Nesso di causalità e concause nelle malattie professionali e multifattoriali
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Articolo del 20/01/2015 Autore Dott.ssa Anna Paola Sannino Altri articoli dell'autore


Il nesso di causalità ed il regime delle concause in relazione alle malattie professionali, con particolare riferimento alle malattie multifattoriali.

Secondo un’accreditata dottrina il nesso causale costituisce la spina dorsale del reato (1), volendosi con tale locuzione sottolineare che un accadimento naturalistico, sia esso di danno o di pericolo, giammai può assumere la qualifica di evento di reato punibile se non sia eziologicamente ricollegabile ad un azione (od omissione) umana atta a cagionarlo.

Pertanto il nesso causale costituisce un elemento oggettivo del reato che viene ad essere imprescindibile nel suo accertamento, ed in particolare l’indagine circa la sua sussistenza è prodromica per poi procedere all’analisi circa l’elemento soggettivo del reato, ossia la colpevolezza nel quod minimum della colpa2.

L’art 40 del cp espressamente richiede che l’interprete ricostruisca il decorso causale risalendo dall’evento sino all’azione al fine di comprendere se ci sia un rapporto causa-effetto tra condotta umana e evento di reato, tuttavia non esplicita in che modo si debba procedere a tale ricostruzione, lasciando alla dottrina e la giurisprudenza l’arduo compito di individuare i criteri più idonei.

Sin dai periodi più risalenti la dottrina ha adottato il criterio della teoria condizionalistica pura, sintetizzabile nella locuzione condicio sine qua non, in virtù della quale intanto una condotta può considerarsi antecedente causale dell’evento quando, al fine di ricostruire la serie causale in base agli accadimenti naturalistici tra loro concatenati, espungendo quella condotta dalla serie causale allora l’evento di reato venga meno; coerentemente, ove invece eliminando l’evento dalla catena causale il fatto di reato si produca ugualmente, evidentemente quella condotta non può ritenersi causa “giuridica” dell’evento in quanto mancante il collegamento ex art 40 cp.

La teoria condizionalistica cd. pura parte dall’assunto che la catena causale vada ricostruita in modo preciso al fine di individuare tutti gli antecedenti naturalistici e, a seguito dell’accertamento sopra esposto, ritiene di dover dare a ciascuno di tali antecedenti un ruolo equivalente nell’aver cagionato il fatto, senza realizzare alcun filtro di idoneità circa gli elementi che, ragionevolmente, possano essere stati più adatti a cagionare l’evento.

Tale aspetto sta alla base di una penetrante critica avanzata verso i sostenitori della teoria condizionalistica pura, in quanto si è sottolineato ragionevolmente che, procedendo ad un analisi ricostruttiva che vada indietro nel tempo e ponga su un medesimo piano tutti gli accadimenti naturalistici, il rischio è quello di poter pervenire assurdamente ad ammettere che anche il concepimento del reo da parte dei genitori sia un antecedente causale meritevole di rilevanza giuridica, anche se tale esito appare irragionevole.

La seconda critica avanzata alla teoria della condicio sine qua non pura è che essa costituisce un criterio ermeneutico vacuo e vuoto se non suffragato dalle leggi scientifiche e probabilistiche, ossia i due parametri solidi che, ai fini dell’indagine ricostruttiva, spiegano le relazioni causa-effetto tra gli eventi.

In particolare le leggi scientifiche giustificano le relazioni di causa-effetto con un grado di attendibilità pari o prossimo al 100%, poiché tali affermazioni sono riproducibili sul piano fenomenico e dunque empiricamente dimostrabili e verificabili in qualsiasi momento, con la sicurezza che giammai si produrrà un effetto diverso da quello accertato in precedenza; tuttavia le leggi scientifiche, come poi osserverà la giurisprudenza nella storica sentenza Franzese del 2002, sono invero assai rare, sicchè generalmente gli interpreti, al fine di pervenire a ricostruzioni convincenti quand’anche assente la legge scientifica, sono obbligati ad far cauto uso delle leggi probabilistiche. Quest’ ultime sono un complesso di regole che consentono di sapere che in un determinato numero di casi, espressi con una percentuale né pari né prossima al 100%, talune cause sono atte a determinare precipui effetti, e naturalmente la legge probabilistica sarà tanto più astrattamente affidabile quanto più alto sia il coefficiente numerico, espresso in termini percentualistici, a cui si àncora la probabilità di verificazione dell’evento.

