Convivenza more uxorio ed impotentia generandi
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Articolo del 14/10/2005 Autore Redazione Altri articoli dell'autore


Traccia di Diritto Civile tratta dal Corso on line Overlex , tenuto dall'avv. Luigi Viola, per la preparazione all'esame di avvocato 2005

Svolgimento della DOTT.SSA Giovanna Riviera.

TRACCIA DI DIRITTO CIVILE:

Tizio e Caia sono fidanzati da dieci anni.

Tizio propone a Caia di andare a convivere insieme, per sperimentare “la forza del rapporto” prima di un eventuale matrimonio.

Caia, al fine di accontentare il partner rinuncia al suo lavoro per spostarsi a vivere nella città di Tizio.

Dopo due anni di convivenza, Caia viene a sapere che Tizio è affetto da impotentia generandi , per cui non potrà mai avere figli; altresì viene a sapere dagli amici di Tizio, che lo stesso Tizio da circa venti anni era a conoscenza di non poter avere figli.

Caia va su tutte le furie e si reca da un legale, spiegandogli di aver rinunciato ad un lavoro prestigioso per il sogno di una famiglia che, in concreto, non potrà mai avere con Tizio.

Così Tizio viene citato in giudizio.

Tizio, allora, si reca dal legale Sempronio, per esporgli quanto successo.

Il candidato, assunte le vesti del legale Sempronio, evidenzi tutte le argomentazioni possibili in difesa del suo assistito.


Svolgimento del parere (dott.ssa Giovanna Riviera)

Gentile signor Tizio,

da quanto da Lei narratomi emerge che, con regolare atto di citazione Lei veniva citato in giudizio dalla signora Caia, sua ex convivente per due anni ed in precedenza, fidanzata per altri 10 lunghi anni.

Con tale atto di citazione Caia svolge nei Suoi confronti azione di risarcimento, per tutti i danni dalla stessa patiti, nell'aver rinunciato al proprio prestigioso lavoro sperando di poter avere in futuro, una famiglia con Lei.

Ostacolo alla realizzazione materiale di tale progetto, risulta essere l'impotentia generandi da cui Lei è affetto da moltissimi anni e relativamente alla quale non ha mai fornito notizia alcuna all'attrice.

Non solo, Caia asserisce altresì di aver appreso tale notizia da Suoi amici, i quali e precisavano che Lei, è a conoscenza di tale Sua impotenza da circa venti anni.

Lei si rivolgeva pertanto al mio studio, al fine di conoscere la fondatezza o meno delle pretese avanzate nei Suoi confronti da Caia.

Il caso sottoposto al mio esame, richiede il preliminare esame di alcuni istituti giuridici.

L'art. 29 della Costituzione, al comma 1° enuncia uno dei principi cardine del nostro ordinamento, secondo il quale la famiglia è fondata sul matrimonio.

L'art. 147 c.c. rubricato Diritti e doveri reciproci dei coniugi, individua espressamente i diritti ed i doveri che i coniugi assumono l'uno nei confronti dell'altro, in conseguenza del matrimonio da loro contratto.

Tali obblighi consistono nella fedeltà, nella coabitazione, nell'assistenza morale e materiale nonché nella collaborazione nell'interesse della famiglia, inteso quale contributo al menage familiare.

Tali obblighi che derivano dall'aver contratto il matrimonio, quale mero negozio giuridico sprovvisto del requisito della patrimonialità dell'accordo fra i coniugi, si qualificano quali diritti soggettivi che spettano reciprocamente ai coniugi.

Trattandosi di diritti soggettivi, la loro violazione, può dare luogo ad eventuale risarcimento dei danni, qualora alla stessa si accompagni quale conseguenza diretta ed immediata, l'effettiva produzione di un nocumento.

La promessa di matrimonio, da intendersi quale promessa che due soggetti reciprocamente si fanno, di contrarre fra loro in futuro matrimonio, costituisce un istituto disciplinato dal nostro codice civile.

L'art. 79 c.c. intitolato Effetti, così recita: “La promessa di matrimonio non obbliga a contrarlo né ad eseguire ciò che si fosse convenuto per il caso di non adempimento”.

L'art. 81 c.c., in tema di risarcimento danni, al comma 3° precisa. “Lo stesso risarcimento è dovuto dal promittente che con la propria colpa ha dato giusto motivo al rifiuto dell'altro”.

