IL DANNO TANATOLOGICO E GLI ISTITUTI SIMILARI
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Articolo del 12/03/2005 Autore Prof. Avv. Luigi Viola Altri articoli dell'autore


IL DANNO TANATOLOGICO E GLI ISTITUTI SIMILARI

di Luigi Viola


(articolo così estratto dal libro "I danni derivanti da morte", Halley, Matelica, 2005).

La figura del danno tanatologico impone di operare un distinguo con gli altri istituti giuridici similari nonché con le altre voci di danno, passibili di risarcimento, in seguito a morte per illecito altrui, anche al fine di delimitarne meglio i confini applicativi e verificarne la possibilità di cumulo.

In tal senso, pertanto, è opportuno il confronto con il danno futuro, biologico, morale ed esistenziale.

Con particolare riferimento al danno futuro, il criterio discretivo appare abbastanza agevole in virtù della diversa natura giuridica in termini di bene-interesse tutelato e di funzione.

Il danno futuro1 è essenzialmente il danno ravvisato nella perdita o nella diminuzione di quei contributi patrimoniali o di quelle attività economiche che, presumibilmente e secondo un criterio di normalità, il soggetto venuto meno prematuramente avrebbe apportato, alla stregua di una valutazione che faccia ricorso anche alle presunzioni ed ai dati ricavabili dal notorio e dalla comune esperienza, con riguardo a tutte le circostanze del caso concreto (composizione del nucleo familiare, condizioni economiche-sociali, attività esercitata dai genitori o dagli altri congiunti); configurandosi, pertanto, come danno patrimoniale inquadrabile nell’art. 2043 c.c. e non nell’art. 2059 c.c., con il relativo diverso onere probatorio (sarà necessario dimostrare l’apporto economico che, verosimilmente, il de cuius avrebbe erogato in favore dei parenti, e non la lesione di un valore della persona, strictu sensu).

La ratio dell’istituto del danno futuro è quella di tutelare la deminutio patrimoni causata alle cc.dd. vittime secondarie dell’illecito, sulla falsariga del danno da lucro cessante.

Sotto tali profili, allora, emerge come il danno futuro attenga alla sfera patrimoniale delle cc.dd. vittime secondarie dell’illecito, riguardando, al più, l’art. 2043 c.c. letto in combinato disposto con l’art. 42 e ssgg. Cost.; diversamente, il danno tanatologico attiene alla sfera non patrimoniale delle cc.dd. vittime secondarie dell’illecito, derivante dalla lettura, costituzionalmente orientata, dell’art. 2059 c.c. con l’art. 2 Cost.2.

Inoltre, la funzione del danno futuro è, per lo più, riparatoria, mentre quella del danno tanatologico affittiva-rieducativa.

Dalle distinzioni operate deriva, de plano, la cumulabilità tra queste due tipologie di danno, che determinerà un significativo aumento del quantum debeatur, da erogare in favore delle cc.dd. vittime secondarie dell’illecito altrui.

Con riferimento al rapporto tra danno biologico 3 (fisico e/o psichico, iure successionis e iure proprio4) e danno tanatologico, invece, il problema dell’individuazione di un criterio discretivo sufficientemente determinato è più complesso, perchè entrambe le tipologie di danno hanno natura giuridica non patrimoniale, tale per cui sono inquadrabili nell’ambito applicativo dell’art. 20595 c.c., letto in combinato disposto con i valori espressi nella Carta Fondamentale, seppur il primo è riferibile alla lesione del diritto alla salute, ex art. 32 Cost., mentre il secondo alla lesione del diritto di vita, ex art. 2 Cost.

In tal senso, pertanto, emergerebbero beni-interessi tutelati diversi6, come la salute e la vita, seppure aventi la medesima natura giuridica non patrimoniale, tale per cui si pone il problema della cumulabilità; invero, il profilo della medesima natura giuridica, strictu sensu, non esclude di per sé la cumulabilità, poiché quello che realmente rileva è il bene-interesse tutelato, tanto più che, evidentemente, è quest’ultimo che prende in considerazione le varie tipologie di danno.

