Gas Radon: un killer silenzioso presente nelle nostre case.
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Articolo del 21/11/2005 Autore Redazione Altri articoli dell'autore


Articolo di: Giuseppe Mommo - giuseppemommo@virgilio.it

Sommario:

1. Nocività

2. Come si produce e dove si trova

3. Normativa per gli ambienti di lavoro

4. Le indicazioni del legislatore per le abitazioni

5 . Dispositivi di rilevamento e monitoraggio .

6. Igiene edilizia e Radon .

7. Cenni sulle misure correttive


1. Nocività

Il gas radioattivo Radon, negli Stati Uniti, dove si fanno accurati controlli e le abitazioni con concentrazioni preoccupanti del gas sono praticamente invendibili, viene chiamano “silent killer”.

Sembrerebbe che a livello mondiale sia (da solo) la seconda causa di cancro al polmone dopo il tabacco con cui, peraltro, agisce in maniera moltiplicativa e non solo aggiuntiva.

In Italia, stando ad uno studio effettuato dall'Agenzia nazionale per la protezione dell'ambiente (ANPA) in collaborazione con l'istituto superiore della sanità (ISS), provocherebbe dai 1.500 ai 6.000 casi di tumore polmonare ogni anno (tra il 5 ed il 20% di tutti i casi di tumori polmonari, che si aggirano sui 30.000 all'anno).

L'Organizzazione mondiale della sanità non ha esitato ad inserire questo nemico invisibile, che anche in Italia viene indicato con l'appellativo “killer silenzioso”, nel primo gruppo delle sostanze cancerogene.

Purtroppo, in molte case è presente in quantità preoccupanti, eppure questo rischio non è ancora conosciuto in misura adeguata dai cittadini (italiani in particolare) che, ove fossero adeguatamente informati del pericolo che corrono, potrebbero prendere adeguate misure correttive (alcune, anche molto semplici e poco costose), in relazione alla effettiva concentrazione di Radon.

Da una un'indagine sulla percezione del rischio Radon, realizzata da Jiri Hulka del National Radiation Protective Institute di Praga, presentata nel corso del convegno “Prevenzione dai rischi di Radon negli ambienti interni e informazione della popolazione” , svoltosi il giorno 7 giugno 2004 all'Istituto Superiore di Sanità, è emerso che una persona su quattro non sa cosa sia il Radon, mentre il 58,7% ne ha sentito parlare e solo il 15,9% sa veramente che si tratta di un gas naturale radioattivo.

Alla mancata o insufficiente conoscenza, della maggior parte della popolazione, si aggiunge la confusione circa gli effetti del Radon sulla salute ed il fatto che la sua presenza nelle abitazioni non è sentita dai cittadini come un problema di possibile insorgenza di malattia tumorale.

Dal sondaggio (della stessa indagine Jiri Hulka) sulla percezione (inadeguata) del rischio da parte dei cittadini è emerso un dato confermativo della sottovalutazione del problema: tra gli intervistati a conoscenza della possibilità di misurare le concentrazioni domestiche del Radon, solo il 26,9% si è dichiarato disponibile ad effettuare le misurazioni nella propria casa.

Per supplire a questa mancanza di informazione tra i cittadini, 20 Nazioni, tra cui figura l'Italia, hanno aderito al progetto ERRICA 2 (European Radon Research and Industry Collaboration Concerted Action), volto a gettare le basi di una normativa comune per gestire questo problema ed a sensibilizzare popolazioni e industrie produttrici di materiale impiegato nell'edilizia, invitate, queste ultime, a trovare anche prodotti barriera contro il gas.

2. Come si produce e dove si trova

Fu scoperto nel 1900  da Lord Rutherford (1871-1937) che, considerato il suo modo di prodursi (decadimento del radio), lo chiamò "emanazione" (del radio).

Nel 1908 è stato isolato e chiamato “Niton” da William Ramsay (1852 – 1916), si tratta di un chimico scozzese che nel 1904 ebbe il premio Nobel per la chimica (in collaborazione con il fisico inglese Lord Rayleigh 1842-1919 era giunto ad isolare l'Argon, il primo gas nobile ad essere scoperto).

Conservò tale denominazione fino al 1923, quando venne chiamato Radon, che è l'attuale denominazione.