Nonostante la seconda critica sia dunque facilmente superabile grazie all’ausilio dei criteri prefetti, residua una terza critica avanzabile nei confronti della teoria condizionalistica cd. pura concernente l’incapacità della tesi dell’equivalenza a spiegare il fenomeno di causalità alternativa ipotetica, ossia il fenomeno in virtù del quale un reato abbia prodotto avverso un bene giuridico protetto una lesione che si sarebbe comunque di lì a poco verificata, per il sopraggiungere di un evento distruttivo e prescindente dalla condotta umana; l’esempio di scuola è costituito dalla distruzione di una abitazione altrui a causa di un incendio dolosamente appiccato una settimana prima del verificarsi di una forte scossa di terremoto, la quale avrebbe comunque distrutto l’abitazione in questione. Se è vero che appare comunque doveroso punire il reo per l’incendio doloso compiuto, è anche vero che la tesi condizionalistica pura non supporta tale ragionamento, in quanto a rigor di logica, espungendo il reato dalla catena causale, l’evento si sarebbe comunque giustificato.

A temperare la rigidità della teoria condizionalistica pura, dunque sopraggiungono una serie di correttivi: rinveniamo innanzitutto l’uso delle leggi scientifiche e probabilistiche, le quali sono imprescindibili poiché evitano di ancorare il giudizio di causalità al soggettivismo applicativo dell’interprete, anche se - è doveroso precisarlo- ogni ragionamento giuridico non è mai scevro da un margine di errore, in quanto la scienza giuridica è inesatta e, pur se riposante sul supporto della legge scientifica, muove sempre da un assunto di fondo che si ritiene esser corretto (l’assioma), ma non è detto che lo sia. La dottrina parla in proposito della cd. clausola ceteribus paribus, proprio per evidenziare come il supporto scientifico muova sempre da un baluardo di conoscenze umane aderenti ad una determinata epoca storica, con la presa d’atto che il progresso scientifico rende conoscibili nel tempo aspetti oggi meramente ipotizzabili3.

Gli studiosi del diritto nel corso del tempo dogmatizzano la teoria della causalità adeguata, la quale a ben vedere si offre come correttivo alla tesi condizionalistica pura che resta comunque la base del ragionamento, tuttavia propone di aggiungere un quid pluris al ragionamento, ossia richiede che vengano filtrati dalla catena causale, e dunque espunti, quegli eventi che secondo l’id quod plerumque accidit non siano idonei a cagionare un certo evento

In effetti la dottrina riflette, grazie all’ausilio della probabilistica e della comune esperienza, sul fatto che una determinata condotta generalmente possa esser capace (o incapace) di produrre taluni effetti, e quindi è doveroso liberare la catena causale da tutti quegli accadimenti che non presentino tale astratta idoneità a cagionare un dato evento, sottolineando come l’ idoneità vada accertata con un giudizio ex ante.

Tale tesi ha avuto il pregio di risolvere gli annosi dubbi, oramai superati, circa il nesso causale nei cd. reati aggravati dall’evento, reati che, stando alla dottrina maggioritaria di un tempo, si riteneva esser sempre connotati da un primo reato condito con una circostanza aggravante, la quale, per esser ascritta all’autore del reato, necessitava di un collegamento eziologico certificabile grazie ad un giudizio di astratta idoneità del reato a cagionare quale conseguenza, quand’anche non voluta, una determinata ricaduta fattuale (ossia l’evento qualificante il reato).

Ma più in genale la causalità adeguata evita di giungere al paradossale esito – sottolineato da una nutrita dottrina- per cui un evento di reato trovi nel concepimento del reo un proprio antecedente, in quanto, se è innegabile che il concepimento sia un antecedente naturalistico, è altrettanto chiaro che non possa definirsi causa del reato ex art 40 cp.

Tuttavia la causalità adeguata ha avuto meno accreditamento in giurisprudenza rispetto alla teoria della cd. causalità umana, la quale comunque si offre come correttivo alla condicio sine qua non pura, tuttavia spostando la prospettiva sul concetto di dominabilità degli eventi da parte dell’uomo. Secondo la tesi della causalità umana, la catena causale che collega l’azione umana al reato si spezza dinanzi a quegli eventi che, secondo un giudizio di astratta prevedibilità ed evitabilità, non possano essere dominati dall’uomo, il quale, in tale ultima ipotesi, si pone come passivo spettatore di un cd. decorso causale atipico che non consente di collegare alla propria sfera comportamentale l’evento finale di danno o pericolo.

A ben vedere, causalità umana e causalità adeguata solo in apparenza esprimono concetti diversi, poiché l’intento comune è quello di utilizzare le leggi probabilistiche quali criteri per capire se l’evoluzione degli eventi, naturalisticamente scaturenti dalla condotta umana, sia in definitiva comunque ancorabile ad essa oppure se, piuttosto, non sia ricollegabile a fatti che, non astrattamente prevedibili quali esiti del proprio comportamento, restano quindi scevri di collegamento con l’originaria condotta.

