne, contrarre matrimonio senza consenso del padre; queste norme passarono nel codice Napoleonico sia pure con qualche limitazione: alla restaurazione, alcuni stati (Toscana, Stato Pontificio) riportarono la donna nelle condizioni precedenti alla Rivoluzione.

Il codice civile Italiano del 1865 aveva mantenuta in vita l'autorizzazione maritale che venne abolita nel 1919, mentre nel 1877 le donne erano state ammesse come testimoni negli atti pubblici, nel 1908 alla tutela dei minori rimasti orfani in seguito al terremoto 10.

Il movimento legislativo inteso a far cadere le restrizioni della condizione femminile si spinge, per certi versi, fino ai giorni nostri.

II.3.3 - La malattia

Oltre che dall'età e dal sesso, nel diritto intermedio la capacità giuridica risultava diminuita in varia misura da alcune malattie, segnatamente dalla sordità, dalla mutezza, dalla cecità, dall'infermità mentale, dalla lebbra. Ci limitiamo a qualche osservazione di carattere generale. La mancanza dell'udito, come quella della parola e della vista costituiscono, in quanto tali, cause naturali di impedimento a compiere determinati atti; le malattie mentali d'altro canto mettono le persone in stato di incapacità naturale generale. Per ciò stesso, dalla minorazione fisica e mentale conseguono determinate limitazioni alla capacità giuridica (o d'agire: il problema è controverso) del soggetto. Logicamente i difetti fisici che rendevano non idonei a portare le armi, influivano anche sulla capacità giuridica dell'individuo. Alcune malattie portavano all'esclusione dalla comunità, come avveniva per i pazzi e i lebbrosi. Già secondo le leggi Longobarde, i lebbrosi dovevano essere allontanati dall'abitato e ridotti a vivere in capanne isolate, mentre i loro beni passavano in proprietà agli eredi. Negli statuti comunali è frequente l'obbligo al podestà di ricercare i lebbrosi per allontanarli. Un capitolare di Pipino permetteva lo scioglimento del matrimonio del lebbroso cosa alla quale si oppose sempre la chiesa. Solo i principi canonistici contribuirono a migliorarne la condizione. In sostanza, come dimostra un esame della legislazione statutaria, per gran parte dell'età intermedia, i lebbrosi subirono limitazioni soprattutto nella loro capacità di funzioni pubbliche o, più genericamente, nella capacità di porre in essere atti aventi riflessi pubblicistici 11.

II.4 - Capacità giuridica e status libertatis

Per essere esaurienti in tema di libertà e di capacità giuridica, bisognerebbe disegnare la storia delle classi sociali nell'età intermedia. Per ovvie ragioni di spazio esporrò solo approssimativamente le vicende di un movimento storico che, attraverso i secoli, condusse al riconoscimento dell'uguaglianza degli uomini di fronte al diritto 12.

Trattare del problema dei rapporti fra capacità giuridica e libertà nell'età intermedia, significa trattare del condizionamento della prima da parte della seconda. La persona ha capacità giuridica se è libera; manca di capacità o soffre di una diminuzione di capacità se non è libera o se è in condizione di semilibertà. I principi sono in gran parte gli stessi del diritto romano: per secoli non si va molto oltre quanto dettavano le fonti giustinianee. Lo stesso incontro tra civiltà barbariche e civiltà romana non sembra scuotere alle fondamenta la saldezza di siffatti concetti.

Il mondo germanico conobbe la divisione tra liberi e servi , anche se la condizione di costoro si discostava da quella dello schiavo romano. Libero era colui che portava le armi partecipando all'esercito e quindi all'assemblea del popolo, sicché il dare le armi ad un servo significava renderlo libero e cittadino.

Il libero aveva un guidrigildo , cioè un valore, una stima economica in rapporto alla sua qualitas : il guidrigildo non era infatti un prezzo, ma una aestimatio da pagare da chi avesse ucciso un libero , per sottrarsi così alla vendetta del gruppo familiare offeso. Un guidrigildo aveva pure la donna germanica libera. Il guidrigildo decadde col rifiorire del diritto romano e venne abolito in gran parte degli statuti italiani a partire dal XIII secolo.

