Interruzione servizio notturno del farmacista e colpevolezza (Lucia Casadio)
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Articolo del 19/10/2005 Autore Redazione Altri articoli dell'autore


Traccia di Diritto Penale tratta dal Corso on line Overlex , tenuto dall'avv. Luigi Viola, per la preparazione all'esame di avvocato.

Svolgimento della dott.ssa Lucia Casadio


TRACCIA DI DIRITTO PENALE

Tizio è un farmacista che deve svolgere un servizio notturno in data 18/10/2004.

In quella data, accade che Tizio compie un incidente grave con l'auto, mentre si reca al luogo di lavoro, e viene ricoverato d'urgenza in ospedale dove resta per circa 10 giorni.

Appena uscito dall'ospedale, legge su alcuni giornali che la Cassazione si è espressa sul reato di interruzione di pubblico servizio, spiegando che anche il mancato rispetto del servizio notturno di una farmacia potrebbe integrare tale reato.

Tizio si reca dal legale Caio.

Il candidato assuma le vesti del legale Caio e rediga motivato parere.


Svolgimento della dott.ssa Lucia Casadio

Tizio, farmacista di turno nella notte del 18/10/2004, recandosi al lavoro compie un grave incidente con l'auto, cui consegue l'immediato ricovero d'urgenza in ospedale, che si protrae per gg. 10.

La traccia chiede di stabilire la posizione giuridica di Tizio, segnatamente verificandone la compatibilità con il reato di interruzione di pubblico servizio.

Tale fattispecie è prevista dall'art. 340 c.p., che punisce “chiunque, fuori dai casi preveduti da particolari disposizioni di legge, cagiona una interruzione o turba la regolarità di un ufficio o servizio pubblico o di un servizio di pubblica necessità”.

La norma in esame tutela la regolarità e la continuità del funzionamento degli uffici o servizi pubblici o dei servizi di pubblica necessità; la medesima disposizione prevede una sanzione più elevata per i capi, i promotori e gli organizzatori.

Trattasi di reato comune: è proprio il soggetto attivo che pone la fattispecie in rapporto di genere a specie rispetto al delitto di cui all'art. 331 c.p., con cui si sanziona l'interruzione di un servizio pubblico da parte di chi eserciti il servizio medesimo in forma di impresa; trattasi altresì di reato sussidiario, che trova, cioè, applicazione solo nel caso in cui il fatto non sia espressamente previsto da un'altra disposizione di legge.

Quanto alla condotta, la giurisprudenza specifica che l' “interruzione” consiste nell'impedimento cagionato al funzionamento, nella “pausa” prodotta nella continuità dell'ufficio o del servizio; la “turbativa” alla regolarità del servizio consiste nell'impedire, senza tuttavia interromperlo, l'ordinato svolgimento dell'ufficio o del servizio; attualmente la giurisprudenza ritiene che sia sufficiente un'interruzione o una turbativa “parziale”, del servizio pubblico-in contrasto con una posizione più risalente che richiedeva, ad integrazione dell'art. 340 c.p., una alterazione del servizio nel suo complesso-, che si concreti, appunto, in una disfunzione parziale dell'attività inerente al servizio, incidendo sui mezzi o sulle misure organizzative apprestati per il regolare funzionamento dell'ufficio o del servizio pubblico; in tempi recenti si è altresì imposto per via pretoria il principio secondo cui è sufficiente che il turbamento de quo , pur senza cagionare in concreto l'effetto di una cessazione reale dell'attività o uno scompiglio durevole del funzionamento, sia comunque idoneo ad alterare il tempestivo, ordinato ed efficiente sviluppo del servizio, anche in termini di limitata durata temporale e di coinvolgimento di un solo settore.

Si tratta altresì di un reato a forma libera, per cui l'interruzione o il turbamento possono essere causati in qualsiasi modo, sia con una azione che con un'omissione.