Più precisamente, causalità umana e causalità adeguata sono due correttivi che ci consentono di capire se i fatti si siano svolti secondo un decorso causale cd. tipico, nel senso che l’evoluzione degli eventi sia stata la logica e frequente conseguenza di quel preciso agire umano, oppure secondo un decorso causale atipico, ove invece si siano verificati eventi che generalmente non prendono origine da certi antecedenti e che dunque restano al di fuori di una sfera di controllabilità umana, come potrebbe accadere quando ad esempio, una condotta “lievemente” violenta dia luogo a risvolti inaspettati e dunque non astrattamente prevedibili poiché degenerati in conseguenze gravissime per il destinatario.

Il dibattito sul nesso causale, tuttavia, è un dibattito mai sopito, poiché se è vero che le dogmatizzazioni fino ad ora esposte sono state esaustive rispetto al reato commissivo, ossia il genus di reato su cui si impianta la maggior parte degli articoli del codice penale, non è parimenti condivisibile tale riflessione per quanto concerne invece i reati cd. omissivi (in particolare i reati omissivi impropri) i quali, soprattutto recentemente, stanno conoscendo una rapida esplosione.

Mentre infatti l’azione implica la sussistenza di una condotta in senso naturalistico prima ancora che giuridico, e dunque il ragionamento a ritroso che va dall’evento alla condotta iniziale consente di pervenire a sicure (o altamente probabili) conclusioni, nel reato omissivo si è dinanzi ad una non-azione, ossia ad un comportamento che ontologicamente non lascia traccia di sé, sicchè si innesta il rischio che il nesso causale venga accertato sulla base di mere presunzioni o soggettivismi.

Dopo numerosi dibattiti circa la causalità omissiva, ed in particolare circa la causalità omissiva impropria afferente quei reati per cui va aprioristicamente accertato che l’agente debba rivestire una posizione di garanzia rispetto alla vittima del reato ex art 40 co2, le SSUU Franzese, con la storica sentenza del 2002, che tutt’oggi fa scuola in materia, hanno osservato che l’accertamento causale nei reati omissivi non può essere meno preciso di quello condotto per le condotte attive; infatti nei reati omissivi va condotto un doppio accertamento circa la causalità, poiché bisogna innanzitutto accertare –secondo la condicio sine qua non temperata dalla causalità umana- che l’omissione sia antecedente causale dell’evento di danno o pericolo, e poi, in seconda analisi, va compreso se sia astrattamente ammissibile una condotta attiva, e dunque opposta all’omissione verificatasi, che avrebbe potuto salvare la vittima dal reato prodottosi (cd. condotta alternativa lecita).

Trattasi dunque di un cd. giudizio controfattuale del tipo “se…allora”, avente natura ipotetica e dunque richiedente una prognosi postuma ex post, in virtù del quale l’interprete si serve delle leggi scientifiche e, ove assenti queste ultime che son decisamente rare, delle leggi probabilistiche, al fine di capire innanzitutto se sia altamente probabile che da quell’omissione sia disceso quell’evento e poi se sia anche altamente logico tale ragionamento, calando in un secondo momento l’ipotesi astratta nel caso concreto.

In ultimo e dopo aver verificato la presenza di un collegamento causale, ricorrerà il secondo giudizio controfattuale, stavolta ex ante, concernente la sussistenza della colpevolezza del reo nel quod minimum della colpa, che però richiede dei coefficienti percentualistici della prevenibilità ed evitabilità dell’evento certamente più bassi di quelli richiesti per il nesso causale.

In definitiva, è necessario sapere che per l’ accertamento del nesso causale afferente qualsiasi reato l’alta probabilità statistica deve esser traguardata dall’alta probabilità logica, sicchè si può utilizzare una legge probabilistica che non abbia un’altissima percentuale di riscontro circa il dato che a quella causa consegua una determinata conseguenza, purchè comunque logicamente quella ricostruzione permetta di escludere la sussistenza di ogni altra condotta alternativa, abbandonando ogni ragionevole dubbio e apprestandosi ad irrogare una giusta sanzione (sempre che vi sia anche l’elemento soggettivo della colpevolezza nella forma minima della colpa come statuito dalla corte cost n. 364/1988 e giurisprudenza successiva).

Nell’indagine ricostruttiva del nesso causale, tuttavia, non di rado si insidia un dubbio circa la ricostruzione corretta della catena eziologica quando, sussistendo concause presenti nel medesimo decorso causale, non è sempre agevole comprendere se siano autosufficienti o meno a porsi come unica e vera causa dell’evento di reato.

