L’Anatocismo bancario: applicati i dettami della sentenza n. 21095/ 04 della Corte di Cassazione, Sezioni Unite.
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Articolo del 23/03/2005 Autore Dott.ssa Francesca Spolaor Altri articoli dell'autore


Il Tribunale civile di Torino ha condannato una filiale dell’Istituto bancario San Paolo – Imi di Asti, a versare la somma di 134 mila euro ad un pensionato, per aver praticato anatocismo sui conti correnti di costui.
Come si legge nel dispositivo della sentenza, l’Istituto San Paolo – Imi dovrà “ rimborsare gli interessi ultra legali derivanti dalla clausole contrattuali decretate nulle e che riguardano la pattuizione degli interessi, dell’anatocismo e della commissione sul massimo scoperto”.
Il Tribunale di Torino ha seguito i dettami della sentenza della Cassazione Civile, Sezioni Unite, n. 21095 del 4 novembre 2004.
Con tale sentenza, infatti, la Corte di Cassazione ha sancito una serie di principi che accordano una tutela maggiore agli utenti delle banche. La Suprema Corte, infatti, ha stabilito che "le clausole di capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi dovuti dal correntista devono considerarsi nulle anche se contratte prima dell'orientamento giurisprudenziale che nella primavera del 1999 ne ha negato la legittimità".
In sostanza, la Suprema Corte ha attribuito valore retroattivo all'inesistenza dell'uso normativo della capitalizzazione trimestrale degli interessi.
Fino al 1999, poiché l’art. 1283 C.C ( il quale stabilisce che, in mancanza di usi contrari, gli interessi passivi scaduti possono produrre interessi –anatocistici- solo dal giorno della domanda giudiziale o per effetto di convenzione posteriore alla loro scadenza, e sempre che si tratti di interessi dovuti almeno per sei mesi) veniva interpretato dalla prevalente giurisprudenza, nel senso di attribuire alla locuzione “ in mancanza di usi contrari” un valore sostanzialmente negoziale. Le banche, cioè, capitalizzavano trimestralmente gli interessi sfruttando il bisogno dei correntisti di porre in essere una serie di operazioni bancarie, principalmente prestiti.
A decorrere dal 1999, tuttavia, la Suprema Corte è intervenuta a specificare che "gli usi contrari, suscettibili di derogare al precetto di cui all'art. 1283 c.c., sono non i meri usi negoziali ex art. 1340 c.c. ma esclusivamente i veri e propri usi normativi, di cui agli articoli 1 e 8 disp. Prel. C.c., consistenti nella ripetizione generale, uniforme, costante e pubblica di un determinato comportamento (usus), accompaganato dalla convinzione che si tratta di comportamento (non dipendente da un mero arbitrio soggettivo) ma giuridicamente obbligatorio, in quanto conforme a una norma che già esiste o che si ritiene debba far parte dell'ordinamento giuridico" (sentenze n. 2374 e n. 3096 del 1999).
Gli "usi" cui fa riferimento l'art. 1283 C. c., dunque, sono esclusivamente quelli normativi in senso tecnico.
Ne consegue che, (come da orientamento oramai costante della Corte di Cassazione: Cass. Civ. 18 settembre 2003, n. 13739; Cassazione Civile, Sez. I, 1 ottobre 2002, n. 14091; Cassazione, Sez. I, 28 marzo 2002 n. 4498; Cassazione, Sez. I, 28 marzo 2002 n. 4490; Cassazione, Sez. I, 1° febbraio 2002 n. 1281; Cassazione, Sez. I, 11 novembre 1999 n. 12507; Cassazione, Sez. III, 30 marzo 1999 n. 3096), si dovranno ritenere nulle tutte le clausole bancarie riguardanti l'anatocismo, il cui inserimento nel contratto sia il frutto di una mera volontà unilaterale della banca.
Non solo. Anche le clausole di capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi dovuti dal cliente ad una banca sono nulle, in quanto esse non rispondono ad un uso negoziale, anche se le stesse siano nel contratto specificate come "conformi alle norme bancarie uniformi”.
Il merito della sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione è quello di confermare tale orientamento partendo dalla convinzione che gli utenti si sono abituati alla capitalizzazione trimestrale dell'interesse passivo non perché "convinti" che fosse conforme alla normativa del settore, ma perchè inserita nei moduli unilateralmente predisposti dalle banche e perché la sottoscrizione di tali clausole costituiva un elemento imprescindibile per poter effettuare determinate operazioni bancarie.
Constatando, dunque, che la "convinzione" dei singoli utenti bancari relativamente alla regolarità della capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi e alla corrispondenza di tale pratica ad un obbligo imposto dall’ordinamento, non è mai realmente esistita, non potrà trovare applicazione la disciplina dell'art. 1283 c.c. relativo agli "usi contrari".
Le clausole anatocistiche, quindi, sono da considerarsi invalide ancora prima del 1999.


Dott.ssa Francesca Spolaor
praticante avvocato

fraspolaor@yahoo.it
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