Si tratta di un gas prodotto dal decadimento del radio che a sua volta è prodotto dall'uranio e che in piccole quantità si trova in tutti i tipi di terra, di tufo e di roccia, nonché disciolto nelle falde acquifere (anche perché dei gas nobili è quello più solubile).

In natura, quindi, è presente nel sottosuolo, viene generato continuamente dalle rocce sedimentarie e si può trovare in diverse quantità nelle rocce d'origine vulcanica quali tufi, porfidi, graniti pozzolane ed in alcune argille.

Particolari caratteristiche geologiche, come una certa permeabilità del terreno, abbinata alla presenza di acqua, favoriscono lo spostamento e la fuoriuscita del gas.

Ad esempio, un terreno ghiaioso o carsico con buona permeabilità ne permette la circolazione, mentre un terreno argilloso, soprattutto se molto umido, potrebbe rappresentare una barriera naturale alla sua fuoriuscita dal sottosuolo ed al suo propagarsi.

 Essendo un gas più pesante dell'aria, ma estremamente volatile, la sua liberazione ne comporta una certa presenza in tutta l'aria che respiriamo, anche in ambienti esterni.

Tuttavia, la concentrazione all'aria aperta è bassa, quindi, il rischio per la salute dovuto al Radon è essenzialmente correlato alla respirazione di questo gas all'interno degli ambienti chiusi (case, negozi, scuole ed altri luoghi di lavoro) dove in media le persone trascorrono la maggior parte del loro tempo (le popolazioni europee mediamente l'80%) .

Il problema di maggiore rilevanza, soprattutto nelle zone a rischio, è quello di controllare la sua concentrazione nelle abitazioni e negli ambienti chiusi, specialmente se trattasi di seminterrati e piani terra di vecchie costruzioni, dove ha maggiori possibilità di sprigionarsi e accumularsi.

La quantità di Radon concentrata in un ambiente confinato, che varia quindi principalmente in base alle condizioni geologiche zonali ed alla struttura edilizia (materiali edilizi impiegati, collegamento al suolo, presenza di giunzioni crepe o fessure su pavimento e pareti, arieggiamento dei locali ecc.), si misura in "bequerels" (Bq) a metro cubo.

In Italia, secondo un'indagine svolta dai già citati Enti (Anpa ed Iss), in collaborazione con le Regioni, è stata rilevata nelle case una concentrazione media di 75 Bq/mc.

Il valore medio italiano, in Europa si colloca in una fascia intermedia, essendo ad esempio superiore a quello dell'Inghilterra (20 Bq) e a quello della Germania (50 Bq), ma inferiore a quello della Svezia (108 Bq) e della Finlandia (123 Bq).

La ricerca, basata sull'esame di un campione di 5.000 abitazioni, ha evidenziato che il 5% delle abitazioni italiane (circa 1milione e 200mila) ha una concentrazione media di Radon superiore a 200 Bq e l'1% (circa 250.000) sopra i 400 Bq.

Per quanto riguarda l'Italia, le regioni con la media maggiore sono il Lazio, la Lombardia , il Friuli Venezia Giulia e la Campania , con medie tra i 90 ed i 120 Bq.

Si può far cenno al fatto che anche altri Enti, oltre quelli citati, hanno effettuato ricerche in particolari zone o ambiti considerati a maggior rischio.

L'ENEA, ad esempio, ha svolto una serie di ricerche in alcune zone di Roma e dell'Alto Lazio che hanno evidenziato una presenza di Radon molto variabile tra i 100 e 400 Bq/mc con punte di 1000 Bq/mc e più, contro una media nazionale di circa 75 Bq/mc.

Un monitoraggio effettuato dall'università  di Milano in  Valtellina ed in altre province lombarde, tanto per fare un altro esempio, ha evidenziato anche in questo caso valori molto variabili ma elevati con punte massime in alcune cantine anche di 7000 Bq/mc.

A questo punto c'è da sottolineare (a scanso di equivoci o di affidamenti ingiustificati!) che anche nella regioni considerate a “rischio ridotto” non si può stare del tutto tranquilli perché dalle misurazioni effettuate si è potuto rilevare che un basso livello medio regionale non esclude l'esistenza di aree limitate ad alta concentrazione di Radon.