Inoltre, si precisa7, se il risarcimento deve essere idoneo a tener presente i vari danni causati nel loro complesso (c.d. plurioffensività dell’illecito), allora è “giocoforza” che vadano presi in considerazione tutte le sfaccettature possibili, tali da imporre una considerazione alta dei beni-interessi tutelati; id est se si parte dall’idea che il risarcimento deve essere effettivo, allora ne consegue che la diversità del bene-interesse tutelato legittimerà il cumulo giuridico tra danno biologico e tanatologico, anche al fine di non vulnerare il sistema costituzionale che impone, evidentemente, per ogni tipologia di diritto il correlativo risarcimento del danno, tanto più che si tende a distinguere il diritto di vita, ex art. 2 Cost., dal diritto alla salute, ex art. 32 Cost.

Qualora si optasse per tale tesi interpretativa, dunque, nell’ipotesi in cui ad una lesione segua la morte, le cc.dd. vittime secondarie dell’illecito potrebbero vantare8 il danno biologico iure successionis (eventualmente, sussistendone gli estremi anche quello iure proprio), per il dolore psico-fisico subito dalla vittima primaria dell’illecito nel periodo intercorrente tra la lesione e la morte, con l’aggiunta del danno tanatologico; nell’ipotesi di c.d. morte immediata, le vittime secondarie dell’illecito potrebbero, poi, vantare il danno tanatologico.

Tuttavia, tale tesi, per quanto suggestiva, non è esente da critiche9.

In particolare, infatti, la possibilità di cumulo tra danno biologico e tanatologico rischia di creare dei paradossi argomentativi ingiustificati, oltre ad entrare in contrasto con i principi di proporzionalità e con lo stesso art. 3 Cost.

Se, infatti, si legittima il cumulo, allora, il soggetto che avrà cagionato delle lesioni che successivamente abbiano portato alla morte, sarà punito in modo più grave rispetto a colui che direttamente uccide, creando il paradosso tale per cui uccidere sarebbe più conveniente che ferire, entrando altresì in contrasto con l’art. 3 Cost.

D’altronde, tali ultimi rilievi critici sono gli stessi che hanno spinto i fautori del danno tanatologico a sposare la tesi positiva, poiché, diversamente, il soggetto che uccide immediatamente sarebbe stato tenuto ad un risarcimento inferiore che se avesse causato una lesione, poiché in quest’ultimo caso sarebbe stato configurabile il danno biologico , rompendo il collegamento necessario tra gravità del fatto ed entità della lesione10; in tal senso, allora, qualora si accogliesse la tesi legittimante il cumulo, si riproporrebbe il medesimo problema di disparità di trattamento ingiustificata.

In altri termini, tale tesi, per così dire, farebbe rientrare dalla finestra ciò che è uscito dalla porta, negando dignità alla stessa tesi del danno tanatologico.

Ulteriore argomento posto in rilievo contro la tesi del cumulo, emerge sotto il profilo della diversità tra danno biologico sic et simpliciter e danno biologico che conduce alla morte.

In particolare, il danno biologico di colui che viene ferito e successivamente muore non può essere parificato al normale danno biologico , dove il soggetto resta in vita, perché nella prima ipotesi emerge una intensità del dolore fisio-psichico di gran lunga più elevata, soprattutto se si considera che ne vengono, inevitabilmente, pregiudicate le possibilità di recupero e di guarigione.

Se si sottolinea come il danno biologico che porta alla morte è un quid diverso, rispetto al danno biologico che lascia in vita la vittima primaria dell’illecito11, allora, il primo non potrà essere considerato, sic et simpliciter, come danno alla salute, ex art. 32 Cost., quanto piuttosto una lesione del diritto di vita; id est il soggetto ferito che muore è un’ipotesi diversa dal soggetto “semplicemente” ferito tale per cui, rilevando il fatto12 antigiuridico principale in materia civile, bisognerà tenere presente il fattore morte piuttosto che la lesione13, idoneo a determinare un assorbimento della voce di danno biologico (iure successionis) in quella di danno tanatologico.

