Natura giuridica delle promesse unilaterali
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Articolo del 16/12/2005 Autore Avv. Salvatore Magra Altri articoli dell'autore


Secondo la dottrina prevalente (BETTI, SANTORO-PASSARELLI, BRANCA, FALQUI-MASSIDDA), le promesse unilaterali sono negozi giuridici, impegnativi per il promittente, pur in assenza di una sua accettazione.

Emerge dalla ricognizione della dottrina un regime di rigida tipicità delle promesse unilaterali, con esclusione della creazione di nuove figure non previste dalla legge. (BETTI, SANTORO-PASSARELLI, CARRESI, SPADA, BRANCA, RESCIGNO). Argomento normativo a sostegno di tale assunto è l'art. 1987 c.civ, in base al quale la promessa unilaterale di una prestazione non produce effetti obbligatori, fuori dai casi ammessi dalla legge.

Lo SPADA ritiene tale disposizione applicabile solo alle promesse prive di causa, o espressive di causa meramente ricognitiva, le quali producono solo l'effetto probatorio, di cui all'art. 1988 (vedi infra), mentre richiama l'art. 1333 (contratto con obbligazioni a carico del solo proponente), per tutte le promesse, in cui sia indicata una giusta causa, o di cui il promissario provi la medesima. Intendendo in tali termini la disciplina del contratto con obbligazione del solo proponente, si aderisce all'opinione, in base alla quale tale normativa si riferisca ad una promessa unilaterale, causale e individualizzata, non essendo inquadrabile la medesima, nell'ambito del procedimento contrattuale. Trova applicazione, al riguardo, l'art. 1325, n° 2 c. civ., il quale indica la causa fra gli elementi essenziali del contratto (cfr. SACCO, GRAZIANI). Pertanto, il contratto con obbligazione a carico del solo proponente è, secondo tale opinione, un negozio unilaterale soggetto a rifiuto. L'opinione, in ogni modo, non è pacifica. Si obietta, infatti, che, pur essendo la dichiarazione unica, il regolamento d'interessi è riferibile ad almeno due parti, e in ciò risiede la bilateralità, che differenzia il contratto dal negozio unilaterale. Da ciò, l'idea, secondo la quale l'art. 1333, 2°c. rappresenta un'ipotesi di contratto senza accordo (SACCO; cfr. anche GRAZIANI e CARRESI)

Secondo altra interpretazione, l'art. 1333 è norma idonea a ricomprendere tutti i casi di promessa unilaterale atipica . In coerenza con tale affermazione, un'opinione dottrinale (GRAZIANI, SBISA') ritiene di criticare la ricostruzione, secondo la quale vige un principio di tipicità, relativo alle promesse unilaterali, e intende l'art. 1987 cit. come disposizione di puro rinvio, la quale rimarca l'insufficienza del nudo consenso per il sorgere dell'obbligazione, essendo necessarie forma e causa. In particolare il GRAZIANI ( Le promesse unilaterali , in Tratt . Rescigno, 1985, pag. 665-666), interpreta l'art. 1987 come rinvio a categorie di genere, ammissive di figure atipiche. Più in particolare, l'Autore citato effettua una certa elencazione, includendo in essa: promesse ex art. 1333 2° c. cit., titoli di credito, promesse imposte, oltre al tipo della donazione e della promessa al pubblico, e ai loro limiti interni.

Il FERRI ( Le promesse unilaterali , in Trattato Grosso e Santoro-Passarelli, pag. 8) ritiene che l'art. 1987 abbia la peculiare funzione di richiamare, quanto alle promesse unilaterali, l'esigenza del giudizio di meritevolezza ex art. 1322 c. civ., riguardo all'interesse del promittente, per giustificarne la tutela offerta dall'ordinamento.

L'art. 1987 è inderogabile; si ritiene, però, che possa stipularsi un accordo, per l'assunzione di future obbligazioni tramite promesse unilaterali (GRAZIANI, SANTINI). In ogni modo, si tende a collegare l'efficacia obbligatoria non alle dichiarazioni unilaterali, ma al contratto. Il BRANCA, peraltro, nega l'obbligatorietà delle promesse, consentendo, nel caso d'inesecuzione, di chiedere non l'adempimento delle medesime, ma il risarcimento per l'inadempimento del contratto, che le prevedeva.

