L'analisi di bilancio dell´impresa ai fini della partecipazione a gare d´appalto pubbliche e dell'aggiudicazione dei relativi contratti
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Articolo del 14/01/2013 Autore Fabrizio Bertora Altri articoli dell'autore


Premessa

L'analisi di bilancio, come è noto, è un processo che, tramite opportune elaborazioni del bilancio d’esercizio, si propone di esprimere una valutazione attuale e prospettica sulla situazione economica, patrimoniale e finanziaria dell’azienda oggetto di analisi. Nel complesso, essa ha un ruolo fondamentale per conoscere quello che possiamo chiamare lo stato di salute dell'impresa e costituisce un prezioso strumento manageriale per le decisioni da assumere in merito alla gestione dell'impresa stessa. All'analisi di bilancio ricorrono, infatti, tanto il management, per l’attività di gestione, quanto una pluralità di altri soggetti (attuali e potenziali, economici e istituzionali) interessati, a vario titolo, a conoscere le vicende dell’azienda stessa.

 

L'obiettivo di questo elaborato è quello di affrontare l'analisi di bilancio a fini prevalentemente informativi, con riferimento alla funzione di accertamento dello stato di salute dell'impresa per la partecipazione della stessa a gare d´appalto pubbliche e l'aggiudicazione dei relativi contratti. Come si vedrà in dettaglio, la normativa sugli appalti pubblici prevede, infatti, che le imprese che partecipano alle relative gare debbabo soddisfare, tra gli altri, specifici criteri economici e finanziari, indispensabili al fine di poter stabilire con successo un determinato rapporto contrattuale con la Pubblica Amministrazione. La corretta determinazione dei predetti criteri, da un lato, e la verifica del soddisfacimento degli stessi, dall’altro, richiedono inevitabilmente, un’analisi ad-hoc che, nel rispetto della vigente normativa di riferimento, consenta l’accertamente della capacità economica e finanziaria degli operatori economici interessati, di far fronte alle obbligazioni derivanti dal contratto d’appalto.

 

La contrattualistica pubblica

 

La Commissione europea calcola che nell’UE, il cosiddetto “Public Procurement”, vale a dire, l’insieme degli acquisti effettuati dai vari organismi pubblici nazionali negli Stati Membri, ammonti ogni anno, complessivamente, a circa il 19% del prodotto interno lordo europeo[1]. Si tratta, quindi, di un giro d’affari impressionante, di grande importanza per le economie nazionali e in grado di suscitare un notevole interesse da parte delle imprese, soprattutto, in questo periodo di grave crisi economica internazionale. Parimenti, i Governi nazionali non cessano di diffondere dati piuttosto allarmanti sulla situazione economica e finanziaria di molte imprese europee, in grandi difficoltà, proprio a causa della già menzionata crisi. Per tali ragioni, l’operatore pubblico, nel gestire i sempre più limitati fondi di cui dispone per i propri “acquisti”, deve porre particolare attenzione alla verifica della capacità economica e finanziaria dei suoi fornitori. Il rischio, infatti, è quello che la Pubblica Amministrazione sottoscriva contratti per la fornitura di beni o servizi, ovvero l’esecuzione di lavori, con imprese appaltatrici che non dispongono della capacità economica e finanziaria per far fronte alle relative obbligazioni contrattuali o che, addirittura, rischiano di non essere in grado di portare a termine il contratto stesso, trovandosi in una situazione di grave crisi finanziaria, talvolta ai limiti della bancarotta.

 

Con il termine “contrattualistica pubblica” ci si riferisce, in termini generali, a tutte le attività e procedure poste in essere dalla Pubblica Amministrazione per l’aggiudicazione ed esecuzione degli appalti pubblici. In linea di massima, gli “appalti pubblici” sono i contratti a titolo oneroso, stipulati per iscritto tra una o più Pubbliche Amministrazioni (la stazione appaltante) e uno o più operatori economici (l’appaltatore), aventi per oggetto l’esecuzione di lavori, la fornitura di prodotti o la prestazione di servizi.

 

La normativa italiana in materia di contrattualistica pubblica discende prevalentemente dalla legislazione europea, in particolare, dalle direttive comunitarie n. 17 e 18 del 31 marzo 2004, implementate nel nostro paese attraverso il decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163 e successive modificazioni[2], denominato “Codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture”, le cui disposizioni trovano applicazione anche per gli appalti non disciplinati dalle direttive europee sopra menzionate.

 

Nello specifico la direttiva europea 2004/17/CE  é relativa alle procedure di appalto degli enti erogatori di acqua e di energia, degli enti che forniscono servizi di trasporto e servizi postali, mentre la direttiva 2004/18/CE, salvo alcune precise e limitate eccezioni[3], si applica agli appalti pubblici relativi alle forniture di prodotti e servizi, nonché all’esecuzione di lavori per un valore uguale o superiore alle seguenti soglie:

 

 

Va osservato che il calcolo del valore stimato di un appalto pubblico è basato sull'importo totale pagabile al netto dell'IVA, valutato dall'amministrazione aggiudicatrice. Questo calcolo tiene conto dell'importo massimo stimato, ivi compresa qualsiasi forma di eventuali opzioni e di rinnovi eventuali del contratto.

