Figli - sostituzione dei termini - Art. 205 del D.LGS N° 14 del 2013 - Legge n° 219 del 2012
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Articolo del 11/12/2013 Autore Avv. Maria Cristina Morganti Altri articoli dell'autore


       “I FIGLI, L’ART. 205 DEL DLGS N° 14 DEL 2013  - LA SOSTITUZIONE DEI TERMINI-“

 

Fino a pochi mesi fa i figli non erano affatto: “tutti uguali di fronte alla legge”. Le tipologie di figlio peraltro, mutavano non a seconda delle scelte e delle condizioni loro proprie, ma dei loro genitori. Esistevano dunque: “Figli Legittimi” (nati all’interno di un regolare Matrimonio), “Figli Adottivi” (nati all’interno del matrimonio come i Legittimi, ma non “figli biologici” dei loro genitori), “Figli Naturali” (nati fuori dal Matrimonio, riconosciuti alla nascita o in seguito, da uno o entrambi i genitori), “Figli Legittimati” (alla nascita “Naturali”, regolarizzati dal susseguente Matrimonio dei genitori), “Figli Adulterini” (nati in costanza di Matrimonio di almeno un genitore con un terzo soggetto) e “Figli Incestuosi” (nati da una relazione tra due soggetti, legati tra loro da vincoli di sangue o giuridici). Di fatto, però, solamente i figli cosiddetti “Legittimi” erano pienamente riconosciuti e tutelati dallo Stato. I figli appartenenti alle altre categorie infatti avevano diritti affievoliti in tema di cognome, mantenimento, parentela, successione ereditaria.

Fortunatamente, ora tutto questo è alle nostre spalle; come disposto dalla Legge n° 219 del 2012 infatti, dall’entrata in vigore del Decreto Legislativo n° 14 del 12.07.2013, persino ogni “differenziazione terminologica” tra i cittadini è venuta definitivamente a cadere: tutti d’ora innanzi saranno definiti sempre e solo “Figli” e ogni ulteriore aggettivazione: “ovunque presente nella legislazione vigente” è stata sostituita o soppressa. Peraltro, per quanto attiene ai cosiddetti “Figli Incestuosi” (cioè: “nati da persone, tra le quali esiste un vincolo di parentela in linea retta all'infinito o in linea collaterale nel secondo grado, ovvero un vincolo di affinità in linea retta”) il legislatore ha deciso, con un espediente linguistico, di non nominarne proprio la condizione, intitolando il novello articolo 251 c.c. che li riguarda solo: “Autorizzazione al riconoscimento”.

L’art. 205 del Dlgs. n° 14 in parola, ha inoltre sostituito anche un’altra definizione giuridica rilevante: quella di “Potestà”, preferendogli: “Responsabilità”. D’altronde, il nostro ordinamento è passato negli anni attraverso varie altre parole: “Patria Potestà”, “Potestà Genitoriale”, “Potestà Parentale”, e ora “Responsabilità Genitoriale”. Evidentemente, tutti questi cambiamenti terminologici sono espressione dei numerosi mutamenti che parallelamente si producevano nella realtà individuale, familiare e  sociale degli italiani. L’originaria “Patria Potestà” del Codice Civile del 1942 era espressione del potere pressoché assoluto, esclusivamente paterno, sui figli; la successiva “Potestà Genitoriale”, introdotta dalla riforma del Diritto di famiglia del  1975, riconosceva la condivisione dei diritti e dei doveri nei confronti della prole, spettante ad entrambi i genitori; negli anni a seguire si stava affermando nell’ordinamento il termine mutuato dalla dottrina “Potestà Parentale”, ma fonte di facile confusione tra il latino “parens”: (genitore) e l’italiano “parente”: familiare in genere, fu rapidamente accantonato, in favore della precedente espressione “Potestà Genitoriale”, di  inequivoca interpretazione; infine, ora il nostro ordinamento ha deciso di elidere del tutto il vetusto: “Potestà” e di sostituirlo con il più moderno e pieno: “Responsabilità”. I genitori contemporanei non sono più chiamati infatti ad esercitare un mero “potere” sui propri figli, frutto spesso solo di un malsano desiderio di possesso, ma bensì ad essere pienamente “responsabili” del completo equilibrio e benessere psico-fisico degli stessi.

 

 


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