PROMESSA AL PUBBLICO

L'ipotesi è quella di chi, rivolgendosi al pubblico, promette una prestazione, a favore di chi si trovi in una certa situazione, o compia una determinata azione. Questi è vincolato dalla promessa, non appena essa è resa pubblica (art. 1989 1°c. cod. civ.).

Alla tradizionale impostazione dell'unilateralità della fattispecie si oppone chi ravvisa nella promessa una fattispecie bilaterale, che si perfezionerebbe con la comunicazione dell'avveramento della situazione, o del compimento dell'azione, previsti nella promessa.

Alla promessa deve essere apposto un termine, in mancanza del quale il vincolo cessa, trascorso un anno senza che al promittente sia comunicato l'avveramento della situazione o il compimento dell'azione prevista. (art. 1989 1° c.).

Si ritiene che il vincolo nasca quando l'azione sia compiuta, o la situazione si sia determinata, a prescindere dalla conoscenza che il promittente abbia di questi avvenimenti, e, dunque, anche in mancanza di una sua comunicazione. Prima di tale momento, vi sarebbe solo un'irrevocabilità de jure della promessa (cfr. art. 1990, 2° c.). Secondo la Cass. SS.UU. 10 febbraio 1969, la promessa al pubblico è un negozio unilaterale, che vincola il promittente, non per effetto dell'incontro della sua volontà, con quella di un altro soggetto, che abbia manifestato di accettare la promessa, bensì per effetto della sua unilaterale determinazione. L'obbligo, perciò, sorge non appena la promessa è resa pubblica, di guisa che questa può essere revocata solo per giusta causa, e a condizione che la revoca sia resa pubblica, con le stesse forme usate per la promessa.

Dato che la promessa è rivolta al pubblico, ossia a una collettività indifferenziata essa non può qualificarsi come atto recettizio (GAZZONI); qualche altro Autore ritiene la recettizietà della promessa, insita nella necessità di renderla pubblica.

Secondo BIANCA, invece, occorre rilevare come l'assunto, secondo il quale non potrebbe sussistere logicamente un'obbligazione verso un soggetto determinabile è indimostrato e contrario ai dati del diritto positivo, che depongono per la possibile eseguibilità e azionabilità di obbligazioni, facenti capo a soggetti non ancora determinati.

La promessa al pubblico è un atto gratuito ( contra , BRANCA); spesso, essa ha uno scopo si pubblicità. Il fine altruistico è uno dei tipici fini, per i quali la promessa può essere fatta. Tale scopo è, peraltro, diverso da quello della donazione, intesa quale atto di liberalità, volto all'arricchimento del beneficiario. Può trattarsi anche di una ricompensa, per un'azione utile allo stesso promittente.

La promessa non esige alcuna forma determinata, essendo la stessa pubblicazione un requisito di efficacia esterna di essa, e non di validità.

E' ammessa la promessa per un'azione compiuta prima della pubblicazione, purché il promittente si sia riferito consapevolmente a fatti già avvenuti, dovendo egli, in tal caso, ignorare il beneficiario, per assicurare l'indeterminatezza soggettiva del destinatario della promessa (GRAZIANI, BRANCA, FERRI). Secondo altra opinione (DI MAJO), in tale ipotesi la promessa è nulla per mancanza di causa.

Va precisata la differenza fra promessa e offerta al pubblico: la prima è vincolante, non appena è resa pubblica; la seconda, invece, vincola solo se accettata da uno dei destinatari, cui è indifferentemente rivolta.

L'offerta al pubblico presuppone sempre la conclusione del contratto, e l'apporto del destinatario si presenta sempre come adempimento dell'obbligazione assunta con la contropromessa. Al contrario, la promessa al pubblico costituisce un'anticipazione dell'esecuzione della controprestazione, rispetto al perfezionamento del negozio. Secondo GRAZIANI, il comportamento del quisque de populo , il quale svolga l'azione richiesta nella promessa al pubblico, non può qualificarsi come controprestazione.

