I delitti di falso documentale: elemento soggettivo e limiti di ammissibilità del c.d. “falso per omissione”
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Articolo del 09/09/2005 Autore Avv. Salvatore Magra Altri articoli dell'autore


Il codice penale frammenta la disciplina del falso documentale in una lunga serie di articoli (da 476 a 493-bis). Proprio tale frammentazione della normativa da applicare rende maggiormente complicata la risoluzione dei principali problemi interpretativi concernenti tali delitti. Può, in via introduttiva, auspicarsi una riforma della disciplina in esame, accorpando fattispecie simili, al fine di rendere più agevole il lavoro dell'interprete, ai fini della comprensione del dato normativo.

Il bene tutelato in via immediata è la “fede pubblica”, vale a dire l'interesse a che i mezzi probatori siano genuini e veridici e alla certezza dei rapporti economici e giuridici. L'interesse in questione si presenta di primaria importanza, ove si tenga conto dell'attuale rapidità, con cui avvengono le transazioni economiche fra gli operatori del mercato, anche in ragione dell'utilizzo sempre più diffuso e capillare dei mezzi informatici.

Peraltro, limitare l'individuazione del bene-interesse giuridico protetto alla sola fede pubblica non sembra sufficiente per “coprire” l'intera gamma dei valori tutelati con i delitti di falso in generale. La presenza di una serie assai vasta di delitti contro la fede pubblica porta la dottrina a considerare connaturale a tale ampiezza di disciplina il carattere plurioffensivo dei delitti di falso, documentale e non. Ne discende che, accanto all'indiscussa e indiscutibile rilevanza della fede pubblica come paradigma, attraverso il quale si riserva il dovuto spazio all'esigenza di attendibilità e sicurezza dei traffici giuridici, si affianca la tutela d'interessi ulteriori, che rilevano di volta in volta, in relazione alla peculiare fattispecie di falso, che viene in considerazione nel caso concreto, e allo specifico utilizzo che del documento è fatto nella singola vicenda. L'adesione alla tesi della plurioffensività consente una maggiore flessibilità nell'individuazione del disvalore penale dello specifico reato di falso. L'idea, in base alla quale, accanto al parametro della fede pubblica, vadano fatti emergere ulteriori beni, oggetto di tutela delle singole fattispecie penali, consente all'interprete a spiegare in modo più consapevole per quali ragioni il Legislatore abbia proceduto a frazionare in modo così ampio la disciplina in commento. Può aggiungersi che la protezione del bene della fede pubblica è resa ancora più intensa, attraverso l'ulteriore tutela dell'interesse tutelato in via mediata dalla specifica fattispecie di falso.

Va rilevato, peraltro, che alcuni studiosi criticano l'idea della plurioffensività dei delitti di falso (essa è sostenuta da ANTOLISEI e contestata da FIANDACA-MUSCO), i quali ritengono che i vari interessi relativi alle singole fattispecie incriminatrici possano tutti ricondursi nel concetto di fede pubblica. Si ritiene che il pregiudizio alla fede pubblica, come sopra descritta, sia sufficiente a determinare il disvalore del falso, in quanto accorpa l'esigenza di tutela della genuinità probatoria dei documenti e della sicurezza degli scambi economici. Non occorre accertare se e quali ulteriori interessi pertinenti all'utilizzo di un certo documento nel caso specifico siano stati violati, in quanto tutelare la fede pubblica implica una protezione, in via anticipata, di questi ulteriori interessi. Ragioni di economia processuale, pertanto, suggeriscono, in conformità a questa tesi, di non procedere all'accertamento, spesso difficoltoso, di questi ulteriori interessi, i quali, anche ove non identificati, sono indirettamente protetti, attraverso la protezione della fede pubblica. Secondo la sopra richiamata impostazione, maggiormente plausibile è l'accoglimento della tesi della plurioffensività, riguardo al falso in scrittura privata (si pensi al falso in cambiali in testamento), in quanto spesso in esso si manifesta chiara la presenza di un pregiudizio a interessi ulteriori e diversi, rispetto a quello della fede pubblica.