 

In ogni caso, la normativa in materia, sia essa europea o nazionale, è volta a perseguire l’apertura al mercato e dunque alla concorrenza quale elemento essenziale, da un lato, per il raggiungimento dell’ottimizzazione della spesa pubblica e dall’altro per favorire lo sviluppo e l’innovazione delle imprese. Per il raggiungimento di tali obiettivi, le procedure d’appalto pubbliche devono essere aperte agli operatori economici interessati, rispettando obbligatoriamente i principi fondamentali di uguaglianza, non discriminazione, trasparenza e proporzionalità.     

 

In linea di principio, negli appalti pubblici che ricadono sotto la disciplina comunitaria, così come in quelli al di sotto delle soglie comunitarie, gli operatori economici interessati a partecipare alle relative gare, oltre a non doversi trovare in stato di fallimento, di liquidazione, di cessazione d'attività, di amministrazione controllata o di concordato preventivo o in ogni altra analoga situazione risultante da una procedura della stessa natura prevista da leggi e regolamenti nazionali, devono possedere la capacità economica e finanziaria necessaria ad assicurare l’osservanza delle obbligazioni contrattuali.  La corretta verifica dello stato di salute delle imprese partecipanti alle gare di appalto pubbliche é, in effetti, essenziale per il positivo esito degli appalti stessi, soprattutto in questo periodo di grave crisi economica che sta mettendo fortemente a rischio la solidità patrimoniale e finanziaria di molte aziende. La predetta verifica assume ancora maggiore rilevanza quando si devono aggiudicare contratti di elevanto valore economico o di rilevanza strategica per la stazione appaltante, la cui esecuzione puó durare anche svariati anni. In realtà, è del tutto evidente che affidare un importante appalto di lunga durata ad una impresa con limitata capacita finanziaria può mettere a rischio il successo del relativo contratto, a prescindere dalle capacità tecniche e professionali dell’impresa medesima. Ciònonostante, è necessario precisare che, in materia di appalti pubblici, il possesso o meno della capacità economico finanziaria, costituisce, in definitiva, una vera e propria condizione di partecipazione alla fase di aggiudicazione del contratto e, pertanto, in ossequio al principio di proporzionalità sancito dalla normativa comunitaria, quando si fa riferimento ad essa, questa non deve apprezzarsi in termini assoluti, analizzando la solidità patrimoniale e finanziaria dell’impresa in generale, quanto piuttosto in ragione delle obbligazioni contrattuali cui l’impresa stessa è chiamata a far fronte con i propri mezzi, non solo tecnici e professionali, ma anche, appunto, finanziari. Detta capacità economico finanziaria dovrà quindi valutarsi, in generale, rispetto al richio di insolvenza dell’impresa nel periodo di esecuzione del contratto e, nello specifico, con riferimento all’oggetto del contratto medesimo, in relazione alla capacità dell’impresa di eseguire le prestazioni previste nel capitolato d’appalto, anche eventualmente sostenendone anticipatamente i relativi costi di esecuzione. Ne consegue pertanto che un criterio economico finanziario che consideri le possibili prospettive finanziarie dell’impresa nel lungo periodo ai fini dell’aggiudicazione di un contratto di fornitura di beni, servizi o lavori da eseguirsi e concludersi nei prossimi 6 mesi potrebbe ritenersi non conforme all’attuale normativa e la relativa analisi, di conseguenza,  risulterebbe poco o per nulla rilevante ai fini della valutazione della capacità economica e finanziaria dell’impresa di far fronte alle sue obligazioni contrattuali. Al contrario, dei criteri economici e finanziari volti ad accertare che le condizioni di liquidità dell’impresa siano adeguate allo sforzo finanziario necessario a far fronte, anche anticipatamente, ai costi di esecuzione del contratto, in un quadro generale che non lasci intravedere rischi di insolvenza dell’impresa stessa nel breve periodo, risulterebbero assai più appropriati.

 

Le direttive europee prevedono che, in linea di massima, la capacità economica e finanziaria dell'operatore economico possa essere dimostrata mediante una o più delle seguenti referenze:

 

Ø  idonee dichiarazioni bancarie o, se del caso, comprovata copertura assicurativa contro i rischi professionali;

Ø  bilanci o estratti di bilanci, qualora la pubblicazione del bilancio sia obbligatoria in base alla legislazione del paese nel quale l'operatore economico è stabilito;

Ø  una dichiarazione concernente il fatturato globale e, se del caso, il fatturato del settore di attività oggetto dell'appalto, al massimo per gli ultimi tre esercizi disponibili in base alla data di costituzione o all'avvio delle attività dell'operatore economico, nella misura in cui le informazioni su di tali fatturati siano disponibili.