La preliminare indagine circa il regime delle concause si pone quale prodromica al fine di esaminare il tema delle malattie multifattoriali, poiché – come si dirà- è prioritario stabilire quando il nesso causale originario sia inficiato dinanzi ad una concausa sopravveniente, e quando invece la compresenza di altri antecedenti causali non alteri la catena ricostruttiva frattanto perfezionatasi.

Il tema delle concause viene affrontato dal legislatore all’art 41 cp con due commi.

Al primo comma il legislatore si è preoccupato di assicurare l’interprete che ove sul fatto di reato si innesti l’ombra di concause, che non di rado costituiscono la cornice di una condotta umana, queste non siano comunque idonee a rompere il nesso causale esistente tra azione umana e reato, indipendentemente dal fatto che tali concause siano sopravvenute, concomitanti o preesistenti rispetto all’evento.

Tuttavia al secondo comma il legislatore corregge il tiro, in quanto precisa che, stante la premessa del primo comma, vi è un’eccezione sussistente tutte le volte in cui la concausa sopravvenuta sia autosufficiente nel cagionare l’evento, al punto da elidere quanto si sia verificato precedentemente. Quindi, in definitiva, di regola le concause non rompono il nesso causale, a meno che non siano sopravvenute e talmente pregnanti nel cagionare l’evento che tutto ciò che sino a quel momento si sia innestato come antecedente logico finisce per non assumere più rilevanza, imponendosi la concausa sopravvenuta quale unica vera causa dell’evento.

Tuttavia, numerosi dubbi interpretativi sono sorti per cercare di capire quando una concausa sia autosufficiente a cagionare l’evento, ed a tal proposito si sono scontrate due prospettive dicotomiche.

Secondo la prima tesi, le concause autosufficienti sono quegli eventi autonomi rispetto al decorso causale già prodottosi, sicchè la mancanza di un legame con quanto già accaduto nobilita queste concause al punto da far si che l’evento finale possa considerarsi cagionato esclusivamente dalla causa sopravveniente.

Un caso non infrequente viene dato dalla condotta del terzo che sopraggiunga quando una condotta aggressiva da parte di un soggetto sia già iniziata, ma non abbia prodotto l’evento finale, essendo poi questo dipeso dalla condotta del terzo estraneo inizialmente alla vicenda; un esempio sussiste nell’ipotesi del ladro che, intenzionato ad uccidere il soggetto appena derubato, finisca per assistere alle lesioni contro il derubato ad opera di un terzo, estraneo alla condotta di furto, improvvisamente insorto sulla scena del crimine per aggredire il derubato. Ed ancora si pensi al caso fortuito che abbia innestato un decorso causale completamente imprevedibile, spezzando gli eventi iniziali che si ponevano come antefatti dell’evento.

Tuttavia questa prima tesi, sebbene molto fedele al dato letterale, non convince poiché si argomenta che il co 2 art 41 sembrerebbe una inutile ripetizione di principi già ricavabili dall’art 40 cp, sicchè a ben vedere si tratta piuttosto di capire come l’intento del legislatore era quello di arricchire i principi già dati. Da tale critica prende spunto la seconda tesi in virtù della quale le circostanze cui si riferisce il legislatore non siano solo le circostanze cd. autonome, ma anche quelle interdipendenti ossia innestantesi su un decorso causale in atto e legate evidentemente ad esso.

Infatti la relazione al codice penale cita tra gli esempi di concause ex 41 co 2 l’ipotesi di scuola del soggetto che, vittima di una lieve aggressione, durante il trasporto in ambulanza, muoia per un incidente imputabile al conducente, sicchè sarebbe irragionevole addebitare la conseguenza della morte all’aggressore essendo questa causalmente riconducibile all’incidente tra autovetture.

La giurisprudenza, a ben vedere, è decisamente ondivaga sul punto, poiché in alcuni casi sembra ignorare completamente decorsi causali inficiati da sopravvenienze importanti al fine di non disperdere la responsabilità del primo agente, mentre in altre ipotesi riconosce la portata di concause sopravvenute ed autosufficienti, sicchè tende ad elidere ciò che sia accaduto in precedenza. Ad esempio, mentre in presenza di alcuni errori medici importanti ma innestantesi su precedenti eventi di reato (aggressioni, tentati omicidi etc.) la giurisprudenza ha comunque escluso che l’errore medico fosse una concausa autosufficiente a rompere il nesso tra aggressione/tentato omicidio ed evento lesivo, in altri campi è stata più fedele alla seconda tesi dottrinaria appena ricostruita, a dimostrazione del fatto che non sussiste un univoco orientamento giurisprudenziale.