La teoria della plurioffensività, nonostante contro di essa siano state formulate le sopra descritte critiche, appare in grado di ovviare all'incertezza derivante dall'eccessivo numero di disposizioni codicistiche, che disciplina la materia in esame. La medesima impostazione coglie l'esigenza di non fermarsi a una valorizzazione della sola fede pubblica. E' anche possibile coordinare l'idea della rilevanza della sola fede pubblica come bene tutelato e quella della plurioffensività, ritenendo che la connessione della fede pubblica con l'interesse pregiudicato dall'utilizzo dello specifico documento renda maggiormente concreto e aderente alla singola vicenda il valore, indubbiamente astratto e di portata generale, della fede pubblica.

E' intuitiva l'importanza di chiarire la nozione di “documento”, in mancanza di una definizione generale, rinvenibile a livello normativo, quantomeno nel codice penale. Va, anche, ricordato che, secondo un'opinione, l'interesse protetto dai reati di falso documentale è rappresentato dal “documento”. La tesi, peraltro, è rimasta isolata. Si sono enucleati taluni requisiti propri del documento, i quali necessariamente devono sussistere, ai fini della sua giuridica esistenza, quali la forma scritta, la possibilità di risalire attendibilmente all'autore del medesimo, attraverso la sua sottoscrizione, in alcuni casi la data di redazione del documento. Il concetto in esame sintetizza le consolidate nozioni di atto pubblico e scrittura privata.

Quanto alla nozione di atto pubblico, va rilevato come dalla disciplina in esame appaia non indispensabile, perché esso sia configurabile, che il documento faccia fede fino a querela di falso , come richiede invece l'art. 2699 c. civ. Ciò si desume, fra l'altro, dall'art. 476 2°c. cod. pen., in cui si disciplina la falsità materiale commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici, e si prevede un'attenuazione del trattamento sanzionatorio nell'ipotesi in cui “ la falsità concerna un atto o parte di atto, che faccia fede fino a querela di falso”. Può desumersi che, dal punto di vista penale, esistono atti pubblici che fanno prova fino a querela di falso e atti pubblici che, invece, sono sprovvisti di tale requisito. In diritto civile, invece, la fidefacienza è requisito imprescindibile, perché si possa considerare atto pubblico un documento (art. 2699 c. civ.). Le scritture private sono da individuare in via residuale rispetto agli altri atti pubblici: si tratta dei documenti, provenienti da soggetti che non esercitano la qualifica di pubblici ufficiali o d'incaricati di pubblico servizio o provenienti da tali ultimi soggetti, ma al di fuori dell'esercizio delle loro funzioni. Peraltro, il concetto di documento supera le consolidate nozioni di atto pubblico e di scrittura privata, come è desumibile dall'art. 491 bis , in cui ci si riferisce all'ipotesi in cui alcune delle falsità previste dalla disciplina del falso documentale riguardino un documento informatico pubblico o privato. Verificandosi tale eventualità, si applicheranno, secondo i casi, le disposizioni concernenti il falso in scrittura privata o in atto pubblico. In tal senso, costituisce “documento informatico” qualsiasi supporto informatico, contenente dati o informazioni avente efficacia probatoria o programmi specificamente destinati a elaborarli (artt. 491 bis , ultima parte). Il Legislatore del 1993 (la disposizione in commento, infatti, è stata inserita nel codice penale con la legge 547-1993) ha avvertito l'esigenza di una compiuta definizione della nozione di “ documento informatico ”, per la sua evidente connessione con l'utilizzo via via crescente dei sistemi telematici e dei computers. Tale disciplina rappresenta un fondamentale adeguamento all'esigenza di tenere conto degli sviluppi della tecnologia e delle inevitabili implicazioni della medesima, nel senso di un'ulteriore accentuazione della rapidità delle transazioni economiche. Si aggiunga che, ai fini di una compiuta definizione del termine “documento”, un parametro attendibile è rappresentato anche dalla nozione di “ documento amministrativo ”, che emerge dal 2°c. dell'art. 22 l . 241- 1990, in cui si prevede che “ è tale ogni rappresentazione grafica (…) del contenuto di atti, anche interni, formati dalle pubbliche amministrazioni o, comunque, utilizzati ai fini dell'attività amministrativa”. Emerge l'importanza dell'esigenza di poter evincere dal documento il rapporto giuridico-economico, cui il medesimo si riferisce.