D’altronde, se è vero che il danno biologico presuppone la permanenza in vita del soggetto leso14, allora nell’ipotesi in cui quest’ultimo morirà, emergerà un danno da morte (come appunto quello tanatologico) piuttosto che quello biologico (inteso come danno alla salute, ex art. 32 Cost.).

Accogliendo tale tesi (preferibile), pertanto, si dovrà negare la possibilità di cumulo tra danno biologico e danno tanatologico15; con il corollario applicativo che nell’ipotesi di una lesione che abbia cagionato la morte, ovvero nel caso di morte immediata16, la domanda risarcitoria dovrà far riferimento al danno tanatologico17, cumulato con il danno futuro e morale18 (difficilmente anche con il danno esistenziale19), ma non con il danno biologico iure successionis; fermo restando altresì che in tema di quantum debeatur20 si dovrà tener presente come limite minimo il 100% di invalidità permanente secondo il criterio tabellare, tenendo conto dell’età del de cuius.

Ulteriore distinguo da farsi, poi, è quello tra danno tanatologico e morale21.

Il primo è danno-evento derivante dal combinato disposto dell’art. 2059 c.c. con l’art. 2 Cost., attinente alla lesione del diritto di vita, mentre il secondo è danno-conseguenza22 (rientrante comunque nell’ambito applicativo dell’art. 2059 c.c.), idoneo a risarcire il transitorio dolore e patema d’animo (c.d. pretium doloris) conseguenti, ad esempio, alle lesioni da incidenti d’auto23.

Pertanto, entrambe le tipologie di danno sono non patrimoniali24, seppur collegati ad aspetti giuridici ben diversi25, tali da legittimarne il cumulo nella richiesta risarcitoria.

Più in particolare le distinzioni più evidenti emergono sotto il profilo della struttura del danno, nonché dal punto di vista della funzione tipica.

Nel primo senso basti pensare al fatto che il danno morale è danno-conseguenza, diversamente dal danno tanatologico che è danno-evento, tale per cui nel primo caso quello che il danneggiante sarà tenuto a risarcire saranno le conseguenze26 derivanti dall’illecito, mentre nel secondo caso rileverà l’evento in sé, come violazione di legge e, più in particolare, come lesione del diritto di vita, ex art. 2 Cost.

D’altronde, il risarcimento del danno tanatologico e di quello morale, sembrano assolvere a funzioni ben diverse: il primo ha una funzione tipicamente affittivo-sanzionatoria, e cioè mirante a fungere da deterrente psicologico contro la commissione di illeciti tramite la “minaccia della sanzione”, nonché a rieducare, lato sensu, il danneggiante; diversamente, il secondo tutela le conseguenze dell’illecito in concreto subite dai parenti della vittima primaria dell’illecito, anche dal punto di vista della dignità offesa dal reato (c.d. pretium lesae dignitatis).

In altri termini, nell’ambito della responsabilità extracontrattuale il legislatore sembra essersi mosso in un’ottica affittivo-sanzionatoria e reintegratoria27, mirando ad una tutela piuttosto ampia del danneggiato in concreto, tale per cui se le due tipologie di danno corrispondono a ratio ispiratrici ben diverse, a rigore, il cumulo dovrebbe ritenersi possibile.

Ulteriore distinzione che merita approfondimento è quella relativa al rapporto tra danno tanatologico ed esistenziale28.

Il primo, come è stato detto, deriva da una lettura combinata dell’art. 2059 c.c. con l’art. 2 Cost., mentre il secondo da una lettura combinata dell’art. 2059 c.c. con altri valori della Carta Fondamentale, come ad esempio il diritto alla famiglia29, ex artt. 29 e ssgg. Cost.