Un terreno di scontro tra le due tesi appena richiamate è proprio quello delle cd. malattie professionali.

Per malattia professionale si intende una modificazione della propria integrità psico-fisica cagionata dall’esercizio di un’attività lavorativa, ove vanno distinte le ipotesi in cui il lavoro costituisce occasione per il verificarsi del fatto piuttosto che non la vera e propria ragione del verificarsi della lesione al bene giuridico protetto.

Numerosi dibattiti sorgono con riferimento a quelle ipotesi in cui il lavoratore, in occasione della propria attività lavorativa, incappi in un infortunio sul lavoro e non sia chiaro se l’evento vada imputato ad un comportamento omissivo del datore, ad esempio riscontrabile nell’aver realizzato il reato ex 451 cp per omissione colposa di cautele da cui poi sia discesa la lesione, oppure se il comportamento colposo del lavoratore possa esimere il datore dal rispondere penalmente. Dunque il problema è cercare di capire se il concorso colposo della vittima del reato possa annullare il previo decorso causale nascente dalla negligenza del datore ex 41 co 2 cp, oppure resti soltanto una concausa sopravvenuta incapace di rompere il nesso causale già in atto ex art 41 co 1.

Sul dibattito irrompe la normativa antinfortunistica del 2008 che, pur parlando genericamente di auto-responsabilità del lavoratore dipendente, carica di un importante incombenza il datore di lavoro, il quale- in qualità titolare di una posizione di garanzia verso i propri dipendenti ex art 40 cp - è tenuto a molteplici cautele atte a prevenire il verificarsi di pericoli e/o danni sul lavoro.

Per tale ragione, la giurisprudenza ha prodotto numerose sentenze in cui spiega che il concorso colposo del lavoratore, il quale sia stato a propria volta negligente nel prendersi cura della propria salute (ad es non indossando la mascherina di protezione dalle polveri pericolose), non si possa intendere quale concausa autosufficiente a spiegare il danno, il quale resta comunque riconducibile al datore per aver omesso dei comportamenti che, ove attuati, avrebbero ragionevolmente evitato le conseguenze postume, e sempre che ad egli si possa muovere un rimprovero in termini di colpevolezza.

Pertanto, il concorso colposo del lavoratore, secondo la giurisprudenza attuale, giustifica al più una riduzione del carico penale in favore del datore ex 133 cp, ma comunque non spezza quanto accaduto (o meglio, non accaduto) in precedenza a meno che il lavoratore non abbia avuto una condotta talmente abenorme, e dunque imprevedibile, da non rientrare in un giudizio di astratta prevedibiità dell’evento.

Numerose critiche son piovute da parte della dottrina che, giustamente, ha notato come negare l’importanza di un gesto negligente(e spesso determinante) del lavoratore-dipendente nella ricostruzione della causalità significa, a ben vedere, dimenticare che l’evento finale sia proprio causa, spesso, di tali negligenze, con il rischio di caricare di una cd. responsabilità di posizione il datore di lavoro.

Tuttavia, al contempo, è vero anche che gli orientamenti giurisprudenziali si apprestano ad esser molto severi nei confronti del datore di lavoro in virtù del fatto che costui riveste oggettivamente una posizione di garanzia che, ai sensi dell’art 40 cp, lo rende penalmente punibile poiché aveva l’obbligo giuridico di impedire un determinato evento.

Ecco perché invece in altri settori, ove il soggetto agente manchi di rivestire una posizione di garanzia rispetto alla vittima del reato che concorra colposamente, gli interpreti riconoscono molto più facilmente all’evento sopravvenuto (la condotta colposa della vittima) l’idoneità a porsi come causa autosufficiente dell’evento ex 41 co 2; si pensi alla materia degli incidenti stradali, ed in particolare all’improvviso attraversamento del pedone con il semaforo rosso che cagiona l’investimento da parte dell’automobilista: la condotta colposa della vittima di un investimento automobilistico è molto più facile da configurare quale concausa autosufficiente nel cagionare l’evento rispetto alla condotta del “presunto” autore del reato, poiché l’automobilista a ben vedere non riveste una posizione di garanzia rispetto al pedone, ma al più un mero obbligo di attivazione postuma rispetto all’insorgere del pericolo, sicchè la negligenza del pedone assume un peso importante tale da escludere il nesso causale a favore dell’automobilista.