Qualora una banca, in relazione alla messa in liquidazione coatta amministrativa di un altro istituto bancario, rivolga ai creditori di quest'ultimo una promessa delle loro ragioni, nel concorso di determinate circostanze, mediante comunicato a mezzo stampa, la ricorrenza di una promessa al pubblico, vincolante ai sensi dell'art. 1989, c. civ, prescinde da atti e interventi del commissario liquidatore, in ordine al riscontro di dette circostanze, ove ciò non sia espressamente previsto in quel comunicato, e prescinde altresì dal fatto che la promessa medesima abbia direttamente a oggetto il pagamento del debito, ovvero contempli altri strumenti negoziali satisfattori (come la cessione del credito o l'espromissione del debito), tenuto conto che la promessa al pubblico, secondo la citata norma, può riguardare qualunque prestazione a carattere patrimoniale, e, quindi, anche l'impegno a stipulare un contratto (Cass.17 settembre 1983).

ARRICCHIMENTO SENZA CAUSA

L'arricchimento consiste in qualsiasi vantaggio di natura patrimoniale, ed è determinato in base alla differenza tra la consistenza del patrimonio, quale si presenta in seguito al fatto produttivo dell'arricchimento, e la consistenza che esso avrebbe avuto, se tale fatto non si fosse verificato. Presupposti sostanziali dell'azione di ingiustificato arricchimento sono: l'arricchimento di un soggetto e il correlativo impoverimento di un'altro, l'insussistenza di altri rimedi idonei a rimuovere il pregiudizio subito.

L'azione ex art. 2041 c. civ. può essere proposta solo quando manchi un'altra azione, con cui il danneggiato possa ottenere il pregiudizio subito. L'azione d'ingiustificato arricchimento è improponibile, quando il danneggiato abbia a disposizione una diversa azione contro un terzo obbligato per contratto o per legge, salvo che tale azione, per qualsiasi ragione, non possa dare alcun risultato utile (in questo consiste il carattere sussidiario della medesima).

Pertanto, la proponibilità dell'azione di arricchimento, la cui esperibilità va valutata in astratto, deve essere negata tutte le volte, in cui il depauperato abbia altra azione utile per farsi indennizzare del pregiudizio subito, a nulla rilevando che sia decaduto da essa o sia rimasto soccombente in giudizio per ragioni di rito o di merito, purché queste azioni non attengano proprio all'originaria esercitabilità dell'azione, come nel caso in cui la pretesa basata su un contratto sia stata respinta per nullità del negozio stesso, dovuta a difetto di forma, o ad altra causa relativa alla carenza originaria dell'azione per difetto del titolo, posto a suo fondamento (cfr. Cass. 8 agosto 1996/7285).

La giurisprudenza prevalente intende il concetto di sussidiarietà in astratto, nel senso che la mera esistenza di un'altra azione, astrattamente disponibile, preclude il ricorso all'azione di arricchimento. Dunque, non assume rilevanza il fatto che la diversa azione sia stata respinta nel merito, ovvero sarebbe verosimilmente respinta per intervenuta prescrizione o decadenza; l'azione di arricchimento sarà comunque respinta, come inammissibile, improponibile, ovvero preclusa.

Il problema principale è cercare di evitare che mediante l'azione di arricchimento si cerchi di aggirare o frodare la legge, ed è proprio in tale prospettiva che deve essere interpretato il principio di sussidiarietà. Va effettuata un'attenta interpretazione sistematica del disposto degli artt. 1344 e 2042 c.civ..

L'impoverimento ha contenuto prettamente economico, che può consistere tanto in una diminuzione patrimoniale, quanto nel mancato aumento di ricchezza. Sia l'arricchimento, sia il danno derivano da un medesimo fatto causativo. Rimangono, invece, prive di rilevanza le ipotesi, in cui ad avvantaggiarsi della prestazione patrimoniale sia un soggetto diverso dal destinatario di essa. L'azione d'ingiustificato arricchimento è stata, peraltro, ritenuta ammissibile contro il terzo, quando l'impoverito abbia inutilmente esperito l'azione contrattuale contro l'obbligato insolvente, nei confronti del quale era stata eseguita la prestazione, risoltasi poi a vantaggio del terzo.