Nella società feudale si accentuarono le differenze pure tra liberi , tanto che nelle Costituzioni sicule (I, 76) troviamo che un borghese valeva due rustici, un milite due borghesi, un barone due militi, un conte due baroni; situazione che si rifletteva anche nella fede da attribuire in giudizio alla parola di costoro: la parola del conte valeva fino a 100 Augustali , quella del barone 50, e così via.

Anche nell'ordinamento comunale la pienezza di capacità giuridica non era per tutti; vi era differenza tra cittadini e rustici, ma anche tra gli stessi cittadini bisognava distinguere i milites dai borghesi ( cives ) e questi dal popolo minuto ( patari a Milano, straccioni a Lucca, ciompi a Firenze, senza brache a Bologna, ecc.) che non aveva diritti politici.

Anche se con le signorie e le monarchie tutti furono sudditi del principe, l'uniformità giuridica delle persone fu solo apparente; chi esplicava un lavoro a scopo economico (peggio ancora se manuale) era escluso da determinate attività (ad esempio, non poteva entrare nei collegi dei giureconsulti). Tra le persone privilegiate, figuravano gli ecclesiastici con un proprio foro abolito in Sicilia nel 1848 e in Piemonte nel 1856, i quali pretendevano l'esenzione da ogni tributo verso lo Stato e dall'eventuale servizio militare 13.

Lo schiavo non aveva guidrigildo , ma un prezzo economico di mercato. Presso i Germani però allo schiavo non mancava del tutto il riconoscimento giuridico di una personalità: il suo matrimonio era veramente tale e sua moglie una legittima uxor ; però presso i barbari non esisteva un favor libertatis , per cui il nato da un connubio nel quale una delle parti fosse schiava, era schiavo; non solo, ma se un libero avesse per trent'anni servito un padrone quale servo, non poteva più rivendicare la propria libertà.

Le condizioni economiche di molti, consigliavano ai più poveri un assoggettamento volontario in schiavitù che le leggi cercarono di vietare, dato che talvolta erano gli stessi genitori a dare in servitù i figli pur di garantire loro almeno il mantenimento.

Si poteva uscire dalla schiavitù con forme di manumissione che, da quella davanti all'assemblea o davanti al re, giunsero a quella circa altarem , testimoniante l'influsso del cristianesimo. L'età comunale conobbe anche delle emancipazioni collettive di servi, spesso fatte però per ragioni economiche, anche se motivate da ragioni religiose.

La servitù (soprattutto la servitù della gleba) scomparve in gran parte dei paesi nel XVIII secolo, con l'avvento dell'Illuminismo; tuttavia la vera e propria schiavitù durò a lungo anche in Europa, almeno nei riguardi degli infedeli e dei cristiani di terre slave e del Mediterraneo orientale.

Una classe intermedia tra i liberi e i servi , era quella degli aldi

presso i Longobardi e i Bavari, e dei leti presso i Franchi. L'origine di costoro può essere definita in vinti che si erano arresi. In genere gli aldi venivano impiegati nella coltivazione di proprietà dei vincitori; essi non potevano lasciare la terra, ma non potevano neppure essere allontanati ed il censo che dovevano pagare al padrone restava immutabile.

Anche i coloni dipendevano interamente dal signore e non potevano lasciare la terra cui erano legati. In caso di matrimonio erano tenuti a pagare un tributo al signore, che riscuoteva anche il mortagium quando venivano a morte 14.

La soppressione definitiva della servitù della gleba si ebbe in Piemonte nel 1762, in Lombardia con Maria Teresa e Giuseppe II, nell'Italia meridionale, dopo i tentativi di Carlo III (1735), si dovette aspettare fino ai re napoleonici.