Le ricerche hanno pure evidenziato che la concentrazione media di Radon è maggiore nei seminterrati e nei piani terra (tra 100 e 120 Bq) e decresce salendo, ma fino ai secondi piani, perché dal terzo piano in poi rimane costante.

Non sarebbe da sottovalutare il fatto, come da più parti si è detto (ma poco o nulla si è fatto!), che tra i luoghi vicini al terreno e quindi di massima esposizione e a forte rischio per la concentrazione di Radon, vi sono molte scuole, che generalmente sono strutture ad uno o due piani, soprattutto quelle per l'infanzia e le elementari.

3. Normativa per gli ambienti di lavoro

Già nei primi anni '90 molti Stati hanno adottato normative e formulato raccomandazioni che prevedono la realizzazione di interventi per ridurre la concentrazione di Radon nei casi in cui questa dovesse superare determinati livelli di accumulo.

Attualmente, per la tutela dei lavoratori a rischio, le normative fissano dei “valori raccomandati”, per determinati ambienti di lavoro, ossia dei valori di concentrazione del Radon superati i quali “si raccomanda” al datore di lavoro di prendere delle precauzioni per ridurre la concentrazione del gas.

Quindi, gli impegni del datore di lavoro(di “particolari lavori”) sono quelli di far eseguire misurazioni del Radon e di intervenire con azioni di rimedio quando la concentrazione superi il valore di 500 Bq/mc, limite entro il quale, almeno in Europa, la situazione viene considerata accettabile.

La legislazione italiana prende in considerazione i rischi da esposizione al Radon soltanto per quanto concerne i luoghi di lavoro, mentre per quanto riguarda le abitazioni, si può solo fare riferimento alle raccomandazioni della Comunità Europea (ad una in particolare).

Attualmente in Italia gli obblighi per i luoghi di lavoro sono previsti dal decreto legislativo 26-05-2000, n. 241 ( Attuazione della direttiva 96/29/EURATOM in materia di protezione sanitaria della popolazione e dei lavoratori contro i rischi derivanti dalle radiazioni ionizzanti. ) che ha modificato ed integrato il precedente decreto legislativo D.Lgs. 17 marzo 1995, n. 230 ( Attuazione delle direttive 89/618/Euratom, 90/641/Euratom, 92/3/Euratom e 96/29/Euratom in materia di radiazioni ionizzanti ).

Si tratta, ovviamente, non di qualsiasi posto di lavoro ma di “particolari luoghi di lavoro quali tunnel, sottovie, catacombe, grotte e, comunque, in tutti i luoghi di lavoro sotterranei” oppure di luoghi di lavoro anche diversi ma situati “in zone ben individuate o con caratteristiche determinate” (art. 10 bis D.Lgs. 17 marzo 1995, n. 230 - aggiunto dall'art. 5, del D. Lgs 26 maggio 2000, n. 241)

Per i suddetti luoghi di lavoro il livello di azione è fissato in termini di 500 Bq/mc di concentrazione di attività di Radon media in un anno” (Allegato I bis - D.Lgs. 17 marzo 1995, n. 230 - aggiunto dal D. Lgs 26 maggio 2000, n. 241) .

Le concentrazioni di Radon non devono superare il limite fissato, con l'accorgimento che qualora la concentrazione misurata, pur non superando il suddetto limite, fosse superiore all'80 per cento del livello di azione , l'esercente l'attività lavorativa dovrà assicurare nuove misurazioni nel corso dell'anno successivo.

Invece, nel caso di superamento del livello di azione fissato come limite, “l'esercente, avvalendosi dell'esperto qualificato, pone in essere azioni di rimedio idonee a ridurre le grandezze misurate al di sotto del predetto livello, tenendo conto del principio di ottimizzazione, e procede nuovamente alla misurazione al fine di verificare l'efficacia delle suddette azioni” (Art. 10-quinquies D.Lgs. 17 marzo 1995, n. 230 aggiunto dall'art. 5, del D. Lgs 26 maggio 2000, n. 241) .

Lo stesso articolo, dopo aver precisato i tempi entro cui le operazioni di risanamento devono essere completate, stabilisce che l'urgenza è correlata al superamento del limite d'azione ed indica i provvedimenti da adottare nel caso “nonostante l'adozione di azioni di rimedio, le grandezze misurate risultino ancora superiori al livello prescritto”.