 

Va osservato, che le amministrazioni aggiudicatrici devono precisare, nel bando di gara le referenze probanti che devono essere presentate dai partecipanti.  L'operatore economico che per fondati motivi non è in grado di presentare le referenze chieste dall'amministrazione aggiudicatrice è autorizzato a provare la propria capacità economica e finanziaria mediante qualsiasi altro documento considerato idoneo dall'amministrazione aggiudicatrice.   Inoltre, un operatore economico può, se del caso e per un determinato appalto, fare affidamento sulle capacità di altri soggetti, a prescindere dalla natura giuridica dei suoi legami con questi ultimi. In tal caso, l’operatore economico dovrà dimostrare all’amministrazione aggiudicatrice che disporrà dei mezzi necessari, ad esempio mediante presentazione dell'impegno a tal fine di questi soggetti. Per contro, la stazione appaltante dovrà, conseguentemente, procedere alle verifiche della capacità economica e finanziaria anche nei confronti dei predetti soggetti. Questa possibilità é applicabile non solo agli aspetti relativi alle capacità tecniche e professionali richieste nel bando di gara ma anche ai requisiti economico finanziari. Alle stesse condizioni un raggruppamento di operatori economici può fare affidamento sulle capacità economiche e finanziarie dei partecipanti al raggruppamento o di altri soggetti. Il codice dei contratti pubblici italiano implementa la su menzionata direttiva europea stabilendo, all’articolo 41, che la capacità economica e finanziaria delle imprese concorrenti può essere dimostrata mediante uno o più dei seguenti documenti:

 

Ø  dichiarazione di almeno due istituti bancari o intermediari autorizzati ai sensi del decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385;

Ø  bilanci o estratti dei bilanci dell'impresa, ovvero dichiarazione sottoscritta in conformità alle disposizioni del decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445;

Ø  dichiarazione, sottoscritta in conformità alle disposizioni del decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445, concernente il fatturato globale d'impresa e l'importo relativo ai servizi o forniture nel settore oggetto della gara, realizzati negli ultimi tre esercizi;

 

In conformità alla direttiva europea, le amministrazioni precisano nel bando di gara i requisiti che devono essere posseduti dal concorrente, nonché gli altri eventuali che ritengono di richiedere. Tuttavia, si stabilisce che i bilanci o estratti dei bilanci dell'impresa non possono essere richiesti ad operatori stabiliti in Stati membri che non prevedono la pubblicazione di detti documenti. Va, in effetti, rammentato che la partecipazione alle gare d’appalto pubbliche è di regola aperta, non soltanto alle imprese italiane, ma anche a tutte le imprese comunitarie e a quelle dei paesi i cui governi sono firmatari del Governament Procurement Agreement (GPA), un accordo di reciprocità siglato nell’ambito dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. E’ dunque possibile che ci si trovi di fronte a situazioni nelle quali i documenti contabili dell’impresa non siano perfettamente corrispondenti a quelli italiani, o che tali documenti abbiano carattere meramente facoltativo. Come già accennato, se il concorrente non è in grado, per giustificati motivi, ivi compreso quello concernente la costituzione o l’inizio dell’attività da meno di tre anni, di presentare le referenze richieste, può provare la propria capacità economica e finanziaria mediante qualsiasi altro documento considerato idoneo dalla stazione appaltante. Il codice dei contratti pubblici italiano prevede, poi, l’istituto dell’avvalimento, in base al quale, al pari di quanto stabilito nella direttiva europea, un operatore economico può fare affidamento sulle capacità economiche e finanziarie di altri soggetti, a prescindere dalla natura giuridica dei suoi legami con questi ultimi. In ultimo, va osservato, che tutte le predette disposizioni trovano applicazione anche negli appalti per forniture di beni e servizi e l’esecuzione di lavori al di sotto delle soglie indicate nella direttiva europea. In questo caso però, il Codice dei contratti pubblici, all’art. 124, comma 7, prevede una disciplina dei requisiti di partecipazione, compresi quelli attinenti la capacità economica e finanziaria, analoga a quella prevista per gli appalti comunitari, ma improntata a criteri di semplificazione rispetto alle norme dettate dal Codice medesimo per questi ultimi.

 