Dalla disamina di tali norme giuridiche, emerge come, la promessa di matrimonio, anche se redatta con atto pubblico o con scrittura privata ovvero, risultante dalla richiesta di obbligazione, non esplica efficacia obbligatoria in termini di futura contrazione del matrimonio, nei confronti dei promettenti stessi.

Per contro, lo stesso legislatore con la previsione dell'art. 81 c.c., espressamente riconosce di attribuire comunque una si pur limitata, rilevanza giuridica alla promessa di matrimonio.

Qualora la promessa, effettuata nelle forme sopra indicate, non venga adempiuta senza addurre un giustificato motivo, obbliga il promettente inadempiente, a risarcire l'altra parte dell'eventuale danno cagionato.

E tale danno consiste in tutte quelle spese ed obbligazioni che l'altro promettente, perfettamente in buona fede, aveva sostenuto e contratto in vista del futuro matrimonio.

Il riconoscimento del diritto in capo al promittente futuro sposo, di ottenere il risarcimento del danno subito, trova la propria giustificazione nella considerazione che, il legislatore ritiene la stipula della promessa di matrimonio, quale atto idoneo a creare fra due soggetti, il legittimo affidamento sulla futura contrazione del proprio matrimonio.

Se i diritti e doveri di cui all'art 147 c.c., sorgono solo a seguito della effettiva contrazione del matrimonio, la semplice promessa eseguita nelle forme di cui all'art. 81 comma1° c.c., costituisce espressione di una manifestazione di volontà dei futuri coniugi, entro certi limiti, meritevole di riconoscimento e tutela dal nostro ordinamento giuridico.

La convivenza more uxorio rappresenta un istituto afferente la nostra realtà sociale, ma non disciplinato dal nostro legislatore, né nel codice civile, né in altre leggi speciali.

In quanto mero fenomeno di costume, tale istituto, che consiste nella stabile convivenza di due soggetti, da luogo al sorgere di semplici diritti sociali e morali, riconosciuti nella nostra attuale realtà sociale.

L'art. 2043 c.c. delinea nel nostro ordinamento, la responsabilità aquiliana o extracontrattuale.

Tale norma recita: “Qualunque fatto doloso o colposo, che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno”.

Ai fini del risarcimento del danno, è richiesto oltre ad un fatto dolo e colposo, l'esistenza di un rapporto di causalità fra tale fatto ed il verificarsi del danno, da intendersi quale danno ingiusto.

Ricorre il rapporto di causalità, quando il danno costituisce conseguenza immediata e diretta del fatto doloso o colposo.

Il danno ingiusto o, contra ius, è il danno contrario all'ordinamento giuridico, lesivo dei diritti spettanti ad altri.

Secondo quanto da Lei narratomi, il rapporto intrattenuto con Caia, si qualifica quale convivenza more uxorio, non accompagnata da formale promessa di matrimonio.

Come già precisato, si ritiene che la convivenza more uxorio, quale fenomeno che attiene al costume ed alla realtà sociale, faccia sorgere fra gli stessi conviventi, mere aspettative di fatto ovvero, semplici diritti di natura sociale e morale.

Il sorgere di semplici diritti sociali e morali, esclude che tale istituto produca effetti giuridici diretti, se non nei limitatissimi e tassativi casi riconosciuti dalla giurisprudenza di merito e di legittimità.

Il legislatore, nel riconoscere a tale istituto unica valenza sociale, ha inequivocabilmente escluso che, la convivenza more uxorio possa dar luogo al sorgere di posizione soggettive riconosciute e tutelate dall'ordinamento giuridico, e quindi, ritenute meritevoli di protezione.

Tale impostazione, trova conferma nella considerazione che, anche un lungo rapporto fra due soggetti, di fatto assai simile al rapporto matrimoniale, caratterizzato però dalla mancata formale assunzione di qualsiasi obbligo dell'uno nei confronti dell'altro, costituisce espressione di un legame inidoneo a far sorgere fra tali soggetti, un reciproco e legittimo affidamento nella futura contrazione del matrimonio.

Tale mancato legittimo affidamento, con relative conseguenze, è espressione di quel potere di assoluta libertà di agire e volere, che le parti hanno inequivocabilmente inteso riservarsi, optando per un istituto caratterizzato dalla mancata formale assunzione di obblighi, sia presenti che futuri.