4. Le indicazioni del legislatore per le abitazioni

Come sopra accennato, per l'esposizione al Radon della popolazione nelle abitazioni, in Italia non esiste una normativa specifica, come in altre nazioni.

A parte le solite “raccomandazioni”, c'è da dire che molti paesi, sia europei che extraeuropei, hanno sviluppato programmi contro il Radon nelle abitazioni ed hanno fissato oltre ai valori raccomandati dei valori massimi obbligatori.

In Italia, dove pure il legislatore statale ha mostrato di porsi il problema del Radon nelle abitazioni, si considerano validi i valori indicati dalla raccomandazione europea 143/90/Euratom del 21/02/90 dove si consiglia, per gli edifici residenziali esistenti un intervento nel caso venga superata la soglia di 400 Bq/mc (valore medio annuale) e quella di 200 Bq/mc per gli edifici da realizzare.

Invero, a proposito delle iniziative del legislatore italiano riguardo al problema Radon, già il Piano sanitario nazionale per il triennio 1998-2000 (D.P.R. 23-07-1998) inserì tra gli obiettivi la riduzione del rischio da Radon, da perseguire anche con l'emanazione di norme specifiche.

Il Piano sanitario nazionale 2003 – 2005 (D.P.R. 23-5-2003), a proposito della qualità dell'aria negli ambienti, prende atto che “molti materiali da costruzione liberano nell'ambiente il gas Radon , sorgente di radiazioni ionizzanti, con una stima di possibile riduzione di 2-3% di casi di tumore polmonare a seguito di bonifica” .

Facendo riferimento alle stime dei valori medi nelle abitazioni e scuole italiane (70-75 Bq/mc) precisa come alle esposizioni a Radon siano attribuibili in Italia 1.500-6.000 casi annui di cancro polmonare; ma che “le evidenze di effetti cancerogeni su altri organi bersaglio sono contraddittorie e non consentono alcuna stima” .

Aggiunge lo stesso piano sanitario che “per quanto riguarda l'inquinamento dell'aria negli ambienti confinati, significativi benefici per la salute sono prevedibili dall'attuazione di programmi di riduzione all'esposizione al Radon, basati prioritariamente sull'aumento del numero di edifici pubblici sottoposti a misurazioni e a bonifica” .

Nel 2001, la conferenza Stato Regioni ha redatto un articolato documento denominato: linee guida per la tutela e la promozione della salute negli ambienti confinati , (Acc. 27.9.2001 Pubblicato nella Gazz. Uff. 27 novembre 2001, n. 276, S.O .) nel quale è auspicato tra l'altro il controllo del Radon.

Tuttavia, tra “auspici”, “raccomandazioni” e “consigli” un dato sembra incontrovertibile: chi vive sempre al livello di soglia o superiore corre il rischio di cancro polmonare.

Non è questa la sede per discutere di potestà legislativa concorrente o se sia giusto (più che legittimo) che un problema del genere si faccia rientrare “nell'autonoma iniziativa” e sensibilità di ciascuna Regione.

Considerati i tempi che corrono, in cui è aperto il dibattito su riforma della Costituzione, federalismo e devolution (anche sanitaria!), c'è da chiedersi fino a che punto potrà essere lo Stato, se dovesse andare in porto la riforma, ad affrontare la questione gettando le basi di una normativa comune.

Sarebbe, comunque, auspicabile che fosse lo Stato a farsi carico di un problema di così vasta portata con apposita normativa statale che, tenendo conto della realtà nazionale, indicasse dei valori limite obbligatori (non solo raccomandati!) e fissasse i principi generali entro cui ciascuna regione potrebbe (“dovrebbe”) muoversi esercitando la sua potestà legislativa concorrente.

C'è da considerare che a livello regionale diverse regioni hanno già preso lodevoli iniziative ed emanato leggi riguardanti la prevenzione e salvaguardia dal rischio gas Radon.

Nel Veneto, ad esempio, è stato formalizzato un piano di “azioni mirate il più possibile alla prevenzione degli effetti negativi della presenza di questo inquinante sulla salute” .