Fermo il profilo, per il quale l'art. 2041 prevede che l'indennità per indebito arricchimento sia liquidata nella minor somma tra l'arricchimento ricevuto da chi si sia avvantaggiato della prestazione senza causa e la diminuzione patrimoniale subita, da chi ne sia stato impoverito, deve rilevarsi che, nel caso di forniture di merci effettuate da un imprenditore in favore di un ente pubblico, in assenza di un valido contratto, la diminuzione patrimoniale subita dall'imprenditore, non è costituita dal solo costo d'acquisto delle merci fornite. L'impoverimento dell'imprenditore, infatti, è costituito, innanzitutto, da ogni genere di spese fatte per effettuare le forniture, senza che possa distinguersi fra costo di acquisto delle merci, quota parte delle spese generali, destinate a essere ammortizzate con la loro vendita, imposte corrisposte in relazione alle forniture effettuate, e costi di consegna. Trattasi, infatti, di esborsi effettivi, destinati a essere recuperati attraverso il prezzo della vendita delle merci, prezzo che essi concorrono a determinare, cosicché, ove le merci medesime finiscano per essere state trasferite in proprietà in assenza di un valido contratto, che consenta di percepire un detto prezzo, l'imprenditore subisce una diminuzione patrimoniale, che ricomprende singolarmente e complessivamente tutti tali costi. Deve ritenersi che anche il mancato guadagno per utile d'impresa, connesso a prestazioni erogate, sine causa costituisca perdita patrimoniale, che deve entrare in conto della “diminuzione patrimoniale”, subita dall'imprenditore. (Cass. 5 giugno 1997 n. 502). Ne consegue che, ove l'imprenditore abbia emesso fatture, la diminuzione patrimoniale da lui subita possa presumersi coincidente con il prezzo fatturato, ma non riscosso e che, essendo il vantaggio patrimoniale conseguito, in questi casi, dall'ente pubblico accipiens , rappresentato dal valore di mercato delle merci ricevute, ove il prezzo fatturato dall'imprenditore sia quello di mercato, l'importo della diminuzione patrimoniale, risentita da quest'ultimo, e quella dell'arricchimento conosciuto dall'ente accipiens coincidano, e rappresentino l'importo dovuto a titolo di indebito arricchimento (Cass. 1997 cit.)

L'azione in esame presuppone che l'arricchimento di un soggetto a danno di un altro sia avvenuto senza giusta causa. Per questo, quando lo stesso arricchimento sia, invece, conseguenza di un contratto o di un altro rapporto, i quali conservino, rispetto alle parti e ai loro aventi causa, la propria efficacia obbligatoria, non può sostenersi che la causa manchi o sia ingiusta, almeno fino a quando il contratto o l'altro rapporto conservino, rispetto alle parti e ai loro aventi causa, la propria efficacia obbligatoria.

L'azione di arricchimento senza causa presuppone un unico fatto produttivo dell'arricchimento e della correlativa diminuzione patrimoniale, e non può essere esercitata quando il soggetto che si è arricchito è diverso da quello, con il quale colui che compie la prestazione abbia un rapporto diretto in forza di legge o in base al contratto e l'arricchimento sia, perciò, solo un effetto indiretto o riflesso della prestazione eseguita nell'ambito di tale rapporto. Per questo, resta esperibile la relativa azione contro la persona destinataria, per legge o per contratto, della prestazione. La giusta causa può essere costituita da un credito dell'accipiens nei confronti di un terzo, se a questo credito il solvens ha fatto riferimento, dichiarando di volerlo soddisfare. La prestazione può essere giustificata da un accordo apposito, contestuale o successivo alla prestazione stessa.

Nelle ipotesi in cui non sia possibile la restituzione in natura, l'arricchito è tenuto a pagare una somma di denaro, contenuta entro i limiti del proprio arricchimento, e di ciò di cui l'altra parte si è impoverita. In questo modo la legge tende a realizzare un giusto scambio, e in questo senso potrebbe forse trovare giustificazione l'antica qualificazione di quasi-contratto . Occorre, in ogni modo, evitare che quest'istituto possa essere utilizzato da chi voglia imporre ad altri uno scambio non desiderato. Pertanto, se l'arricchimento deriva da un'attività dell'impoverito, occorre che questa sia stata eseguita in buona fede, oppure che l'arricchito vi abbia consentito o l'abbia positivamente ricevuta, o ne abbia tollerato l'esecuzione diretta nell'ambito del proprio dominio patrimoniale.

OBBLIGAZIONI NATURALI

Prima dell'emanazione del codice civile del 1942, mancava una disposizione specifica sulle obbligazioni naturali; di esse, peraltro, si faceva menzione nella disciplina della ripetizione d'indebito (art. 1237).