Va osservato, che il Codice dei contratti non fornisce un’elencazione tassativa dei requisiti di capacità economica e finanziaria, ma si limita a formulare alcune indicazioni relative ai fatti che possono dare prova della capacità in questione. Analizzando nel dettaglio i predetti mezzi di prova, come indicati nel Codice, con riguardo alle dichiarazioni di almeno due istituti bancari o due intermediari autorizzati, emerge il problema di capire quale sia il contenuto che tali dichiarazioni debbono avere per potere essere ritenute conformi alla disposizione, già menzionata in procedenza, che ad esse fa riferimento. Va precisato che, a giudizio della giurisprudenza[4], non è necessario che le dichiarazioni contengano elementi riguardanti la consistenza economico-finanziaria delle imprese. Al contrario, è sufficiente anche il solo riferimento alla qualità del rapporto in atto tra gli istituti bancari o gli intermediari autorizzati e le imprese medesime. Con riferimento, invece, alla richiesta del fatturato globale e dell’importo relativo ai servizi o forniture nel settore oggetto della gara, realizzati negli ultimi tre esercizi, con eventuale indicazione di un ammontare del fatturato al di sotto del quale è preclusa la partecipazione,  occorre precisare che al fine di determinare correttamente le predette soglie, la stazione appaltante dovrà avere riguardo al valore dell’appalto ed alle specifiche peculiarità dell’oggetto della gara. In particolare, sono da evitarsi decisioni che possano risultare illogiche, irragionevoli o sproporzionate, tali da ledere il principio di concorrenza limitando artificiosamente la partecipazione degli operatori economici alla gara. Ciò detto, ne consegue che tali criteri economici e finanziari appaiono esclusivamente idonei a accertare, almeno in parte, rispettivamente, la qualità del rapporto bancario in atto ed eventualmente, la positiva capacità di accesso al credito in ragione della certificata puntualità negli adempimenti assunti con gli istituti bancari ovvero con gli intermediari autorizzati, nonché l’esistenza di un congruo volume di affari annuo che faccia presupporre, a sua volta, l’esistenza di una adeguata capacità di gestione economica e finanziaria dell’impresa, con particolare riguardo all’oggetto dell’appalto. E’, dunque, di tutta evidenza, che soltanto l’analisi di bilancio consente, sempre con riferimento alle obbligazioni derivanti dal contratto d’appalto, una esaustiva verifica dello stato di salute dell’impresa, che tenga conto, in particolare della sua solidità patrimoniale, solvibilità e liquidità.  In effetti, quando si affrontano progetti complessi quali, ad esempio, le grandi opere infrastrutturali, che spesso compartano la partecipazione  d’imprese multinazionali o grandi raggruppamenti industriali, la verifica del possesso dei requisiti di capacità economica e finanziaria da parte degli operatori economici partecipanti alle relative gare d’appalto rappresenta, sempre più spesso, un esercizio assai complesso che non puó limitarsi al controllo di alcune informali lettere bancarie di referenza o asettiche dichiarazioni sul fatturato annuale ma che, al contrario, richiede, in primis,  un’attenta determinazione di criteri economici e finanziari, proporzionati alle caratteristiche del contratto d’appalto, nonché un’approfondita analisi del bilancio d’esercizio, quale principale strumento informativo e conoscitivo, in grado di evidenziare con chiarezza, oggettività e affidabilità i livelli di solidità patrimoniale, liquidità e, ove necessario di redittività delle imprese partecipanti nonché le relative prospettive finanziarie, al fine di accertare in modo univoco il pieno soddisfacimento dei predetti criteri economici e finanziari.

 

Il Bilancio d'esercizio

 

Il bilancio d’esercizio rappresenta, dunque, tra quelli previsti dalla normativa, il principale strumento informativo che le stazioni appaltanti possono richiedere di presentare alle imprese partecipanti a una gara d’appalto pubblica al fine di verificare il possesso, da parte delle stesse, dei requisiti economici e finanziari ritenuti neccessari a far fronte alle obligazioni contrattuali. E’ necessario, dunque, approfondire le caratteristiche del bilancio, sia civilistico, sia riclassificato con l’obiettivo di fornire gli elementi necessari affinché anche il non-professionista dell’analisi finanziaria, possa ricavarne le informazioni utili alla valutazione dello stato di salute dell’impresa. In effetti, la conoscenza, da parte dell’operatore pubblico, responsabile della procedura d’appalto, della struttura e del contenuto del bilancio d’esercizio, delle norme e dei principi cui la sua redazione deve attenersi è fondamentale, non soltanto per la verifica di cui sopra, attraverso l’analisi del bilancio stesso, ma anche e, soprattutto, per poter definire, in sede di preparazione della gara d’appalto, criteri chiari, oggettivi e proporzionati, atti a dimostrare il possesso, da parte delle imprese partecipanti, di una capacità economica e finanziaria adeguata a fronteggiare le obbligazioni derivanti dal contratto d’appalto.

 

Svolgere una corretta analisi di bilancio dell’impresa, finalizzata a valutare la possibilità di partecipare a gare d´appalto pubbliche e l'eventuale aggiudicabilità dei relativi contratti richiede, inevitabilmente, un’adeguata conoscenza della struttura e del contenuto che il bilancio stesso deve soddisfare.  Senza la pretesa di approfondire la materia con la perizia del economista, si può comunque affermare che il bilancio d’esercizio costituisce il fondamentale documento informativo che viene periodicamente redatto dagli Amministratori dell’azienda allo scopo di rappresentare in modo veritiero, chiaro e corretto la situazione patrimoniale e finanziaria della società al termine del periodo amministrativo e il risultato economico dell'esercizio. Esso rappresenta, inoltre, la gestione dell’azienda sotto il profilo della liquidità, della solidità e della redditività. Il bilancio d’esercizio è, dunque, un documento di derivazione contabile che, tuttavia, può considerarsi anche un documento di carattere legale in quanto la sua redazione è espressamente disciplinata, per le società di capitale,  dal Codice Civile a partire dall'art. 2423 e seguenti.  Detta disciplina è rivolta, essenzialmente, a tutelare gli interessi di terzi attraverso una complessa serie di disposizioni che mirano ad assicurare adeguati  livelli di informazione e trasparenza, nonché correttezza nelle determinazione dei risultati di fine periodo. Per quanto concerne quest’ultimo aspetto, va precisato, che anche le norme tributarie prevedono alcune regole in materia di redazione del bilancio, in particolare, il Testo Unico sulle imposte sui redditi (TUIR)[5], poichè proprio sui risultati del bilancio si basa la normativa fiscale per il calcolo delle imposte. E’ tuttavia forviante riferisi al bilancio d’esercio come un unico documento, esso, infatti, si compone dei seguenti documenti principali:

 

 

I predetti documenti rappresentano un sistema unitario e organico, da considerarsi in maniera strettamente congiunta.