Del suddetto piano fa parte la decisione di fissare la concentrazione media annua in 200 Bq/mc come valore limite di riferimento oltre al quale viene “raccomandato” di intraprendere opportune azioni di rimedio (delibera di Giunta n. 79 del 18 gennaio 2002, emessa in attuazione della raccomandazione europea n. 143/1990).

La Regione , quindi, ha supplito alla mancanza di una specifica normativa statale, che stabilisca una soglia per l'esposizione della popolazione al Radon all'interno delle abitazioni, introducendo un valore più basso, e quindi più protettivo, rispetto al limite raccomandato a livello europeo.

Nel Lazio, tanto per fare riferimento ad una legge regionale abbastanza recente ( L.R. 31 Marzo 2005, n. 14 ), il Consiglio regionale, su proposta della Giunta regionale, entro due anni dalla data di entrata in vigore della legge, dovrà adottare “il piano regionale di prevenzione e riduzione dei rischi connessi all'esposizione al gas Radon, derivanti da elevate concentrazioni di tale gas nei campi di fratture naturali e negli edifici, di seguito denominato” .

Nelle more dell'adozione del piano, “possono essere adottati dal Consiglio regionale, su proposta della Giunta regionale, piani stralcio limitati a singoli ambiti territoriali, ritenuti urgenti ed indifferibili per l'accertata presenza di livelli di concentrazione di gas Radon nei campi di fratture naturali e negli edifici a rischio per le popolazioni interessate” .

Nel rispetto delle previsioni del piano o degli eventuali piani stralcio dovrà operare la pianificazione urbanistico-territoriale.

Ai piani regionali, i comuni e le province dovranno adeguare i propri strumenti di pianificazione urbanistico-territoriale e in attesa dell'adeguamento, le previsioni dei piani regionali prevarranno su quelle difformi dei piani comunali e provinciali.

I regolamenti edilizi dovranno definire, in conformità ai criteri fissati dalla legge regionale “prescrizioni costruttive ed accorgimenti tecnici da osservare nelle edificazioni su aree a rischio” .

5. Dispositivi di rilevamento e monitoraggio

Il monitoraggio in ambienti confinati (o anche esterni) del Radon può essere effettuato con dispositivi specifici, realizzati per il rilevamento della concentrazione di questo pericoloso gas.

Tali dispositivi di rilevamento (generalmente portatili) da collocare negli ambienti da monitorare al fine di registrare il valore istantaneo o nel tempo della concentrazione possono essere anche “passivi”, nel senso che non hanno bisogno di essere alimentati elettricamente.

Ovviamente, sono disponibili più sofisticate apparecchiature che consentono di rilevare la concentrazione di gas Radon negli ambienti sia residenziali che di lavoro.

Si distinguono dosimetri chiusi che, misurando la concentrazione di Gas Radon in una camera di diffusione in cui entra solo il Gas, e dosimetri aperti che misurano tutta “l'energia alfa” presente nell'ambiente (- vedi DOSIMETRI APERTI O CHIUSI - VANTAGGI E DIFFERENZE www.Radon.it – sito di approfondimento sul problema del Radon ).

C'è da considerare che gli screening effettuati con rilevatori passivi generalmente sono finalizzati alla valutazione della “dose di prodotti di decadimento” e quindi di esposizione delle persone che soggiornano nell'ambiente sottoposto a verifica.

Poiché la misura dei prodotti di decadimento richiederebbe strumenti e costi elevati, per semplicità si misura il Radon (in quanto, come specificato nel sito sopra citato, l'energia potenziale alfa emessa dal gas Radon, presente in un ambiente è direttamente condizionata dal cosiddetto fattore di equilibrio, tipico degli ambienti confinati e quindi la dose, a parità di concentrazione di gas Radon, si considera funzione di tale parametro).

Esiste in commercio un misuratore di radioattività alfa emessa dal gas Radon, tanto per indicare uno dei più semplici dosimetri, basato su pellicola Kodak LR-115 SSNT (Solid State Nuclear Track) nota nel mondo scientifico.

Esso registra il contenuto di radioattività dovuta al Radon presente nel locale dove lo strumento viene collocato (stanze, ambienti, pozzi e ambienti chiusi di ogni genere).