Quanto all'elemento soggettivo, il fatto è punto a titolo di dolo generico, consistente nella coscienza e volontà di cagionare l'interruzione o il turbamento; è altresì rilevante anche il dolo indiretto o il dolo eventuale, fondato sulla consapevolezza che l'azione o l'omissione è idonea a cagionare l'evento dell'interruzione o della turbativa e sull'accettazione del rischio della verificazione di esso.

Il momento della consumazione viene indicato nella verificazione dell'effettiva interruzione o turbamento nel funzionamento dell'ufficio o del servizio; la durata dell'interruzione o turbamento è indifferente ai fini della consumazione del reato, purchè non si tratti di un lasso temporale assolutamente esiguo: non è comunque perseguito il mero ritardo, né l'interruzione non effettivamente incisiva sulla regolarità dell'ufficio o del servizio.

Il Giudice è chiamato, in sintesi, ad un giudizio di rilevanza, che ha come parametri rispettivi la durata, l'entità e l'incidenza dell'interruzione o della turbativa sul corretto funzionamento dell'attività protetta ex art. 340 c.p.c

Venendo al caso prospettato, in primo luogo occorre verificare la riferibiltà astratta dello stesso alla rubrica di reato analizzata nei suoi elementi essenziali.

In primo luogo, per ricadere entro tale disciplina, occorre chiarire se l'attività del farmacista possa dirsi pubblico servizio o servizio di pubblica necessità; soccorre sul punto la considerazione degli elementi di fatto e di diritto che legittimano tale attività: la convenzione che lega le farmacie alle Unità sanitarie locali, in forza dell'obbligatorietà di essa per tutti farmacisti, e delle caratteristiche che il servizio ha assunto - consentendo agli assistiti il prelievo dei medicinali presso qualsiasi farmacia aperta al pubblico senza il pagamento diretto, o con il versamento dell c.d quota di partecipazione, ovvero il ticket -, è assimilabile alla concessione traslativa di pubblico servizio, attualmente regolato dagli artt. 28 e 48 della L. n.833/1978 e dall'accordo nazionale stipulato ai sensi dell'art. 48 cit. e reso esecutivo con d.P.R. 15 settembre 1979, dal che non può più dubitarsi del carattere pubblico di tale servizio, che si afferma a fortiori per il servizio notturno, predisposto al fine di permettere agli utenti il prelievo dei medicinali 24 ore al giorno onde fronteggiare ogni tipo di emergenza.

La seconda verifica, data la natura sussidiaria dell'art. 340 c.p., attiene alla inesistenza di legge speciale che preveda una sanzione autonoma per la interruzione o la turbativa di questo tipo di servizio; nel caso in esame, pare che la condotta di Tizio, in astratto, non trovi altra disciplina oltre a quella contenuta nell'art. 340 c.p. In ipotesi, pertanto, l'azione penale contro Tizio dovrebbe incardinarsi d'ufficio, con citazione diretta a giudizio avanti al Tribunale monocratico.

Tuttavia, scendendo dalla prospettiva astratta all'accertamento concreto, per l'applicazione dell'art. 340 c.p. occorre che siano soddisfatti dal comportamento di Tizio tanto l'elemento oggettivo quanto l'elemento soggettivo.

Considerando il primo di questi due elementi, e sulla scorta delle considerazioni formulate sopra, può dirsi che Tizio effettivamente non si reca sul posto di lavoro, che, senza ulteriori specificazioni ad opera della traccia, resta per così dire “scoperto” del soggetto preposto, dal momento che l'agente non pare avvertire alcuno della circostanza impeditiva e della necessità di reperire un sostituto per il corretto funzionamento del servizio; in tale prospettiva, risulterebbero altresì superate, in senso sfavorevole all'assistito dell'Avv. Caio, le dispute giurisprudenziali in merito alla durata dell'interruzione o della turbativa, come pure quelle inerenti alla rilevanza del ritardo o dell'alterazione del funzionamento di un solo settore, in quanto pare ovvio che Tizio, ricoverato d'urgenza la notte stessa mentre si recava presso la farmacia, e rimasto in degenza ospedaliera per i successivi dieci gg., non ha tecnicamente atteso neppure ad una parte dell'attività cui era preposto, e così per la durata dell'intera nottata.