 

Lo Stato Patrimoniale è il primo dei due prospetti obbligatori del bilancio d’esercizio, di cui gli articoli 2423-ter e 2424 C.C. ne disciplinano, salvo eccezioni[6], struttura e contenuto. Esso può definirsi come il prospetto che evidenzia, come in una istantanea e nel rispetto delle clausole generali di chiarezza e di quadro fedele, la composizione qualitativa e la consistenza quantitativa del patrimonio aziendale alla data di chiusura del bilancio d’esercizio, di regola il 31 dicembre di ogni anno. Lo Stato Patrimoniale è suddiviso in due sezioni di solito rappresentate una di fianco all’altra, a sinistra sono mostrate le attività, a destra le passività e il capitale netto (questi ultimi talvolta indicati insieme, sintenticamente, come passività). In sostanza, lo Stato Patrimoniale indica, nella sezione del passivo, da dove viene il denaro che l’imprenditore ha a sua disposizione, mentre in quella dell’attivo precisa come l’imprenditore stesso abbia investito il denaro raccolto. In altre parole, lo Stato Patrimoniale evidenzia quali sono le fonti finanziarie a disposizione e come sono stati impiegati i capitali raccolti. Di regola, le attività sono superiori alle passività e la loro differenza costituisce il cosidetto capitale proprio dell’azienda o capitale netto.  Nell’attivo dello Stato Patrimoniale sono previsti 4 grandi raggruppamenti:

 

  1. Crediti verso soci;
  2. Immobilizzazioni;
  3. Attivo circolante;
  4. Ratei e risconti attivi.

 

L'iscrizione degli elementi patrimoniali in una voce o nell'altra dipende dalla destinazione dell'investimento. Nell’attivo la distizione più importante riguarda le immobilizzazioni e l’attivo circolante. Infatti, se l’investimento è destinato ad essere utilizzato durevolmente, allora, sarà iscritto nelle immobilizzazioni, altrimenti nell’attivo circolante.   Nel passivo dello Stato Patrimoniale sono, invece, previsti cinque grandi raggruppamenti:

 

  1. Patrimonio Netto;
  2. Fondi per rischi e oneri;
  3. Trattamento di fine rapporto;
  4. Debiti;
  5. Ratei e risconti passivi.

 

In questo caso, il criterio di classificazione è rappresentato dall'origine dei mezzi finanziari: mezzi propri e mezzi di terzi. La distinzione fondamentale è tra patrimonio netto, fondi per rischi ed oneri e debiti. In particolare, i fondi che sono destinati a coprire perdite o debiti che alla fine dell'esercizio sono indeterminati nell'ammontare o incerti nella esistenza, possono essere così collocati:

 

Ø  tra le voci del patrimonio netto, se si tratta di riserve patrimoniali, di utili o di capitale;

Ø  in rettifica dei valori dell'attivo, se si tratta, ad esempio, di fondi di ammortamento;

Ø  tra la voce fondi per rischi ed oneri nei restanti casi.

 

All'interno dello Stato Patrimoniale è possibile operare una ulteriore suddivisione delle voci analitiche, senza, tuttavia, procedere all’eliminazione della voce complessiva. E’, inoltre, ammesso il raggruppamento di voci  analitiche, ma solo quando l'importo corrispondente è irrilevante e quando tale raggruppamento favorisce la chiarezza del bilancio. L’aggiunta di nuove voci analitiche è, invece, consentita quando un elemento patrimoniale non può essere compreso in alcune voci già previste dallo schema. Va, poi, precisato che se un elemento dell’attivo o del passivo ricade sotto più voci dello schema di Stato Patrimoniale, deve farsene obbligatoriamente annotazione nella nota integrativa, qualora ciò sia necessario ai fini di comprensione del bilancio. L’art. 2423-ter C.C. al quinto comma, richiede, inoltre, la comparazione delle singole voci dello Stato Patrimoniale con quelle corrispondenti all’esercizio precedente. Se del caso, le voci dell’esercizio precedente dovranno essere opportunamente adattate per consentirne il raffronto. Detta circostanza dovrà menzionarsi nella nota integrativa indicando le ragioni della non comparabilità delle voci, l’adattamento effettuato o, eventualmente, la sua impossibilità.  Il già menzionato art. 2423-ter C.C. vieta, inoltre, la compensazione contabile in bilancio delle partite (somma algebrica di valori), nella fattispecie solo quelle di natura meramente patrimoniale. In fine, va precisato che in calce allo Stato Patrimoniale devono risultare:

 

ü  le garanzie prestate direttamente o indirettamente distinguendo tra garanzie personali e reali;

ü  i rischi;

ü  i beni di terzi presso l'azienda;

ü  i beni dell'azienda presso terzi.

 

Il Conto economico è il prospetto che evidenza la composizione qualitativa e la consistenza quantitativa del risultato economico, ossia, il reddito o la perdita, conseguito dall’impresa al termine dell’esercizio. Esso deve essere redatto, rigidamente, in conformità allo schema predefinito ed al contenuto previsto dall’art. 2425 c.c. Nel dettaglio, lo schema di Conto economico prevede le seguenti voci:

 

A)    Valore della produzione;

B)    Costi della produzione;

C)    Proventi e oneri finanziari;

D)    Rettifiche di valore di attivatà finanziarie;

E)     Proventi e oneri straordinari.