II.5 - La condizione dello straniero

L'ammissione dello straniero al godimento dei diritti civili attribuiti ai cittadini, pur se a condizioni di reciprocità, è molto recente. Presso i Germani, lo straniero era visto come un nemico; era dunque necessario che un privato ospite garantisse per lui e lo proteggesse oppure che si ponesse sotto la tutela ( scutum ) del re. Ciò era necessario soprattutto per i cosiddetti wargangi , in genere mercanti, che dovevano stabilirsi per un certo periodo fuori dal loro territorio. Costoro assumevano la legge del loro protettore ed il re diveniva loro erede se non c'erano figli. La costituzione del Sacro Romano Impero assicurò migliori condizioni allo straniero che poteva conservare la propria legge 15.

Se il regime feudale non fu ospitale nei confronti dello straniero, il Comune non ne migliorò certamente la posizione: straniero fu chiunque appartenesse ad un altro Comune. Per gli stranieri si sancirono pene più gravi che per i cittadini; essi non potevano spesso essere testimoni; venivano esclusi da quelle arti che si ritenevano basate su segreti; non avevano la possibilità di acquistare beni immobili, tanto che ad essi era vietato sposare una donna del paese dove erano ospiti, se la donna portava in dote beni immobili. Se lo straniero era debitore verso un cittadino, bastava la parola di questo per farlo arrestare, mentre non vi era una reciproca facoltà per i suoi crediti. Contro lo straniero si poteva applicare la rappresaglia e, in base al diritto di albinaggio , il fisco pretese di essere erede dello straniero morto senza figli e senza testamento, il che venne soppresso nell'impero da Federico II di Svevia. In Francia si giunse a non concedere allo straniero di testare.

Si ovviava frequentemente a tutto ciò con accordi internazionali che avvenivano soprattutto tra città come Venezia, Genova, Marsiglia, Palermo, Piacenza, ecc., dove gli interessi economici del commercio richiedevano più ampia libertà e sicurezza.

Nel 1791 la Costituente francese dichiarò che gli stranieri avrebbero avuto gli stessi diritti civili dei cittadini francesi; il Codice Napoleonico, pur accettando tale principio, lo limitò in base alla reciprocità da parte degli altri stati, sistema che passò nel Codice generale Austriaco, in quello napoletano (articolo 9), in quello Albertino (articolo 27), in quello parmense (articolo 22), ecc. Il Codice Italiano del 1865 stabilì che “lo straniero è ammesso a godere dei diritti civili attribuiti ai cittadini” (art. 3), mentre il codice civile del 1942 (disp. Prel., art. 16) faceva un passo indietro, chiedendo la condizione di reciprocità 16.

II.6 - Capacità giuridica ed onore

Nel diritto romano l' intestabilitas , l' infamia , la turpitudo , rappresentando una existimationis deminutio , modificavano in varia misura la capacità giuridica del soggetto 17. Analogamente nei diritti germanici, nei quali, per lo stesso motivo, troviamo diverse categorie di persone (musici, istrioni, campiones , graziati della pena capitale, ecc.) più o meno gravemente limitate nella loro capacità.

Nel periodo feudale la perdita o la diminuzione dell'onore producevano, fra l'altro, l'incapacità ad essere investiti di feudi. Incapaci ad ottenere benefici erano, inoltre, i figli illegittimi. Nell'età comunale principi di origine germanica, ma soprattutto di diritto romano e di diritto canonico, ispiravano o si trovavano utilizzati accanto a specifiche disposizioni statutarie.

Perduranti ancora nel periodo delle signorie e della formazione degli stati nazionali, le limitazioni della capacità, derivante dalla perdita dell'onore, in particolare in conseguenza della illegittimità della nascita o dell'esercizio di mestieri ritenuti infamanti, cominciavano a cadere nell'età dell'Illuminismo. Con la Rivoluzione francese e la legislazione napoleonica, si affermò il principio generale che solo chi fosse stato colpito da determinate condanne poteva essere posto in condizioni di diminuita capacità giuridica 18.

La Rivoluzione francese segnò anche la scomparsa (purtroppo non definitiva) delle limitazioni della capacità della persona, derivanti dall'appartenenza a determinate fedi religiose.