Al contrario, in ottica difensiva si sottolinea che l'elemento psicologico del reato de quo non può dirsi integrato: l'evento della turbativa-interruzione del servizio non è psicologicamente riferibile all'agente, il quale, al momento in cui avrebbe dovuto essere presente sul posto di lavoro, si trovava invero coinvolto in un incidente stradale, che lo costringeva al ricovero d'urgenza presso la struttura ospedaliera del luogo, protrattosi per 10 gg.

Si ritiene pacificamente operante, pertanto, la causa di esclusione della punibilità di cui all'art. 45 c.p., ovvero il caso fortuito, che consiste nel quid imponderabile ed imprevedibile che si inserisce nell'azione del soggetto soverchiando ogni possibilità di resistenza e di contrasto: il dolo-anche nella forma eventuale- e la colpa dell'agente sono esclusi, trattandosi di un fatto che l'agente né ha voluto o accettato la possibilità della sua verificazione, né avrebbe potuto altrimenti evitare secondo il disposto per cui ad impossibilia nemo tenetur ; si tratta di un istituto dogmaticamente polivalente, ricostruito da Alcuni come limite della colpa strettamente intesa, e da Altri come fattore di esclusione del nesso di causalità.

Nel caso che ci occupa –come pure nelle ricostruzioni più recenti-questa variegata natura può essere accettata ed utilizzata, in prospettiva improntata al favor rei , in tutte le sue componenti: il caso fortuito dell'incidente stradale, occorso lungo il tragitto percorso da Tizio verso la farmacia, da un lato impedisce l'integrazione dell'elemento psicologico, in quanto Tizio di certo voleva recarsi sul posto di lavoro, ma è stato impedito da tale evento improvviso ed imprevedibile, e dall'altro lo stesso è poi sufficiente ad interrompere il nesso causale tra la condotta di Tizio e l'evento di cui all'art. 340 c.p.

Tuttavia, non può tacersi che la traccia, in merito al sinistro de quo e riferendosi alla posizione in esso rivestita da Tizio, adoperi il termine “compie”, sottintendendo uno sbilanciamento della colpa stradale a sfavore del medesimo, il che, se non impedisce di giungere, in finalità difensiva, alle stesse conclusioni di cui sopra, richiede comunque una riflessione più articolata.

Se difatti gli inquirenti dovessero ravvisare, nell'incidente “compiuto”, appunto, da Tizio, un illecito penale (per esempio il delitto di lesioni), e non un'ipotesi di caso fortuito, la posizione di quest'ultimo potrebbe aggravarsi: allo stesso potrebbe essere contestato non solo il reato posto in essere causando l'incidente, a titolo presumibilmente di colpa grave, ma altresì il reato di cui all'art. 340 c.p. a titolo di dolo eventuale, ovvero la doppia imputazione a carico di Tizio si fonderebbe da un lato sul mancato rispetto dell'obbligo di prudenza cui è tenuto l'automobilista, e dall'altro sull'aver accettato le conseguenze di tale colpevole imprudenza, consistenti nella prevedibile causazione di un sinistro che, per le circostanze di tempo concrete, gli avrebbe impedito di raggiungere il posto di lavoro e dunque di erogare il servizio pubblico ai sensi dell'art. 340 c.p.

In ogni caso, si precisa che tra i reati menzionati non potrebbe aversi continuazione, in quanto l'applicazione dell'art. 81 cp., che richiede a propria integrazione il fattore del “medesimo disegno criminoso”non troverebbe luogo in forza della fattispecie colposa.