 

Il primo risultato parziale ricavabile dallo schema di Conto economico è dato dalla differenza tra valore della produzione e costi della produzione  (A-B) che rappresenta il reddito operativo della gestione caratteristica dell'impresa. Il secondo dato parziale è, invece, costituito dal risultato prima delle imposte, determinato dalla somma del reddito operativo di cui sopra, i proventi e gli oneri finanziari, le rettifiche di valore di attività finanziarie, i proventi e gli oneri straordinari (A-B+C+D+E).  In fine, il risultato d’esercizio è determinato dalla differenza tra tutti i ricavi conseguiti dall’azienda nel periodo considerato e la somma di tutti i costi da essa sostenuti, evidenziando, se tale differenza è positiva un utile e, se, invece, è negativa una perdita.  In particolare, va poi osservato che il legislatore ha optato per la forma grafica del Conto economico a scalare, prevedendo, inoltre, una classificazione dei costi per natura e la distinzione dei risultati d’esercizio per aree di cui si compone l’attività dell’impresa. Lo schema di conto economico espone, così, significativi risultati intermedi, atti ad assicurare una valutazione dell’andamento specifico della gestione in termini di analisi e raffrontabilità.  Il Conto economico, dunque, pur fornendo, in primis,  il risultato d’esercizio consente anche di individuare il processo di formazione del valore generale consutivo, grazie all’esposizione di risultati parziali espressi dalle varie aree gestionali in cui si articola la sua struttura (ordinaria o caratteristica, finanziaria, straordinaria, extra-caratteristica o accessoria e tributaria).  In generale, va evidenziato che per il Conto economico, come per lo Stato Patrimoniale, valgono le stesse regole strutturali già trattate in precedenza, concernenti la rigidità dello schema, la suddivisione, il  raggruppamento, l’aggiunta e l’adattamento di voci, nonché la comparabilità dei valori. Per contro, l’ultimo comma dell’art. 2423-ter c.c. pone il veto alle compensazioni di partite, fatta eccezione per quelle giuridicamente previste.

 

 La nota integrativa, il cui contenuto è stabilito dall’art. 2427 c.c.,  costituisce parte integrante del bilancio d’esercizio e ha lo scopo di fornire ulteriori informazioni qualititive e descrittive, completando i dati dei prospetti contabili dello Stato Patrimoniale e del Conto economico, nonché motivando determinati comportamenti degli amministratori. Tra l’altro, la nota integrativa deve indicare:

 

Ø  i criteri di valutazione applicati nella redazione del bilancio d'esercizio;

Ø  i movimenti delle immobilizzazioni e l'analisi delle altre voci dello Stato Patrimoniale;

Ø  l'analisi delle voci più significative del Conto Economico;

Ø  le notizie extra contabili che hanno influenzato la gestione sociale;

Ø  l’elenco delle partecipazioni possedute direttamente o per tramite di società fiduciaria o per interposta persona, in imprese controllate e collegate, indicando per ciascuna la denominazione, la sede, il capitale, l’importo del patrimonio netto, l’utile o la perdita dell’ultimo esercizio, la quota posseduta e il valore attribuito in bilancio o il corrispondente credito;

Ø  distintamente per ciascuna voce, l’ammontare dei crediti e dei debiti di durata residua superiore ai cinque anni e dei debiti assistiti da garanzie reali su beni sociali, con specifica indicazione della natura delle garanzie e con speficica ripartizione secondo le aree geografiche.

 

La nota integrativa è dunque un prospetto numerico-descrittivo che in sostanza fornisce una serie di informazioni il cui scopo è quello di dettagliare analiticamente i valori numerici indicati nei due prospetti numerico-tabellari, lo Stato Patrimoniale e il Conto economico, accrescendone così sia il livello qualitativo, sia la capacità informativa. 

 

Altri importanti documenti relativi al Bilancio d'esercizio sono:

 

 

In particolare, è opportuno evidenziare che la relazione sulla gestione, è un documento volto essenzialmente a completare e integrare l’informativa di bilancio allo scopo di consentire una corretta lettura della situazione aziendale. Essa è disciplinata dall'art. 2428 C.C. e, in effetti, deve contenere un’analisi fedele, equilibrata ed esauriente della situazione della società e dell'andamento della gestione, nel suo complesso e nei vari settori in cui essa ha operato, anche attraverso imprese controllate, ponendo particolare attenzione ai costi, ai ricavi e agli investimenti, nonché fornendo una descrizione dei principali rischi e incertezze cui la società medesima è esposta.  La relazione del collegio sindacale è disciplinata dall'art. 2429 del C.C. ove è previsto che il collegio sindacale debba riferire all'assemblea sui risultati dell'esercizio sociale e sull'attività svolta nell'adempimento dei propri doveri nonché fare le proprie osservazioni e proposte in merito all'approvazione del bilancio d'esercizio. La relazione di certificazione si fonda, invece, sul rispetto dei principi di revisione, è redatta dal revisore e rappresenta il giudizio espresso in merito all'attendibilità del bilancio.  L'informativa supplementare comprende, essenzialmente, il prospetto delle variazioni nei conti del patrimonio netto e il rendiconto finanziario, mentre gli allegati al bilancio, relativi alle società controllate e collegate, altro non sono che le copie integrali dell'ultimo bilancio delle società controllate e di un prospetto riepilogativo dei dati essenziali dell'ultimo bilancio delle società collegate. La relazione semestrale, che è prevista dall'art. 2428 C.C.. illustra l'andamento della gestione della società. Essa deve essere redatta dagli amministratori delle società quotate in borsa entro tre mesi dalla fine del primo semestre. La relazione trimestrale illustra ugualmente l'andamento della gestione della società. Essa deve essere redatta dalle società quotate in borsa e messa a disposizione del pubblico entro 45 giorni dal termine del trimestre. In fine, il bilancio consolidato, è un documento consuntivo di esercizio, la cui principale peculiarità è che si tratta dell’unico documento contabile che permette di rappresentare la situazione economica, patrimoniale e finanziaria di un gruppo di imprese unitariamente considerato. La sua redazione è obbligatoria per le società che detengono partecipazioni di controllo in altre imprese ai sensi del D.Lgs n. 127 del 6/04/1991.