Sempre con riferimento alle malattie professionali, un terreno di scontro importante è sorto oggi con riferimento alle cd. malattie multifattoriali, ossia quelle malattie legate a cause plurime, in parte sconosciute e sorgenti a seguito dell’esercizio protratto nel tempo di un’attività lavorativa che sia stata poi determinante, almeno in apparenza, a cagionare lesioni permanenti od anche la morte del lavoratore.

Il problema sorge perché le malattie multifattoriali - quali ad esempio i fenomeni di cancerogenesi insorgenti a seguito di un contatto frequente con l’amianto ed altre polveri dannose- presentano già di fondo un evidente criticità, ossia quella di poter nascere da più cause scatenanti; a questa criticità si aggiunge il fatto che talvolta tali malattie colpiscono persone già avvinte da condizioni di salute particolari, o comunque aventi abitudini di vita nefaste che rendono precario un giudizio di certezza nel ricostruire un nesso causale oltre ogni ragionevole dubbio.

In questo ambito l’interprete è tenuto ad indagare se le acquisizioni in tema di nessuno causale possano reggere dinanzi al fenomeno delle cd. malattie multifattoriali.

Si pensi ad un operario avvinto dall’abitudine del fumo che poi, esposto alle polveri di amianto, contragga un tumore al polmone per lui fatale: sulla base delle coordinate delle SSUU Franzese, è difficile che in questo caso l’interprete possa affermare con alta probabilità statistica e logica che la morte sia correlata ad una responsabilità omissiva del datore di lavoro nel non aver disposto le opportune cautele atte ad evitare l’evento morte, poiché è ampiamente sussistente il ragionevole dubbio che, anche ottemperando a tali cautele, il soggetto sarebbe comunque morto a causa del tabagismo.

Dunque la tesi condizionalistica poi temperata dalla causalità adeguata ed umana, non rende possibile ricostruire, in questi casi, un nesso causale tra esposizione ad amianto e cancro con una alta credibilità logica.

Le medesime perplessità circa l’accertamento del nesso causale ricorrono quando l’ipotesi di morte a seguito di esposizione fattori di rischio coinvolga soggetti in (apparenti) buone condizioni di salute, improvvisamente manifestanti una patologia che i civilisti definiscono danno lungolatente, ossia presente nel corpo da tempo ma manifestantesi improvvisamente sull’individuo ed implicante effetti nefasti sulla salute di costui.

La casistica odierna è oberata da esempi di questo tipo, poiché non di rado nelle aule di giustizia si discorre della responsabilità omissiva datoriale, già complessa nel proprio accertamento, rispetto a fenomeni lesivi - sia di danno, che di pericolo- in danno alla salute dei dipendenti che abbiano manifestato tardivamente una patologia comunque correlata all’attività lavorativa.

Non è possibile dare una soluzione univoca, poiché la singolarità dei casi e delle situazioni renderà necessarie risposte adeguate di volta in volta, tuttavia è doveroso dire che il problema di fondo comune alle ipotesi ora enucleate risiede nel fatto che i fondamenti scientifici, utilizzati quale appiglio per la sussistenza causale, non sono leggi scientifiche bensì soltanto indagini epidemiologiche: le indagini epidemiologiche sono ricerche statistiche (come l’indagine “terra dei fuochi”) circa la verificazione di una patologia in una determinata area, che possono risultare insufficienti ai fini dell’accertamento causale ove la comunità scientifica non accrediti tali ricerche, e dunque non ne confermi la dimostrabilità empirica.

Ciò significa che in tutte quelle ipotesi in cui non ci sia una saldo riscontro scientifico circa il dato che una malattia multifattoriale -quale il cancro ad esempio- possa essere idonea a cagionare quell’evento a fronte di un’alta probabilità prima statistica e poi logica, un nesso causale ex art 40 cp non sussiste, in quanto la giurisprudenza è ferma nel dire che la mera possibilità circa la causazione di un evento non può bastare nel diritto penale, connotato da esigenze sanzionatorie non soltanto repressive ma anche rieducative ex 25 Cost.; è noto che una pena possa esser percepita quale giusta dalla collettività soltanto se sia irrogata sulla base di un accertamento di colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio, mentre un consistente dubbio si inserisce in tutte le indagini epidemiologiche che non sempre spiegano, con un alto livello di credibilità logica, le relazioni causa-effetto.