Orbene, entrambe le tipologie di danno hanno natura non patrimoniale, rientrando nell’alveo dell’art. 2059 c.c., tale per cui si sarebbe indotti a negare la possibilità di cumulo giuridico; più in particolare, il danno esistenziale, che è danno-evento30 al pari del danno tanatologico, sembra riguardare tutte le attività realizzatrici della persona umana, tale per cui, si dice, una illegittima lesione imporrebbe il risarcimento: così nelle ipotesi di nascita non programmata31, ovvero esclusione illegittima dall’assegnazione di incarico dirigenziale32, nonchè la perdita di un congiunto33; id est il danno esistenziale riguarderebbe l’aspetto relazionale del soggetto illegittimamente leso34.

Ma quando il soggetto muore, e, quindi, perde tutte le possibilità di esercizio delle proprie attività esistenziali, ovvero i parenti della vittima primaria dell’illecito vengono pregiudicati nel loro diritto alla famiglia, il danno derivante dalla morte in sè (tanatologico) sarà cumulabile con altre voce di danno attinenti ad altri valori costituzionalmente garantiti?

Se si considera che il soggetto quando muore necessariamente perde i suoi affetti, libertà, diritti, ecc., allora, si dovrebbe concludere nel senso che il danno tanatologico, prendendo in considerazione la morte in sè, inevitabilmente, assorbirà anche il danno esistenziale (nella duplice veste iure proprio e iure successionis), sul presupposto che la lesione del diritto di vita è un quid pluris rispetto al diritto all’integrità della propria famiglia, alla sana educazione o alla serenità familiare; id est anche i danni esistenziali (al pari del danno biologico ) sembrano riguardare la qualità della vita più che il diritto di vita, tale per cui i soggetti che abbiano subito la perdita di un familiare saranno inevitabilmente pregiudicati nella loro qualità di vita.

Tuttavia, se così è, allora, il danno esistenziale sarebbe una vera e propria conseguenza (non più danno-evento) della morte, tale da coincidere con il danno morale, perdendo la sua autonoma configurabilità; se, al contrario, il danno esistenziale35 lo si configura come lesione del diritto alla famiglia in sè (danno-evento), verrà pur sempre assorbito dal danno tanatologico, poichè l’evento legittimante il risarcimento è la morte, tale per cui corrisponderebbe ad una inutile duplicazione di poste risarcitorie (idonee a sfiorare l’ingiustificato arricchimento36, ex art. 2041 c.c.) imporre al danneggiante un danno da morte e un danno da perdita dell’attività esistenziale del de cuius.

Delle due l’una.

In tal senso, pertanto, ed in considerazione del fatto che il danno esistenziale attiene ad alcuni aspetti della vita, ma non riguarda la vita in sè, nonchè tenendo presente che il danno tanatologico è un quid pluris rispetto al danno esistenziale tanto che viene quantificato in maniera superiore (tanto più che il valore corrispondente al 100% di invalidità permanente, indicato nelle tabelle adottate dai vari Tribunali sede di Corte di Appello, rappresenta il quantum minimo al di sotto del quale l’interprete non potrà andare37), sembra preferibile la tesi che considera il danno tanatologico assorbente rispetto al danno esistenziale (seppur il giudice nella quantificazione del risarcimento del danno da morte dovrà tenere presente tutti gli elementi del caso, come ad esempio l’ampiezza del nucleo familiare).

Inoltre, accogliendo tale tesi interpretativa ci si discosterebbe dal “nebuloso” sistema risarcitorio volto a distinguere il danno alla salute (iure proprio e iure successionis), dal danno alla vita, e dal danno alla vita di relazione38 (danno esistenziale39 iure proprio e iure successionis), arrivando a concludere che la lesione del diritto di vita comprende la lesione della salute e delle relazioni; cioè, se non c’è vita non c’è salute nè relazioni, ma in presenza della vita le relazioni e la salute possono pure non esserci, tale per cui, sebbene sono beni-interessi tutelati diversi, il danno da morte è assorbente rispetto agli altri danni che, ad ogni modo, possono vantare un’autonoma configurabilità nei casi in cui il soggetto leso resti in vita.