A differenza di tutti gli altri dosimetri a tracce, il cosiddetto Radonalpha (brevettato dalla Geoex sas) può essere utilizzato sia in versione filtrata che non filtrata e consente quindi la determinazione del “fattore di equilibrio”.

Il rilevatore, praticamente insensibile all'umidità, chiuso nel suo contenitore ha un tempo di conservazione praticamente illimitato a temperatura ambiente.

La registrazione di radioattività alfa emessa dal Radon inizia non appena si apre il box e si arresta completamente quando il box viene chiuso, con la sicurezza che dopo l'esposizione non c'è pericolo di perdere la registrazione.

Tale tipo di rilevatore, molto semplice da usare, al termine dell'esposizione, deve essere restituito per l'analisi al laboratorio.

Qualora sia necessario invece procedere ad una più approfondita analisi delle condizioni di inquinamento bisognerebbe ricorrere ad un rilevatore continuo della radioattività (può essere anche noleggiato).

Un diffuso rilevatore per la rilevazione del Gas Radon è costituito da un piccolo strumento che utilizza una tecnologia (brevettata sempre dalla Geoex sas) basata su un fotodiodo.

Per effettuare un rilevamento, si localizza il “monitor Radon” nell'ambiente che si desidera esaminare, alimentandolo elettricamente, e lo si lascia a monitorare per un periodo di due o più giorni.

L'aria dell'ambiente circostante, contenente Radon, entrando nella camera di diffusione del monitor fa si che i prodotti del decadimento emettano particelle che sono rivelate dal photodiodo, mentre un display mostra i dati numerici di concentrazione e la media.

Al termine del rilievo è possibile scaricare i dati su PC tramite la porta seriale o stampare i dati collegando l'unità alla stampante portatile opzionale.

Dopo avere ottenuto i dati del rapporto, si può svuotare la memoria ed immediatamente cominciare un'altra prova.

Lo strumento è completamente riutilizzabile e non richiede altre particolari condizioni d'uso ad eccezione dell'alimentazione.

6. Igiene edilizia e Radon

Il problema dell'inquinamento da Radon non può riguardare (come, si può ben dire, è successo fino ad ora!) soltanto la medicina per l'aspetto sanitario e l'ambiente scientifico per le tecniche di rilevamento.

Anche se nel settore edilizio se ne parla poco, non possono certamente ignorare i rischi del Radon i tecnici (ingegneri, architetti, geometri) che si occupano della progettazione e costruzione di fabbricati destinati al vivere quotidiano.

Particolari verifiche (misurazioni) e accorgimenti dovrebbero adottare coloro (tecnici e proprietari) che provvedono alla ristrutturazione di vecchie costruzioni, nei centri storici di città e paesi, soprattutto se situati in zone a rischio e se si tratta di piani terra o seminterrati.

In altre parole, oggi, chi si occupa di edilizia dovrebbe sapere che dal suolo sul quale sorge la costruzione, dagli interstizi tra le pietre, dalle fessure nel pavimento, dalle lesioni nei muri, può infiltrarsi il Radon (oltre ad essere prodotto in quantità che può essere rilevante dal materiale stesso della vecchia costruzione!).

L''igiene edilizia più prudente e consapevole, nel localizzare una costruzione, non può occuparsi soltanto degli aspetti appariscenti, come il soleggiamento e l'apparente salubrità della zona, ma anche di altre condizioni meno visibili come la “radioattività del suolo” e l'uso di materiali non inquinati da gas radioattivi.

Ovviamente, chiunque abiti (soprattutto se in vecchi seminterrati e piani terra) in una zona presumibilmente a rischio, dovrebbe chiedere, in quanto direttamente interessato, una verifica della concentrazione di Radon nell'ambiente domestico.

Per il fatto che la concentrazione diminuisce dai piani terra ai primi piani e da questi ai secondi piani, per poi rimanere costante nei piani superiori, si è dedotto che nei livelli più alti interviene il contributo determinato dai materiali da costruzione.

Tra i materiali maggiormente radioattivi utilizzati nelle costruzioni sembra che debbano annoverarsi la lava del Vesuvio, la pozzolana, il peperino del Lazio e il tufo della Campania.