Inoltre deve sottolinearsi come l’insorgere di una malattia multifattoriale non sia sintomatico di una certa relazione causa-effetto tra condotta dell’agente ed evento di reato, poiché il verificarsi di un’esposizione ad un fattore di rischio, che sulla base di un accertamento possibilistico sarebbe pur astrattamente capace di slatentizzare la patologia, può configurarsi quale concausa sopravvenuta ma non sicuramente autosufficiente nell’aver cagionato l’evento rispetto ad un decorso causale già in atto (ad esempio il tabagismo acclarato del lavoratore, oppure la residenza in un luogo ad alta incidenza tumorale a causa di eterogenei fattori di rischio, una predisposizione genetica etc.). Pertanto ai sensi dell’art 41 co 2, l’esposizione al fattore rischioso, quale ad esempio le polveri libere dell’amianto respirate sul luogo di lavoro a causa di omesse cautele datoriali, non è il solo antecedente causale in grado di espellere tutte le altre ragioni addotte a titolo di concause.

Differentemente, ove l’accertamento si sposti in sede civilistico-risarcitoria, la giurisprudenza oggi è compatta nel dire che il giudizio civile richiede un nesso causale molto più labile improntato al criterio del “più probabile che non”, poiché è chiaro che il diritto civile risponde ad un’esigenza diversa dal diritto penale, ossia dare risposte riparatorie efficienti al soggetto danneggiato e non già di porre sull’agente una giusta sanzione per il reato accertato oltre ogni ragionevole dubbio, obiettivo cui tende invece il diritto penale.

A confermare tale dicotomia tra il nesso causale civilistico e penalistico sul tema delle malattie multifattoriali è stata una recente Cassazione penale del 2010, nota quale sentenza Cozzini5, che ha posto un argine al rischio che le ricerche statistiche prive di un severo riscontro scientifico fossero, per la suggestione resa dalle numerose verifiche epidemiologiche oggi in atto sul tema, sempre e comunque la spiegazione (spesso labile) tramite cui ricostruire un nesso causale tra agente e reato.

Tale arresto giurisprudenziale, interrogatosi sull’annoso tema dell’esposizione ad amianto, ha infatti precisato come, al fine di verificare la sussistenza del legame eziologico, sia necessario accertare che presso la comunità scientifica sia sufficientemente radicata una legge scientifica in ordine all’effetto verificatore o acceleratore provocato dall’esposizione al fattore di rischio; inoltre, precisa

ancora la Corte, va precisato se si tratti di una legge universale oppure una mera legge statistica (come generalmente accade in questa ipotesi), poiché in tale secondo caso l’accertamento diviene più complesso; in ultimo, bisogna comunque verificare che l’esposizione al fattore rischioso, se pur non abbia determinato l’evento, abbia almeno verificato una accelerazione, ossia reso più vicino nel tempo l’effetto finale, sussistendo anche in questa ipotesi un nesso causale.

Il problema, dalla difficile risoluzione pratica, è tornato a manifestarsi in tutta la sua complessità allorquando il caso di esposizione da amianto del lavoratore affetto da tabagismo sia stata analizzato dalla Cassazione nel 2013. La suprema Corte precisa che in presenza di incertezze scientifiche, ed a fronte di una malattia oggettivabile cagionabile da eterogenee cause delle quali alcune soltanto siano note, non potrà mai esservi responsabilità datoriale per aver attentato alla salute del proprio dipendente - con responsabilità omissiva- quando per l’interprete non sia possibile escludere tutti i fattori alternativi. In altri termini, poiché l’interprete non esclude che l’evento sia stato provocato da cause ignote così come da tabagismo acclarato, dunque il datore di lavoro non è mai colpevole .

Questa sentenza è dirompente sul tema di cui alla nostra attenzione, poiché sembra dire che in presenza di malattie multifattoriali l’accertamento della responsabilità del datore di lavoro è praticamente una prova impossibile, dunque una probatio diabolica.

Pertanto, nonostante le Cassazioni sopra citate siano perfettamente coerenti con le premesse delle SS UU Franzese, l’interprete è oggi tenuto a chiedersi se tuttavia questa rigidità non rischi di lasciar sussistenti ingenti zone franche nel sistema penale, alla luce di fenomenologie sempre più frequenti del tipo appena vagliato che di fatto innestano una sfiducia nei consociati, che percepiscono come ingiusta la mancata risposta punitiva dell’ordinamento nei confronti di coloro (datori, amministratori, responsabili, sorveglianti e comunque titolari di posizioni di garanzia) che abbiano permesso l’alterazione delle condizioni di salute di lavoratori – e non solo- per lungo tempo esposti a fattori di alto rischio.

Una soluzione che qui si intende proporre potrebbe esser quella di configurare le fattispecie lesive non già come reati di evento (lesioni, omicidio) bensì come reati di pericolo, stante che in queste ipotesi la ricerca epidemiologica consente di dimostrare che la condotta dell’agente abbia incrementato il pericolo di attentato alla incolumità dei destinatari, indipendentemente dalla produzione dell’effettivo evento dannoso. E l’ausilio potrebbe provenire dagli art 434 e 449 cp in tema di disastro ambientale, quando naturalmente il reato assuma la portata di evento distruttivo dalle proporzioni straordinarie.