Note


1 Vd. Cass. 2869/2003; Cass. 5581/2003; Cass. 2962/2002; Cass. 4205/2002; Cass. 10898/2002; Cass. 12597/2001; Cass. 1637/2000; Cass. 6321/2000; Cass. 1646/2000; Cass. 9182/2000; Cass. 1137/1999; Cass. 10085/1998.



2 Ma anche con l’art. 3 Cost. laddove ci si riferisce a tutti i cittadini, dell’ art. 4 Cost., laddove si parla di “diritto al lavoro”, ecc., nonché da una lettura della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, laddove all’art. 2 si dice che “il diritto di ogni persona alla vita è protetto dalla legge”.

Sul piano civilistico, poi, non solo i diritti in concreto esercitabili, implicitamente, presuppongono la vita del titolare come il diritto alla famiglia (ex artt. 159-230 bis c.c.) o alla proprietà (Libro III, c.c.), ma si tende a tutelare anche il nascituro (ex artt. 1, 320, 462, 784, 643, 715 c.c.); sul piano penalistico, è ancora più agevole cogliere la tutela del diritto di vita, laddove si pensi ai delitti di omicidio ( ex art. 575 c.p.), infanticidio (ex art. 578 c.p.), sanzionando, altresì, non solo l’omicidio del consenziente (ex art. 579 c.p.), ma anche la morte derivante da altri delitti dolosi (ex art. 586 c.p.), ecc.






3 Vd. Cass. sez. un. 9556/2002 Cass. 2888/2003; Cass. 7379/2003; Cass. 8204/2003; Cass. 24/2002; Cass. 10980/2001.



4Vd. Gazzoni, op. cit., che sostiene come il danno biologico psichico consista “in una vera e propria malattia depressiva”. Vd. anche Cass. 6464/1996 che ipotizza un danno da vita indesiderata.



5 Alla luce del revirement inaugurato da Cass. 8827/2003 e Cass. 8828/2003, consacrato da Corte Cost. 233/2003, cit.



6 Per esserci la salute deve necessariamente esserci la vita, ma per esserci la vita non deve necessariamente esserci la salute.



7 Vd. Corte Cost. 233/2003, cit.



8 Oltre, naturalmente, il danno futuro, morale, esistenziale.



9 Vd. Anche Colasanti, in Diritto e giustizia, 2004, 21, 75, cit.



10 Vd. Cass. 6985/2003; Cass. 13933/2002; Cass. 14752/2000.



11 Vd. Cass. 3594/2004, che sottolinea la diversità tra l’ipotesi classica di danno biologico e il caso in cui il soggetto ferito attende la morte.



12 Il legislatore, ex art. 2043 c.c., parla di “fatto doloso o colposo” e non di “fatti”.



13 D’altronde, anche in materia penale l’omicidio colposo, ex art. 589 c.p., è assorbente rispetto alle lesioni colpose, ex art. 590 c.p., così come l’omicidio preterintenzionale, ex art. 584 c.p., è assorbente rispetto alle lesioni personali, ex art. 582 c.p. , tale per cui tale tesi interpretativa sembra coerente con l’intero sistema giuridico. Vd. anche Antolisei, Manuale di diritto penale – parte speciale I-, Milano, 1999.



14 Cass. 24/2002, precisa che in caso di morte immediata gli eredi non acquistano alcun diritto al risarcimento del danno biologico sofferto dal proprio dante causa: sia perché la morte determina l’assoluta incapacità del defunto di disporre di ogni diritto; sia perché la liquidazione del danno biologico – essendo correlata al pregiudizio alla salute – ha per presupposto che sussista comunque una salute residua, cioè che il danneggiato permanga in vita. Vd. anche Cass. 1633/2000; Cass. 6404/1998; Cass. 2117/1996, cit.