La presenza del Radon si può riscontrare anche in materiali da costruzione ricavati dal riciclo di materiali contaminati, quali i cementi e le ceramiche prodotti con scorie di alto forno, i mattoni prodotti con fanghi rossi (scarti della produzione dell'alluminio) e in quasi tutti i cementi di origine pozzolanica .

Risulta accertato che la lavorazione, suddivisione e frazionamento dei materiali, facilita il rilascio del gas radioattivo in argomento.

Per la regolamentazione dell'impiego dei materiali edilizi permanentemente incorporati in opere di costruzione, norma quadro si può considerare la direttiva CEE 106/89 che si è occupata soprattutto dei problemi relativi alle sorgenti di radioattività stabilendo dei valori di riferimento per gli edifici esistenti e per quelli di nuova formazione.

Tale direttiva è stata recepita nell'ordinamento italiano con il D.P.R. n. 246 del 1993 , ( Regolamento di attuazione della direttiva 89/106/CEE relativa ai prodotti da costruzione - Pubblicato nella Gazz. Uff. 22 luglio 1993, n. 170) che introduce il requisito “igiene, salute ed ambiente” per la prevenzione dei rischi determinati dagli agenti nocivi negli ambienti interni.

Senza alcun riferimento specifico al gas Radon, a proposito di “igiene, salute ed ambiente” stabilisce: “Per soddisfare questa esigenza l'opera deve essere concepita e costruita in modo da non costituire una minaccia per l'igiene o la salute degli occupanti o dei vicini, causata, in particolare, dalla formazione di gas nocivi, dalla presenza nell'aria di particelle o di gas pericolosi, dall' emissione di radiazioni pericolose, dall'inquinamento o dalla contaminazione dell'acqua o del suolo, da difetti di evacuazione delle acque, dai fumi e dai residui solidi o liquidi e dalla formazione di umidità in parti o sulle superfici interne dell'opera” .

In tempi più recenti, anche l'allegato 5 della Deliberazione CIPE 2-8-2002 n. 57 Strategia d'azione ambientale per lo sviluppo sostenibile in Italia (Pubblicata nella Gazz. Uff. 30 ottobre 2002, n. 255, S.O) prende in considerazione la qualità dell'aria indoor e il Radon .

Dopo aver indicato tra gli obiettivi principali la riqualificazione del settore edilizio mediante lo sviluppo di prodotti ecocompatibili, precisa che per quanto riguarda il Radon le misure necessarie sono:

- identificazione delle aree geografiche ad elevato potenziale di Radon ;

- identificazione delle potenziali sorgenti e delle relative vie di ingresso del Radon negli edifici;

- definizione della metodologia di indagine e delle tecniche di monitoraggio (protocolli di misura);

-definizione di linee guida per gli interventi di prevenzione nelle nuove costruzioni e di risanamento del parco esistente.

Quindi, anche per i materiali ed i prodotti da costruzione si può parlare di “iniziative” da parte del legislatore con “indicazioni di massima”, più che veri e propri obblighi.

Inoltre, mancano del tutto (e invece servirebbero!) finalizzate campagne informative, anche per invogliare le persone a sottoporre la propria abitazione al monitoraggio ed eventualmente alla bonifica.

7. Cenni sulle misure correttive

Esistono diversi metodi tecnici per eliminare il Radon nelle abitazioni, con misure correttive che il più delle volte vanno ad integrarsi.

Per ovvie ragioni, nel caso di costruzioni già esistenti gli interventi possibili non potranno che essere limitati, mentre per gli edifici in fase di progettazione è possibile mettere in atto tecniche preventive “strutturali” più adeguate.

Rimanendo sul generico, si può dire che alcune misure mirano ad impedire al Radon di entrare negli edifici ed altre mirano a farlo uscire.Si può agire attraverso tecniche d'intervento definite “attive” e tecniche indicate come “passive” (preferite perché più semplici e meno costose).

Interventi “strutturali” molto semplici di una certa efficacia, nel limitare l'entrata del gas, possono essere la sigillatura delle fessure dei muri e dei pavimenti, soprattutto in prossimità delle tubazioni.

Un ruolo fondamentale, nella riduzione del tasso di Radon nell'aria dei locali chiusi, viene ad assumere la ventilazione che può essere naturale ( tecnica passiva ) o forzata ( tecnica attiva).

