Procura speciale alle liti in assenza di certificazione di sottoscrizione del difensore
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Articolo del 20/01/2006 Autore Dott.ssa Elena Salemi Altri articoli dell'autore


Validità della procura speciale alle liti, anche in assenza della certificazione della sottoscrizione da parte del difensore.


La sentenza della Corte Di Cassazione a Sezioni Unite n. 25032/2005 ha, finalmente, risolto il contrasto giurisprudenziale, perdurante da diversi anni, sulla validità o meno di un atto processuale, nell'ipotesi in cui la procura speciale alle liti, posta in calce o a margine dell'atto stesso, sia priva della sottoscrizione del difensore per autentica di quella del cliente.

In particolare, la Suprema Corte ha statuito che “L'articolo 83, comma 3, del C.p.c., che richiede, per la procura speciale alla lite conferita in calce o a margine di determinati atti, la certificazione da parte del difensore dell'autografia della sottoscrizione del conferente, è osservato sia quando la firma del difensore si trovi subito dopo detta sottoscrizione, con o senza apposite diciture, sia quando tale firma del difensore sia apposta in chiusura del testo del documento nel quale il mandato si inserisce.”

Il suddetto principio salva in extremis tutti quei poveri avvocati, ai quali spettava il non certo facile compito di spiegare ai clienti che “la causa è persa” per una firma dimenticata.

L'argomento, pertanto, merita di essere approfondito, soffermandosi sull'art. 83 c.p.c. e sui diversi orientamenti giurisprudenziali formatisi su tale norma.

Premesso, infatti, che, ai sensi del citato articolo:

- il difensore che rappresenta e difende la parte deve essere munito di procura alle liti;

- la procura speciale alle liti può essere apposta anche in calce ovvero a margine dell'atto processuale;

- in tale ipotesi l'autenticità della sottoscrizione della parte deve essere certificata dal difensore;

si era posto in giurisprudenza il già anticipato problema se la mancanza di tale certificazione costituisse una mera irregolarità oppure una causa di invalidità della procura.

Prima di procedere all'esame degli indirizzi giurisprudenziali creatisi al riguardo, è opportuno rilevare che il dibattito de quo è relativo all'ipotesi in cui la procura sia inserita nel contesto di un documento sottoscritto dal difensore e non, al diverso caso, in cui l'atto processuale fosse privo della firma del legale.

Fatta questa necessaria premessa, vediamo come rispondevano i giudici di legittimità al problema.

Secondo un primo indirizzo, che può dirsi prevalente, la mancanza della sottoscrizione da parte del difensore, per autentica della firma del cliente sulla procura alle liti, costituiva una mera irregolarità della stessa procura.

Tale irregolarità, tuttavia, poteva essere sanata con la costituzione in giudizio del medesimo difensore nominato.

Codesta giurisprudenza riteneva che siffatta soluzione fosse la più coerente con l'art. 156 c.p.c., norma che introduce i principi dell'espressa previsione legislativa delle cause di nullità e della conservazione degli atti processuali, che abbiano raggiunto il loro scopo.

La mancanza di un'espressa sanzione per l'omessa autentica del difensore e la costituzione in giudizio dello stesso si riteneva soddisfacessero pienamente i suddetti principi.

Un secondo orientamento, invece, reputava che l'omissione della sottoscrizione del difensore per autentica della firma della parte rendeva la stessa nulla ed inficiava l'intero atto.

L'invalidità era considerata operante anche nel caso in cui l'avvocato avesse apposto la firma in calce al ricorso, in quanto tale circostanza non faceva venire meno il vizio.

Ai superiori indirizzi, deve aggiungersene un terzo, che si potrebbe definire intermedio.

Tale orientamento, sebbene ritenesse che l'autentica del difensore fosse necessaria a pena di nullità, considerava alla stregua di certificazione la firma del difensore posta sull'atto, contenente la procura, sottoscritta dalla parte.

Secondo siffatta giurisprudenza, infatti, nel momento in cui l'avvocato sottoscrive l'atto se ne assume la paternità.

Conseguentemente, si deve presumere che egli abbia ricevuto il mandato, lo abbia accettato ed abbia accertato l'autenticità della firma della parte, che ha conferito la procura.

La Corte di Cassazione a Sezioni Unite con la pronuncia in esame ha ritenuto di fare proprio questo orientamento.

Tale scelta è dettata dalla necessità di coordinare l'art. 83 c.p.c. con i principi generali dettati dal codice di rito sulla validità degli atti processuali ed è stata motivata prevalentemente sulla base della funzione della sottoscrizione del difensore.

Questa formalità, infatti, ha il fine di attestare l'autenticità della firma di un determinato soggetto ( rectius, chi conferisce il mandato) e non costituisce autentica in senso proprio.

Pertanto, la sottoscrizione dell'atto processuale per il quale la procura è stata conferita e nel cui ambito è stato collocato lo stesso mandato (in calce o a margine) è reputata sufficiente, poiché il difensore, assumendosi la paternità dell'atto, certifica implicitamente la sottoscrizione del cliente, che gli ha conferito il mandato per lo stesso.


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