15 In senso contrario Trib. Venezia, 15/03/2004, in Diritto e giustizia, 2004, 21, 77, cit.



16 In tal modo si supererebbero anche le notevoli discrepanze derivanti dall’accoglimento della tesi dell’apprezzabile lasso di tempo tra lesione e morte, che aveva portato a diverse disparità di trattamento ingiustificate laddove si pensi, a titolo esemplificativo, che Trib. Messina 15/07/2002 ha considerato rilevanti 2 giorni di coma, mentre Corte di Appello di Milano ha escluso il risarcimento dopo 29 giorni di agonia.



17 Trib. Foggia, 28/06/2002, Giud. Armone, cit.



18 Il danno morale iure proprio è alternativo al danno biologico -psichico iure proprio, poiché quest’ultimo rappresenta un quid pluris della medesima natura giuridica del primo, imponendo all’interprete, quindi, di escluderne il cumulo. Vd. anche Cap. II, pf. 4.



19 Vd. più avanti.



20 Vd. pf. 4: Il problema del quantum debeatur.



21 Ai prossimi congiunti delle vittime di lesioni colpose, spetta anche il risarcimento del danno morale, non essendo a ciò di ostacolo l’argomento della causalità diretta ed immediata, ex art. 1223 c.c., in quanto detto danno trova causa efficiente nel fatto del terzo, sicchè il suo carattere immediato e consequenziale legittima il congiunto iure proprio ad agire contro il responsabile dell’evento lesivo (Cass. sez. un. 9556/2002; Cass. 2888/2003; Cass. 7379/2003; Cass. 10291/2001; Cass. 1516/2001; Cass. 13358/1999; Cass. 4186/1998).



22 Vd. Gazzoni, op. cit.



23 Cass. 9499/1999.



24 Cass. 10606/1996, cit., precisa che la riparazione del danno morale ha funzione punitivo-sanzionatoria per il danneggiante-reo e consolatoria-reintegratoria della dignità offesa dal reato.



25 Secondo Cass. 8828/2003, cit., il danno non patrimoniale da perdita del rapporto parentale, in quanto ontologicamente diverso dal danno morale soggettivo contingente, può essere riconosciuto a favore dei congiunti unitamente a quest’ultimo, senza che ciò implichi, di per sé, una duplicazione di risarcimento. Tuttavia, essendo funzione e limite del risarcimento del danno alla persona, unitariamente considerata, la riparazione del pregiudizio effettivamente subito, il giudice di merito, nel caso di attribuzione congiunta del danno morale soggettivo e del danno da perdita del rapporto parentale, deve considerare, nel liquidare il primo, la più limitata funzione di ristoro della sofferenza contingente che gli va riconosciuta, poiché, diversamente, sarebbe concreto il rischio di duplicazioni di risarcimento, e deve assicurare che sia raggiunto un giusto equilibrio tra le varie voci che concorrono a determinare il complessivo risarcimento.



26 Tra l’altro, di recente (Cass. sez. un. 2515/2002), è stato ammesso il risarcimento del danno-conseguenza anche in assenza del danno-evento; così in caso di compromissione dell’ambiente a seguito di disastro colposo (ex art. 449 c.p.), il danno morale soggettivo lamentato da coloro che, trovandosi in una particolare situazione con tale ambiente (nel senso che ivi abitano e/o svolgono attività lavorativa), provino in concreto di avere subito un turbamento psichico (sofferenze e patemi d’animo) di natura transitoria (diversamente emergerebbe un danno biologico -psichico) a causa dell’esposizione a sostanze inquinanti ed alle conseguenti limitazioni del normale svolgimento della loro vita, è risarcibile autonomamente anche in mancanza di una lesione all’integrità psico-fisica (danno-evento, come il danno biologico ) o di altro evento produttivo di danno patrimoniale (come il danno futuro), trattandosi di reato plurioffensivo che comporta, oltre all’offesa all’ambiente ed alla pubblica incolumità, anche l’offesa ai singoli, pregiudicati nella loro sfera individuale. Vd. in senso contrario Cass. 4631/1997 e Cass. 5530/1997.