L'eccessiva impermeabilità all'aria degli edifici ha fatto scomparire la ventilazione naturale e la qualità dell'aria interna è compromessa da un sempre maggiore numero (e maggiori quantità) di inquinanti.

In ambienti dove gli infissi non garantiscono la minima ventilazione, l'apertura di finestre e porte, per favorire la ventilazione naturale, è un espediente semplicissimo e molto efficace soprattutto quando il clima e la salubrità dell'aria esterna lo consente.

Il rimedio di aprire le finestre e cambiare l'aria il più spesso possibile, ritenuto essenziale per ridurre il rischio legato al “fumo passivo” vale anche per l'esposizione al Radon.

La ventilazione forzata degli ambienti residenziali, basata su un calcolo accurato per un ricircolo misurato, che tenga conto della concentrazione, è un artificio che può essere adottato per una fuoriuscita del gas in maniera razionale evitando, nelle stagioni più fredde, una eccessiva dispersione termica.

Per quanto riguarda i costi, mentre la ventilazione delle stanze, anche quella forzata, non implica interventi molto costosi e particolari accorgimenti tecnici, non è così per altri interventi che prendono (devono necessariamente prendere!) in considerazione il rapporto edificio-suolo, quando il terreno rappresenta la fonte primaria di produzione del Radon.In tal caso, la scelta non può che dipendere dalle caratteristiche della costruzione e quindi dell'edificio da trattare (natura del suolo, presenza o meno di locali seminterrati, struttura dei solai in legno o in cemento, presenza di intercapedini ecc..).

Nel caso la ventilazione non risolva e l'azione non possa prescindere dal tipo di collegamento con il suolo dell'edificio è necessario ricorrere ad un professionista esperto, affinché il sistema che si intende adottare (tra i diversi tipi d'intervento) possa avere una capacità di riduzione sufficiente.

Per fare solo qualche cenno, tra i sistemi più comuni (ma con una tecnica relativamente complicata) rientrano la depressurizzazione del vespaio, la pressurizzazione del suolo, il drenaggio del sottosuolo, la ventilazione dell'intercapedine ecc..

Alla cosiddetta “depressurizzazione del vespaio” si può ricorrere quando l'eccessiva concentrazione del Radon nelle abitazioni dipende dalla differenza di pressione tra il suolo e gli ambienti.

In tal caso, si è constatato che è possibile diminuire la quantità di Radon modificando le condizioni di pressione del suolo.

In sostanza, con questo sistema si cerca di captare e convogliare il gas in un contenitore da dove viene aspirato e allontanato in condotti d'aria forzata che lo portano preferibilmente sul tetto e comunque lontano da porte e finestre.

Un'altra tecnica relativamente complicata, che sfrutta lo stesso principio basato sulla pressione, è quella che invece si basa sulla “pressurizzazione del suolo”, in quanto mantenendo le parti che sono a contatto con il suolo ad una pressione superiore a quella dell'aria trattenuta dal suolo stesso si impedisce (limita) l'entrata del Radon nell'edificio.

Per alcune abitazioni si è rivelato utile il “drenaggio del sottosuolo” mediante una tubazione perforata, che ha principalmente lo scopo di allontanare le acque dal terreno.

Realizzando la tubazione di drenaggio in forma di anello continuo, è possibile sfruttarla per far allontanare il Radon.

In sostanza, si crea una depressione che permette di convogliare il gas in un pozzetto di raccolta lontano dall'abitazione, dal quale viene aspirato e allontanato.

Altra tecnica è quella della “intercapedine ventilata” ( tecnica attiva o passiva ) alla quale si può ricorrere quando tra muri interni ed esterni esiste una intercapedine, da dove si può allontanare il gas con metodi naturali o forzati, evitando che entri nell'abitazione.

Comunque, è sempre necessario verificare l'efficacia delle misure correttive intraprese, effettuando una serie di misurazioni di controllo con lo stesso rilevatore o dosimetro che ha permesso di stabilire il tasso di concentrazione iniziale.

Per una verifica precisa circa l'efficacia delle misure occorrerebbe seguire le medesime condizioni della indagine (durata della misura, stagione, luogo di posa, ecc.).


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