L'attuale art. 2034 del cod. civ precisa che l'obbligazione naturale coincide con i doveri morali o sociali, aventi contenuto patrimoniale. Nel testo della disposizione previgente (art. 1337 c. civ. 1865), è utilizzata l'espressione obbligazioni naturali, che si sono volontariamente causate. L'attuale normativa (art. 2034 c. civ. 1942) utilizza l'avverbio spontaneamente, in sostituzione di volontariamente. Va intesa rettamente la ragione della modifica dell'espressione: l'effetto della “ soluti retentio ”, tipico dell'obbligazione naturale (vedi infra ), sussiste anche qualora il debitore abbia pagato, credendo di essere obbligato in conformità a un'obbligazione civile. Pertanto, un'impugnazione dell'avvenuto adempimento potrà avvenire, qualora esso sia stato imposto con violenza, ma non quando il medesimo sia avvenuto per errore sulle caratteristiche dell'obbligazione (vale a dire, ritenendo che essa sia civile, e non naturale).

Si dibatte sulla natura giuridica delle obbligazioni naturali. Un'opinione minoritaria ritiene che le medesime siano dotate del carattere della giuridicità (GANGI, D'ANGELO, CARRESI). La circostanza, per la quale manca un'azione, volta a ottenere l'adempimento di un'obbligazione naturale, non è da questa dottrina reputata decisiva, per negare il requisito della giuridicità. Si afferma che l'obbligazione in esame sia dotata di efficacia sospesa, fino all'adempimento spontaneo della medesima. Il BARBERO sostiene che l'incoercibilità non intacca la reale giuridicità dell'obbligazione naturale. Secondo MESSINEO, l'obbligazione naturale, pur non essendo inizialmente giuridica, lo diventa all'atto dell'adempimento.

Prevale, in ogni caso, in modo netto l'opinione, secondo cui l'obbligazione naturale assume un mero vincolo di fare (OPPO, GIORGIANNI, TRABUCCHI, RESCIGNO). La mancanza di azione, idonea a costringere l'obbligato dell'adempimento, esclude l'inquadrabilità dell'istituto tra gli obblighi giuridici. L'istituto della soluti retentio costituisce sintomo ulteriore del fatto che l'ordinamento lascia libero l'obbligato di dare, o no, esecuzione al dovere morale o sociale.

Secondo BIANCA, occorre affermare che l'obbligazione naturale costituisce un obbligo non giuridico, e precisamente meramente morale o sociale. La prestazione eseguita è irripetibile non perché il soggetto sia giuridicamente tenuto all'adempimento, ma perché la prestazione patrimoniale fatta in adempimento di un obbligo morale o sociale è un atto dispositivo, che realizza un interesse meritevole di tutela, secondo l'ordinamento giuridico (art. 1322 c. civ.).

Va, peraltro, rilevato che talune sentenze della Cassazione e dei Giudici di merito degli anni '60 considerano le obbligazioni naturali come imperfette, poiché esse differiscono dalle obbligazioni civili perché sfornite di actio , ma sono ugualmente produttive di effetti giuridici, in quanto la giuridicità non implica necessariamente la coercibilità (Cass. 25 gennaio 1960 n. 68, Trib. Potenza 4 marzo 1961, App. Potenza 8 marzo 1961, Pret. Montereale 28 giugno 1948).

In dottrina, vi è contrasto tra quanti ritengono che l'atto di adempimento delle obbligazioni naturali sia un pagamento in senso tecnico, e quindi un mero fatto giuridico (SALVO ROMANO, MESSINEO, GANGI), e quanti, invece, rilevandone la diversità di disciplina rispetto a quanto previsto dall'art. 1191 per l'adempimento dell'obbligazione civile, ravvisano in questo un atto negoziale (BIANCA, BALBI), o un vero e proprio contratto, con l'applicazione della relativa disciplina, se non espressamente derogata.

Perché la prestazione sia irripetibile, è necessaria la capacità del solvens. Ove si reputi l'atto di adempimento come avente natura negoziale, per capacità s'intende sia quella naturale, sia quella di agire (OPPO). Altri ritiene d'ostacolo all'irripetibilità la sola incapacità legale (RESCIGNO). Secondo GAZZONI, il requisito della capacità va spiegato in base al principio di autoresponsabilità, il quale, presupponendo la capacità d autodeterminazione in piena coscienza, richiede anche la capacità di intendere e di volere. Ulteriore requisito dell'adempimento è la spontaneità (così l'art. 2034).