 

L’analisi di bilancio dell’impresa ai fini della partecipazione alle gare d’appalto pubbliche e dell’aggiudicazione dei relativi contratti dovrà tener conto di alcune peculiarità legate alle diverse possibilità che la normativa codicistica riconosce alle aziende di modeste dimensioni nella redazione del bilancio d’esercio. Allo stesso modo, si dovranno tenere in debita considerazione le possibili differenze esistenti nelle modalità di redazione del bilancio delle imprese appartenenti ad altri Stati membri dell’Unione europea diversi dall’Italia. 

 

Per le società minori, il codice prevede, come già accennato, la possibilità di semplificare notevolmente la redazione del bilancio d’esercizio, per questo definito, in forma abbreviata, secondo la struttura e il contenuto fissati dall’art. 2435-bis c.c.  Le semplificazioni riguardano il contenuto analitico dei prospetti di bilancio e della nota integrativa, oltre all’esonero dalla redazione della relazione sulla gestione, qualora le relative informazioni siano fornite nella nota integrativa stessa. In ogni caso, può affermarsi che il bilancio redatto in forma abbreviata fornisce comunque un’adeguata informazione sulla solidità patrimoniale, la liquidità e la redittività dell’impresa, nonché sulle sue prospettive finanziarie.

 

Per le imprese appartenenti ad altri Stati membri dell’Unione europea diversi dall’Italia, occorre rilevare che le numerose direttive europee in materia di bilancio delle imprese comunitarie, tra cui si evidenzia la direttiva CEE 78/660 sul bilancio d’esercizio e la direttiva CEE 83/349 sul bilancio consolidato,  hanno contribuito ad una forte armonizzazione delle diverse legislazioni nazionali, rendendo di agile lettura il bilancio d’esercizio tanto di una impresa italiana quanto di una, ad esempio, francese. Al processo di armonizzazione ha poi fortemente contribuito l’adozione generalizzata dei principi contabili internazionali IAS/IFRS dello IASB (International Accounting Standard Board), obbligatoria per le imprese comunitarie in forza del Regolamento dell’Unione europea 1606/2002 e seguenti.  Pertanto, oggigiorno si può ritenere che il bilancio d’esercizio di un’impresa, a prescidere dalle sue dimensioni e provenienza, assicura, di regola, un adeguato ed uniforme livello di informazione, sia verso i soci, sia verso i portatori d’interesse esterni e può, quindi, considerarsi il più significativo strumento di verifica della capacità economica e finanziaria dell’impresa ai fini della partecipazione alle gare d’appalto pubbliche e dell’assegnazione dei relativi contratti.

    

Una volta che la struttura e le caratteristiche del bilancio d’esercizio sono state adeguatamente considerate, per completare il quadro e poter così comprendere appieno la portata delle informazioni che questo fornisce sulla solidità patrimoniale e la situazione economica e finanziaria dell’impresa, occorre soffermarsi sui i principi generali e i criteri di valutazione che devono osservarsi nella redazione del bilancio stesso. In particolare, per quanto attiene ai principi di redazione, si segnala:

 

Ø  la prudenza nella valutazione delle voci di bilancio;

Ø  la continuità della gestione aziendale;

Ø  l'indicazione degli utili realizzati alla data di chiusura dell'esercizio;

Ø  la competenza economica dei proventi e degli oneri;

Ø  l'accantonamento dei rischi e delle perdite future;

Ø  l'omogeneità nei criteri di valutazione;

Ø  la costanza nell'applicazione dei criteri di valutazione.

 

Va precisato che, eventuali deroghe ai principi sopra indicati, possono essere consentite solo in casi eccezionali, le cui motivazioni devono essere riportate nella nota integrativa indicando l'influenza che tali deroghe hanno avuto sulla situazione patrimoniale, finanziaria ed economica della società.