La questione dell'elemento soggettivo nei delitti di falso determina alcuni problemi, sui quali la dottrina perviene a conclusioni non univoche. Si afferma che, riscontrata nella vicenda concreta una fattispecie di falsità, non occorre dimostrare l'esistenza dell'elemento soggettivo (dolo). Ciò significa che si configura una presunzione assoluta di sussistenza di tal elemento, senza la necessità di fornire una prova in tal senso (“ dolus in re ipsa ”). L'opinione nasce da un'esigenza di semplificazione probatoria: s'intende ovviare alla difficoltà della dimostrazione del fatto che chi ha falsificato un documento ha inteso ledere la fede pubblica. Prescindere dalla prova effettiva dell'elemento psicologico o ritenere che basti che l'agente sia consapevole della sua falsificazione, al fine di applicare con maggiore facilità la disciplina del falso documentale, significa, in definitiva, servirsi di un parametro punitivo ancorato alla materialità del fatto, con il rischio di introdurre surrettiziamente forme più o meno latenti di responsabilità oggettiva mascherata.

Non basta la semplice volontà di nascondere la realtà, attraverso la condotta falsificatoria; è anche necessario che l'agente si renda conto di recare pregiudizio a uno o più soggetti, ledendo l'interesse tutelato dal documento e/o la fede pubblica. Queste conclusioni valgono sia che si accolga l'opinione secondo cui il falso documentale tuteli la fede pubblica, sia quella secondo cui esso protegge l'interesse pertinente al documento che rileva nella vicenda concreta. Pertanto, il dolo esula quando il soggetto non sia consapevole di realizzare una condotta lesiva della speditezza e fluidità dei traffici giuridici, e anche quando per errore ritenga di realizzare un falso innocuo. Va rilevato che, in passato, la giurisprudenza si è dimostrata propensa ad accettare l'idea del dolo “ in re ipsa ”, con un ridimensionamento dell'esigenza di fornire la prova dell'elemento psicologico. Spiragli in senso diverso si aprono in tempi più recenti, attraverso l'accoglimento delle sollecitazioni di parte della dottrina.

Va considerata la tipologia di condotte che determinano il falso documentale. Al riguardo, assume rilievo centrale la distinzione fra delitti di falso ideologico e materiale. Si ha falsità ideologica, secondo la ricostruzione prevalente, quando il documento, pur provenendo dall'autore apparente, contiene l'indicazione di avvenimenti o circostanze non conformi al vero. Pertanto, la falsità del documento attiene all'intrinseco, ossia al suo contenuto. Si ha, invece, falsità materiale quando vi è divergenza fra autore apparente ed effettivo del documento, a seguito di un'originaria falsificazione della firma al momento della creazione del documento o di una successiva alterazione della medesima. Si è proposta anche una diversa ricostruzione dei concetti in esame. Si ha falso materiale quando manca la legittimazione dell'autore del documento a emanare il medesimo; si ha falsità ideologica quando l'autore, ancorché legittimato, abusi della propria posizione, eccedendo i limiti della legittimazione medesima.

Nell'ambito della falsità materiale, si distingue la formazione di un atto falso, quando il documento rispondente al vero è creato “ ex novo”, e l'alterazione, quando l'intervento falsificatore riguarda un atto originariamente genuino.