Tali diminuzioni della capacità toccavano sia gli appartenenti ad una religione diversa dalla cristiana (soprattutto gli ebrei), sia quei cristiani che si fossero allontanati dall'ortodossia cattolica, cioè gli eretici. La mancanza della capacità di funzioni pubbliche, fu in loro pressoché costante. Diversamente per la capacità di diritto privato che, in particolar modo per gli ebrei, subì limitazioni assai diverse di tempo in tempo e di luogo in luogo.

Presso i Longobardi non vi furono provvedimenti miranti a stabilire una limitazione della capacità giuridica della persona in rapporto alle credenze religiose: essi non potevano dimenticare di essere stati seguaci di Ario e che l'arianesimo durò tra loro lungamente.

Con l'impero carolingio e con l'accordo tra Chiesa e Stato, si vide la persona pienamente capace solo nel cattolico. Sorsero poi parecchie eresie, che, pur avendo al loro reale fondo motivi economici, si presentavano come deviazioni dalle correnti teologiche ufficiali (cartari, patarii, valdesi, ecc.) e le persecuzioni contro di esse andarono crescendo: costituzioni imperiali di Federico I (1184) di Federico II (1224-28), videro nell'eresia un reato contro la maestà dello Stato, e quindi punibile con l'estremo supplizio, posizione che veniva confermata ancora nel 1559 dal Papa Paolo IV. Ma a quest'epoca c'era ormai il problema dei riformati e in Italia soprattutto quello dei Valdesi, i quali solo nel 1694 ottennero la piena capacità giuridica, limitata però alle loro valli; se ogni differenza cadde con le leggi francesi della Rivoluzione, soltanto nel 1848 i valdesi furono parificati agli altri cittadini. Per lo statuto Albertino (articolo 1) i culti non cattolici erano tollerati 19.

Per la legge longobarda gli ebrei 20 furono considerati come estranei; sotto i Carolingi essi servirono più volte come elementi di collegamento per lo sviluppo del commercio col mondo orientale col quale essi avevano rapporti; pare però che Lodovico II li scacciasse dal regno italico.

Successivamente i titolari di signorie, pretesero di esercitare su di essi una protezione che era in realtà solo uno sfruttamento per un guadagno eccessivo. Gli ebrei venivano considerati servi publici e quindi potevano essere ceduti come qualsiasi regalia e non erano legittimati a possedere nulla di proprio. Erano poi colpiti da infamia con l'accusa di deicidio (caduta solo con il Concilio Vaticano II -1962/65- convocato da Giovanni XXIII nel 1959), così che i cristiani dovevano evitare ogni contatto con loro; gli ebrei inoltre dovevano vivere isolati, spesso in quartieri appositi (giudecca, ghetto) e portare sull'abito un distintivo di solito di colore giallo, come fu stabilito dal papa Innocenzo III nel Concilio Laterano del 1215. Non godevano di diritti politici e subivano limitazioni anche in quelli civili, tanto che ancora nel 1770 in Piemonte non potevano possedere immobili. Per il diritto di famiglia (matrimonio, divorzio, tutela, ecc.) si attenevano al loro diritto, servendosi dei rabbini come di giudici competenti 21.

Solo la Costituente francese con i decreti del 1789-1790 e con la Costituzione del 1791, pareggiò gli ebrei agli altri cittadini, cancellando una delle vergogne che gravavano sull'umanità. La restaurazione fece di nuovo marcia indietro e solo in Piemonte nel 1848 si tornò alla parità; parità che venne poi estesa a tutta l'Italia col formarsi dell'unità. Ben sappiamo, purtroppo, in che modo “Il Manifesto della razza” e le obbrobriose “leggi razziali”, rappresentarono il culmine della limitazione della capacità giuridica di quel popolo.

II.7 - Estinzione della capacità giuridica

Per il diritto attuale solo la morte fisica del soggetto può produrre l'estinzione della capacità giuridica.

Nel diritto intermedio bisogna distinguere tra estinzione naturale ed estinzione artificiale 22.