Discorso non dissimile andrebbe ripetuto anche qualora a Tizio fosse stata unicamente elevata contravvenzione dagli organi di Polizia intervenuti in seguito all'incidente: anche in tal caso, infatti, pur rivestendo il sinistro stradale natura di illecito amministrativo (salva la verificazione di fatti-reato causalmente connessi all'incidente), la contravvenzione produrrebbe un giudizio di colpevolezza in capo a Tizio, cui lo stesso potrebbe opporsi presentando ricorso al Giudice di pace competente per territorio, ma che, se non annullato, di certo osterebbe alla tesi difensiva fondata sul caso fortuito.

Invero, quanto alla connessione causale tra il compimento del sinistro da parte di Tizio e la violazione da parte di quest'ultimo dell'art. 340 c.p., se dovesse riconoscersi la sussistenza del dolo, anche eventuale, ciò significherebbe forzare eccessivamente i confini della condotta penalmente rilevante, che, come è noto, secondo la più recente ricostruzione scientifica, è causa dell'evento quando oltre ad essere questa condicio sine qua non , secondo la migliore scienza ed esperienza l'evento è conseguenza certa o probabile della condotta: si finirebbe per affermare, allora, che Tizio, ponendo in essere anche solo un illecito amministrativo violando le regole di prudenza stradale, si sarebbe prospettato la possibilità di commettere un sinistro, che gli avrebbe impedito di recarsi sul posto di lavoro, che dunque avrebbe accettato di lasciare “scoperto” determinando una turbativa del servizio pubblico. Insomma, anche qualora sussistesse una responsabilità ex illicito amministrativo in capo a Tizio, questa non sarebbe sufficiente per fondare un dolo eventuale integrante l'art. 340 c.p.

In prospettiva difensiva, pertanto, sarà fondamentale in primo luogo dimostrare che il grave sinistro “compiuto” da Tizio sia stato dovuto a circostanze impreviste ed imprevedibili da quest'ultimo (come ad esempio un malore improvviso e del tutto imprevedibile stanti le condizioni di salute dell'agente al momento in cui si è messo alla guida, o comunque la necessità di evitare un pericolo per sé o per altri, o qualunque altro fattore indipendente dalla sua volontà e non altrimenti evitabile adoperando la diligenza che si impone all'automobilista, compresa la tenuta di una velocità di crociera entro i limiti prescritti); una volta provato il caso fortuito alla base della verificazione del sinistro, tale fatto sarà assurto esso stesso a fattore fondante il caso fortuito che ha impedito all'agente l'erogazione del servizio pubblico, e la cui assoluta imprevedibilità esclude in via definitiva anche il dolo eventuale ad integrazione dell'art. 340 c.p, non vedendosi in quale momento Tizio avrebbe potuto prospettarsi la possibilità della verificazione del fatto descritto dalla traccia e trovarsi nella posizione di scegliere se avvertire qualcuno del proprio impedimento (o porre in essere attività ugualmente finalizzata a garantire il servizio di notte della farmacia in sua assenza), o piuttosto accettare nella inerzia assoluta la possibilità di lasciare “scoperto” il servizio notturno de quo . Stante quanto sottolineato sopra, altresì, anche qualora non risultasse il caso fortuito, non potrebbe comunque ritenersi integrato il dolo di cui all'art. 340 c.p., neppure nella forma eventuale, in quanto esso richiederebbe da parte di Tizio la prospettazione - e l'accettazione del rischio che si verifichino- di una serie di passaggi causali tra la propria condotta e l'evento-interruzione del servizio che rischia di cadere in un inammissibile “regresso all'infinito”, che contraddice le più recenti e affermate teorie sulla causalità e sul dolo.

Si ritiene pertanto che Tizio, qualora gli fosse contestato il reato di cui all'art. 340 c.p., dovrebbe essere mandato assolto, in subordine anche con formula dubitativa di cui all'art. 530 c.p.p.


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