Detto altrimenti, il ricorso alla contestazione di reati d’evento, fondati sull’accertamento della causalità individuale - ossia della condotta di reato quale collegata eziologicamente all’evento di danno per il singolo destinatario- pare una iter sempre meno percorribile; infatti sin quando la conoscenza eziologica che la comunità scientifica medica sia in grado di fornire rispetto alle patologie oncologiche ha natura solo epidemiologica, la ricerca di un nesso individuale tra l’esposizione al fattore di rischio e l’insorgere della patologia nel singolo lavoratore è operazione quasi sempre destinata all’insuccesso.

Per evitare un vulnus di tutela, è possibile dunque richiamare l’art 449 cp – per il disastro ambientale colposo- e l’art 434 cp -ove doloso- in quanto la Cassazione 7 ha precisato che ai fini della configurabilità del disastro ambientale non sia necessario che dalla condotta pericolosa sia discesa necessariamente la lesione fisica o la morte di plurimi individui, bensì che ne sia disceso un pericolo grave per la salute collettiva: in tal senso si identificano danno ambientale e disastro ove vi sia stata una attività di contaminazione di siti destinati ad insediamenti agricoli ed abitativi con sostanze pericolose per la salute umana, la quale abbia assunto durata ed intensità tali da assumere una offensività grave e complessa.

Infatti, come pure ribadito dalla Cassazione recente del 2012, da un punto di vista probatorio è richiesta l’effettività della capacità diffusiva del nocumento che deve esser accertata in concreto con valutazione ex ante, e certamente la qualificazione di grave pericolosità non viene meno allorchè eventualmente l’evento dannoso non si sia verificato; ciò perché si tratta pur sempre di un reato di pericolo comune che richiede per la propria sussistenza soltanto la prova che ne derivi una messa in pericolo per la pubblica incolumità, e non necessariamente che ne consegua un danno.

Indubbiamente un’ indagine epidemiologica, dimostrando che in un consistente numero di ipotesi l’antecedente rischioso- quale ad esempio l’esposizione alle polveri da amianto- cagioni una conseguenza nefasta quale la messa in pericolo (e non necessariamente anche l’evento morte), può essere posta a base di un accertamento causale ex 40 cp, consentendo ai danneggiati di ottenere una risposta sicura alle proprie istanze di tutela, ed al sistema sanzionatorio di poter assumere credibilità nei consociati fin tanto che il progresso scientifico non sia in grado di dimostrare con certezza, o con alta probabilità, ciò che oggi può sussistere soltanto quale mera ipotesi statistico-probabilistica.

Al contempo persiste una criticità, poiché i reati ex 434 e 449 cp presentano dei brevissimi termini prescrizionali – 5 anni- rispetto alle più lunghe prescrizioni dei reati di lesioni ed omicidio, quest’ ultimo chiaramente imprescrittibile, sicchè, dinanzi alla notoria lungaggine dei tempi processuali medi in Italia, vi è un alto rischio che gli addebiti contestati cadano in prescrizione.

Note:

1 Così Mantovani F, Diritto penale parte generale , VII edizione, 2011, CEDAM

2 Come sancito dalla giurisprudenza costituzionale n. 364/1988 & 1058/1988 in poi

3 Si pensi a tal proposito alla importanza resa nell’accertamento del nesso causale dalle scoperte scientifiche in tema di impronte digitali e DNA, sicchè l’accertamento causale tra condotta ed evento è oggi risolto in un gran numero di casi grazie a leggi scientifiche prima non conosciute dalla comunità scientifica.

4 in tal senso SSUU n. 531/2008, proprio in tema di danno lungolatente

5 Cass., IV sez. penale n. 43786/ 2010

6 Cass penale 29 gennaio 2013, n.4489

7 Cass penale, sez IV, 9 marzo 2009, n. 18974

 

 

BIBLIOGRAFIA:

Garofoli R., Manuale di diritto penale. Parte generale, 2014, Neldiritto Editore

Garofoli R., Manuale di diritto penale. Parte speciale, 2014, Neldiritto Editore

Mantovani F., Diritto penale, CEDAM, 2012

Fiandaca G. – Musco E., Diritto penale. Parte generale, 2013, Zanichelli

Fiore S., Diritto penale. Parte generale, 2011, Utet Giuridica

8 Cass Penale, sez. IV, 14 marzo 2012, n.18678


Dott.ssa Anna Paola Sannino
praticante avvocato; specializzanda in professioni
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