Il mancato riconoscimento giuridico della convivenza more uxorio, nonché delle eventuali aspettative che potrebbero sorgere in capo ad uno dei conviventi, quali mere aspettative di fatto, comporta che l'eventuale loro lesione, non dia luogo al configurarsi di una responsabilità extracontrattuale, con conseguente diritto al risarcimento di tutti i danni subiti.

Come già evidenziato, i legislatore, quale danno risarcibile ex art. 2043 c.c., intende unicamente il danno ingiusto e come, lesivo di interessi considerati meritevoli di tutela da parte dell'ordinamento giuridico.

Le eventuali aspettative di fatto, costituendo espressione di meri diritti sociali o morali e, non essendo diritti soggettivi, non sono né riconosciuti e né tutelati dall'ordinamento.

Intervenuta sul punto, la Suprema Corte ha riconosciuto: “Una relazione amorosa, sia pure prolungata, che sia stata intessuta senza promessa di matrimonio, non è idonea a produrre fra le parti diritti di alcun genere né comporta, in caso di interruzione, una qualsiasi giuridica responsabilità, in quanto essa sorge, si svolge e cessa con i connotati di una permanente ed illimitata libertà reciproca ed è soltanto questa che, come estrinsecazione della persona, acquista rilevanza nel mondo del diritto, restando ogni altra implicazione affidata al campo dei doveri morali e sociali”. (Cass. CIv., sentenza n.7064 del 1986).

Alla luce di tutto quanto sopra esposto, ritengo che la domanda di risarcimento danni, ex art. 2043 c.c., giudizialmente svolta nei Suoi confronti da Caia, dovrà essere del tutto disattesa.

A nulla rileva infatti che Caia, possa nel corso del giudizio, dimostrare di aver effettivamente abbandonato il proprio prestigioso lavoro per poter iniziare con Lei una convivenza more uxorio, finalizzata alla realizzazione di una Vostra famiglia, così come non rileva la Sua mala fede nell'averle taciuto la propria genetica impossibilità ad avere figli, a Lei nota da moltissimi anni.

Osta al riconoscimento di qualsiasi danno, da Lei eventualmente provocato a Caia, proprio la particolare natura del rapporto da Voi materialmente posto in essere.

La convivenza more uxorio, costituisce semplice espressione della nostra realtà sociale, dalla quale non deriva alcun obbligo giuridico in capo agli stessi conviventi, ma solo obblighi di natura morale e sociale, in quanto tali non sanzionati né penalmente, né civilmente.

Tale rapporto, a differenza sia dal matrimonio,che anche, dalla formale promessa di matrimonio, si caratterizza dalla assoluta liberà di agire e volere che ciascun convivente ha riservato per sé, riconoscendolo anche nei confronti dell'altro.

Tale massima libertà impedisce che il legislatore ravvisi nella convivenza, il sorgere in capo ai conviventi di un legittimo affidamento nel voler contrarre anche in futuro, il matrimonio, quale rapporto in toto regolamentato dal legislatore e sul quale, si fonda nel nostro ordinamento, la famiglia.

La rinuncia di Caia al proprio prestigioso lavoro, si deve intendere quindi, quale mera espressione della sua libertà di volere ed agire e non, quale espressione del suo legittimo affidamento nel Vostro eventuale futuro matrimonio e nella famiglia che Voi, avreste dovuto un giorno formare.

Così come del tutto irrilevante, è stata la scoperta di Caia che Lei è affetto da impossibilità genetica di avere figli, notizia da Lei lungamente taciuta, e la cui scoperta ha irreversibilmente portato alla rottura della Vostra convivenza more uxorio.

Caia infatti, non può richiedere il riconoscimento di alcun legittimo affidamento nel Vostro futuro matrimonio e nella Vostra futura eventuale famiglia.

Diversamente Caia, avrebbe dovuto insistere, quantomeno, nella contrazione di formale promessa di matrimonio che, in quanto espressione di interessi meritevoli di protezione, ben avrebbe potuto dar luogo al configurarsi di una responsabilità extracontrattuale e conseguente risarcimento del danno, in quanto il comportamento da Lei posto in essere, si sarebbe potuto qualificare come produttivo di danni ingiusti nei confronti della stessa.


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