27 In tal senso Gazzoni, op. cit.



28 Corte Cost. 233/2003, cit.; Cass. 8827/2003, cit.; Cass. 8828/2003, cit.; Cass. sez. un. 9556/2002; Cass. 9009/2001; Cass. 6507/2001; Cass. 4881/2001; Cass. 4783/2001; Cass. 7713/2000; Cass. 6414/2000. Vd. anche Cendon, Ziviz (a cura di), Il danno esistenziale. Una nuova categoria della responsabilità civile, Milano, 2000; Bilotta, Morte del familiare convivente e danno esistenziale a carattere temporaneo del congiunto, in Il diritto di famiglia e delle persone, 2002, 80; Rossetti, Il danno esistenziale tra l’art. 2043 c.c. e l’art. 2059 c.c., in Resp. civ. e prev., 2001, 809;Cassano, Fondamenti giuridici del danno esistenziale: novità giurisprudenziali e questioni in tema di prova, in www.altalex.com, 2004.



29 Corte Cost. 233/2003, cit.



30 Cass. 7713/2000 ha stabilito il diritto al risarcimento del danno esistenziale, da liquidarsi in via equitativa, nel caso in cui il genitore si sia ostinatamente rifiutato di corrispondere al figlio i mezzi di sussistenza con conseguente lesione in sé di fondamentali diritti della persona inerenti alla qualità di figlio e di minore.



31 Vd. Trib. Busto Arsizio, 17/07/2001, che ha liquidato il danno esistenziale in Euro 38.734,27.



32 Vd. Trib. Pistoia, sez. lav., 19/06/2001, che ha liquidato il danno esistenziale in Euro 1.032,91.



33 Trib. Bergamo, 22/09/2001 ha liquidato il danno esistenziale per perdita di un congiunto in Euro 51.645,69.



34 Infatti, prima della sentenza 8827/2003 della Cassazione, non di rado il danno esistenziale veniva qualificato come danno alla vita di relazione.



35 Critico in tema di danno esistenziale Gazzoni, op. cit.



36 In tema di ingiustificato arricchimento, vd. Viola, Ingiustificato arricchimento indiretto, in www.alatlex.com, 2004.



37 In tal senso Trib. Foggia, 28/06/2002, Giud. Armone, cit., ha quantificato il danno tanatologico in Euro 581.681,01 (comprensivo di rivalutazione monetaria).






38 Vd. anche Cass. 12958/1991; Cass. 2761/1990 spiega che il danno alla vita di relazione è un nocumento che si risolve nell’impossibilità o nella difficoltà di reintegrarsi nei rapporti sociali e di mantenerli ad un livello normale. Nell’ambito del danno alla vita di relazione, spiega Perlingieri, op. cit., sono configurabili il danno estetico, alla sfera sessuale, da stress, ecc. Inoltre, vi è da precisare come il danno esistenziale, nella sua originaria configurazione, era riferibile al minore che riceve in ritardo il mantenimento da parte del proprio padre naturale (Cass. 7713/2000) ovvero alla lesione del diritto all’autodeterminazione della coppia idonea a causare una nascita indesiderata (Trib. Busto Arsizio, 17/07/2001), e quindi presupponeva una lesione dinamica della propria vita, implicitamente confermando la permanenza in vita del soggetto leso, diversamente dal caso di morte.



39 In alcuni casi il danno esistenziale è stato considerato danno patrimoniale, ex art. 2043 c.c. (Trib. Milano, 21/10/1999, in Resp. civ. prev., 1999, 1335).



Prof. Avv. Luigi Viola
Avvocato

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