Un profilo importante è distinguere le ipotesi in cui il falso documentale sia giuridicamente rilevante. Ciò deriva dall'ampiezza della nozione di falsità, la quale comporta la presenza di ipotesi tali da non pregiudicare minimamente alcun interesse. Può pensarsi all'ipotesi in cui un notaio corregga un errore di sintassi su un atto pubblico, o aggiunga una parola dimenticata. Queste sono ipotesi di falso, ma a esse non va attribuita giuridica rilevanza (“falso innocuo”).

Si sono elaborate anche le nozioni di falso “grossolano” e “inutile”. Il falso è “grossolano” quando appare macroscopicamente evidente. Ciò comporta l'individuabilità senza alcuna difficoltà del medesimo e, pertanto, l'impossibilità del reato per “inidoneità dell'azione” (art. 49 c.p.). Il falso inutile è quello che riguarda un documento non rilevante ai fini della decisione processuale. In tal caso, la non punibilità potrà considerarsi una conseguenza dell'”inidoneità dell'azione” a ledere un interesse rilevante.

Un'interpretazione finalisticamente orientata della normativa sul falso documentale rende plausibile che le ipotesi sopra menzionate di falso inutile, innocuo, grossolano non siano punibili.

Si aggiunga che alcuni Autori (FIANDACA-MUSCO) sostengono la “non punibilità” del c.d. “falso consentito”. Si ha tale ipotesi quando un soggetto “x” sottoscrive un documento con le generalità di “y”, in un'ipotesi in cui “y” consenta questa falsificazione. Si pensi al caso in cui un figlio sottoscriva falsamente utilizzando le generalità del padre, col consenso espresso di questo.

Questa dottrina ritiene che operi la scriminante del consenso dell'avente diritto, in quanto appare decisivo il fatto che la sottoscrizione provenga intellettualmente dal soggetto titolare di quelle generalità. L'effettivo falso sottoscrivente è solo uno strumento di quest'ultimo.

La tesi in questione, pur se mossa da esigenze apprezzabili (favorire la speditezza soprattutto dell'attività amministrativa) appare dilatare in modo eccessivo la non punibilità del falso e attribuisce eccessivo rilievo alla scriminante del consenso dell'avente diritto. Ciò porta dottrina e giurisprudenza prevalenti a ritenere preferibile affermare la punibilità del “falso consentito”.

Dalla disciplina dei casi in materia di falso ideologico in documenti è possibile desumere ulteriori condotte falsificatorie: può accadere che il pubblico ufficiale attesti in atto pubblico che un fatto è stato da lui compiuto o è avvenuto alla sua presenza, o attesta come da lui ricevute dichiarazioni a lui non rese (art. 479 c.p.). Assume particolare rilievo ai fini del presente lavoro l'ipotesi in cui “il pubblico ufficiale ometta o alteri dichiarazioni da lui ricevute” (art. 479). Emerge la configurabilità del c.d. “falso per omissione”, il quale, peraltro, è un reato di pura condotta, come tale al di fuori dell'applicazione dell'art. 40 cpv., che riguarda i reati di evento causalmente orientati (c.d. illecito omissivo improprio). Appare chiaro che il falso per omissione sarà punibile quando riguardi qualcosa che si ha l'obbligo di attestare, e potrà anche essere un'omissione parziale. E' importante rilevare, peraltro, come l'omissione parziale tenda a confondersi con l'alterazione del documento, e non sempre è possibile distinguere chiaramente le due ipotesi. Un notaio potrà non inserire all'interno di un atto pubblico una dichiarazione giuridicamente rilevante, resa da taluni dei soggetti in sua presenza, al momento della redazione dell'atto. Può pensarsi ancora all'ufficiale giudiziario che non proceda a verbalizzare un pignoramento eseguito.

Si ritiene sanzionabile il falso che riguardi un documento nullo o annullabile, non invece inesistente. Viene valutata anche l'idoneità ingannatoria del documento. Questi limiti valgono, ovviamente, anche per il falso per omissione.

Tra le condotte, con cui l'agente possa giungere a modificare illecitamente un atto, sono individuate anche quelle della distruzione o soppressione del documento o del semplice uso dell'atto falso.

Dr. Salvatore Magra, Catania


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