Se la morte, quale causa della estinzione naturale della capacità di diritto, va qui ricordata principalmente per i criteri che presiedevano alla prova di essa (con particolare riferimento riguardo all'ipotesi dell'assenza e della commorienza) più lungo discorso richiedono invece le cause di estinzione artificiale.

A parte il caso della ficta mors (da considerare piuttosto come causa della modificazione della capacità giuridica), causa di estinzione artificiale fu, per tutto il Medio Evo e fino alla Rivoluzione francese, la cosiddetta morte civile, che, identificandosi con l'allontanamento dalla società di chi ne era colpito, aveva come diretta conseguenza, per l'appunto, la cessazione della capacità giuridica del soggetto.

Omesso in questa sede ogni riferimento al diritto romano, per la storia della morte civile nell'età intermedia si vede far capo soprattutto all'istituto germanico della Friedlosigkeit , in virtù del quale il colpevole di delitti particolarmente gravi (tradimento, violazione di sepolcro, ecc.) era escluso dalla pace , vale a dire dal consorzio civile e conseguentemente dalla protezione da questo apprestata ai consociati: onde poteva essere impunemente ucciso da chiunque lo volesse.

Derivazione della Friedlosigkeit può considerarsi il bannum , istituto che comportava conseguenze analoghe a quelle già ricordate. Largamente applicato, per evidenti ragioni politiche, dai poteri sovrani, e soprattutto dai nostri comuni, il bannum , anche se la sua durezza si attenuò con l'andare dei secoli, scompare tuttavia solo in tempi recenti: e la Rivoluzione francese, pur avendolo in un primo tempo abolito, lo richiamò poi in vita per colpire deportati ed emigrati politici 23.


Note:

1 Vedi: E. Besta , Le persone nella storia del diritto italiano , Padova, 1931; M. Roberti , Svolgimento storico del diritto privato in Italia, vol. 1,: Le persone, Padova, 1935; D. Maffei , Diritto intermedio , in Enc. dir. , VI, Milano, 1960, p. 3 ss.

2 D. Maffei , Diritto intermedio , cit.

3 Così, D. Maffei , Diritto intermedio , cit; anche, M. Roberti , Svolgimento storico , cit.

4 Un grosso contributo in questo senso si trova in P. Rasi , Diritto intermedio , Noviss. dig. it. , II, Torino, 1958, p. 871 ss.

5 P. Rasi , Diritto intermedio , cit.

6 Ancora P. Rasi , Diritto intermedio , cit.

7 Vedi D. Maffei , Diritto intermedio , cit.

8 Così D. Maffei , Diritto intermedio , cit.

9 Così E. Besta , Le persone , cit.

10 P. Rasi , Diritto intermedio , cit.

11 P. Rasi , Diritto intermedio , cit.

12 Vedi, per tutti, D. Maffei , Diritto intermedio , cit.

13 Così, anche E. Besta , Le persone , cit.

14 Ancora D. Maffei , Diritto intermedio , cit.

15 Vedi P. Rasi , Diritto intermedio , cit.

16 Vedi D. Maffei , Diritto , cit.; anche M. Roberti , Persone , cit.

17 Così D. Maffei , Diritto , cit.

18 Vedi anche E. Besta , Le persone , cit.

19 P. Rasi , Diritto intermedio , cit.

20 Vedi Colorni C. , Gli ebrei nel sistema del diritto comune fino alla prima emancipazione , Milano, 1956.

21 Colorni C. , Gli ebrei , cit.

22 Cfr. P. Rasi , Diritto intermedio , cit.

23 Ancora D. Maffei , Diritto intermedio , cit.


Avv. Giancarlo Frongia
Avvocato
^ Vai all' inizio


Articoli correlati

Articoli su Overlex per l'argomento: civile

» Tutti gli articoli su overlex in tema di civile

Siti di interesse per l'argomento: civile





Concorso miglior articolo giuridico pubblicato su Overlex
Clicca qui
logo del sito
Il Quotidiano giuridico on line ISSN 2280-613X


Loading