Per tale s'intende l'assenza di coazione ad agire subita dal solvens , il Legislatore non utilizza l'espressione volontariamente: si ritiene che non rilevi che il solvens abbia adempiuto, ritenendosi vincolato non da un'obbligazione naturale, ma da una civile. In altri termini, se la violenza esclude l'irripetibilità della prestazione, non lo stesso vale per l'errore.

Nell'indagare sull'esistenza dell'obbligazione naturale, il Giudice deve valutare se la prestazione adempiuta ha i caratteri della proporzionalità e dell'adeguatezza, considerate le circostanze del caso, rispetto al dovere morale e sociale.

Coloro che inquadrano l'adempimento dell'obbligazione naturale tra gli atti a titolo gratuito, si pongono il problema del rapporto di questo con la donazione remuneratoria. Questo istituto, previsto dall'art. 770 c. civ., si caratterizza per la rilevanza che assume, a certi effetti, il motivo dell'attribuzione patrimoniale, correlata specificatamente a un precedente comportamento del destinatario, essendo la liberalità determinata da ragioni di riconoscenza, da meriti particolari del donatario o dall'intento di remunerare particolari servizi, da lui resi. L'atto, in ogni modo, conserva la causa liberale, perché discrezionale nell'” an ”, nel “ quomodo ” e nel “ quantum ”, non essendovi il donante tenuto né in conformità a un dovere morale o a una consuetudine sociale, con la conseguenza che in nessun caso l'attribuzione medesima può assumere la qualificazione giuridica di corrispettivo, neppure per la parte corrispondente al valore del servizio reso. Circa le differenze con l'obbligazione naturale, in dottrina si osserva che la donazione non esaurisce la categoria degli atti di liberalità, e che all'adempimento dell'obbligazione naturale deve riconoscersi una qualifica autonoma in seno a detta categoria. La donazione remuneratoria trae una giustificazione in conformità a interessi di portata minore (dovere di gratitudine), rispetto a quelli posti dalla legge a base dell'obbligazione naturale (dovere di pagare un debito prescritto o di gioco).

La donazione remuneratoria presuppone la volontà di ricambiare una liberalità. Chi adempie un'obbligazione naturale è convinto di essere tenuto, sia pur solo moralmente, a tale atto. Nella donazione remuneratoria, l'adempimento di un dovere morale è relegato nell'ambito dei motivi, nell'obbligazione naturale esso s'identifica con la causa dell'attribuzione patrimoniale (OPPO, GIORGIANNI E ALTRI). Si aggiunga che, oltre all'elemento psicologico, occorrerà guardare alle circostanze del caso concreto.

Si aggiunga che, oltre tale elemento psicologico, occorrerà guardare alle circostanze del caso concreto.

La distinzione fra i due istituti appare più difficoltosa, riguardo alle ipotesi delle liberalità d'uso, di cui all'art. 770 2° c. (per es. mance, regali tra fidanzati etc.). Un parametro talvolta utilizzato per facilitare la distinzione è quella dell'uso che determina anche l'entità delle liberalità, che debbono essere di modico valore, o tali da non incidere sensibilmente nel patrimonio del donante.

Va, ancora, verificato quali problemi ponga l'attribuzione patrimoniale compiuta, in adempimento dell'obbligazione naturale.

Secondo GAZZONI, la terminologia pagamento (dazione di una somma di denaro), se certamente individua l'ipotesi più ricorrente, non esaurisce l'oggetto della prestazione, richiamata al primo comma della norma deve, dunque, ammettersi che l'adempimento possa anche consistere nella dazione di una cosa di specie.

Lo stesso Autore (GAZZONI) ritiene possa adempiersi a un'obbligazione non trasferendo una cosa immobile, a prescindere dall'osservanza della forma scritta ex art. 1350, rilevante per le dichiarazioni di volontà, e non per il comportamento esecutivo. Può ritenersi di non estendere al comportamento la forma della dichiarazione, con la conseguenza che la scrittura sarà sostituita dalla dazione effettiva della cosa, vale a dire della realità.

E' opportuno chiarire che il rapporto esistente tra primo e secondo comma dell'art. 2034 è di genus a species .

Nel 1° comma s'individua il generale dovere rilevante ai fini dell'irripetibilità, con il secondo comma si fa riferimento a singole specie dello stesso dovere, tipizzate dal Legislatore anche in concreto.


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