 

I criteri di valutazione che devono essere osservati nella redazione del bilancio sono, invece, stabiliti dall’art. 2426 c.c. e sono suddivisi in ben 12 punti. La previsione di tali criteri di valutazione mira a ridurre la discrezionalità dei soggetti chiamati a redigere il bilancio d’esercizio in relazione a quelle poste del bilancio stesso che presuppongono il compimento di stime e valutazioni di carattere soggettivo. Tra i predetti criteri di valutazione si evidenzia, in particolare, che:

 

 

In sostanza uno degli scopi principali dei suddetti criteri è quello di evitare che inadeguate valutazioni soggettive delle attività o delle passività possano determinare artificiosamente un maggior o minor utile, ovvero ridurre o incrementare le perdite e, dunque, agli effetti dell’apprezzamento della capacità economica e finanziaria dell’impresa, fornire un quadro non veritiero.

 

Fondamentale ai fini dell'analisi di bilancio è poi la riclassificazione dello stesso che può definirsi como l’operazione di predisposizione dei dati del bilancio di esercizio per l’analisi economico – finanziaria della gestione”[7].  Essa, dunque, consiste essenzialmente, in una rilettura in chiave finanziaria del bilancio stesso per poterne ricavare tutte le informazioni necessarie ad una indagine per indici e flussi. In effetti, i dati inseriti nei prospetti contabili, così come previsti dalla normativa codicistica, non permettono il calcolo degli  indici e dei margini di struttura e la determinazione dei flussi finanziari utilizzati nell’analisi di bilancio ai fini di una corretta interpretazione della realtà aziendale. Va precisato che la riclassificazione riguarda il bilancio d’esercizio destinato alla pubblicazione e non comporta in alcun modo una modifica dei dati contenuti nei due prospetti che lo compongono, vale a dire, il Conto economico e lo Stato Patrimoniale. In effetti, essa richiede una semplice rimodulazione dei valori contenuti nel bilancio d’esercizio per prepararli ad elaborazioni successive raggruppandoli in insiemi omogenei e secondo specifici criteri. In generale, la rilettura del bilancio d’esercizio, per quanto attiene allo  Stato Patrimoniale, comporta la riclassificazione dell'attivo e del passivo in capitale investito e capitale acquisito. In particolare, la riclassificazione dell'attivo viene fatta passando dal criterio della destinazione a quello della realizzabilità. Ogni singola voce viene, infatti, riclassificata secondo la capacità di essere trasformata, in un arco temporale di uno o più anni, in liquidità. Le voci del passivo, invece, sono riclassificate inizialmente secondo la provenienza, endogena o esogena e, successivamente, secondo la loro attitudine ad essere trasformate in denaro liquido. Per quanto attiene, invece, al Conto economico, come già evidenziato in precedenza, la struttura rigida a scalare prevista dall’art. 2425 c.c. partendo dalla rappresentazione dei ricavi di vendita consente di pervenire al risultato netto dell’esercizio attraverso la sommatoria algebrica degli altri componenti positivi e negativi della gestione. La rilettura del bilancio d’esercizio, in questo caso,  comporta che i componenti positivi e negativi di reddito debbano essere riclassificati in modo da poter comprendere l’andamento delle diverse gestioni in cui l’attività aziendale viene comunemente suddivisa e dunque formulare dei giudizi in merito alla redditività delle gestioni stessi, con riferimento all’arco temporale di un anno. Nel dettaglio si evidenzia che la riclassificazione dello Stato Patrimoniale può avvenire secondo i criteri, sotto indicati, corrispondenti ai diversi obiettivi di analisi sugli aggregati ottenuti, ossia:

 

Ø  il criterio finanziario, in base al quale, il patrimonio dell’azienda viene considerato, in sostanza, come un insieme di investimenti e finanziamenti. I primi suddivisi in base al loro grado di liquidità e i secondi in ragione della loro attitudine a trasformarsi in mezzi liquidi nel breve o medio-lungo periodo, ossia il loro grado di esigibilità. Va precisato che, l’orizzonte temporale considerato per distinguere una posta patrimoniale di breve termine da una di lungo termine sono i dodici mesi.  Il criterio finanziario di riclassificazione dello Stato Patrimoniale è quello più largamente applicato e solitamente si utilizza per formulare un giudizio di liquidità dell’impresa, verificando il possibile rapporto tra le scadenze temporali dell’attivo e del passivo, vale a dire ‹‹Se le attività a breve termine sono essenzialmente “coperte” con debito a breve, e se le attività a lungo termine sono essenzialmente “coperte” con debiti a lungo››[8];

Ø  il criterio funzionale-operativo comporta il raggruppamento degli elementi attivi e passivi dello Stato Patrimoniale a secondo della loro partecipazione alla gestione caratteristica dell'impresa, a quella accessoria o a quella finanziaria, avendo come riferimento temporale il ciclo operativo aziendale, ossia il lasso di tempo che intercorre dal momento in cui l'impresa sostiene i costi per l'acquisizione dei fattori produttivi e il momento in cui essa consegue i ricavi relativi alla vendita delle merci o dei prodotti finiti sul mercato. Lo scopo principale della riclassificazione secondo il criterio funzionale-operativo è quello di mettere maggiormente in evidenza l'efficienza e la redditività dell'impresa.

 

Parimenti, la riclassificazione del Conto economico, a seconda degli obiettivi di consocenza che con essa si persegue, può condurre a diverse configurazioni dello stesso, vale a dire:

 

Ø  a valore della produzione e a valore aggiunto;

Ø  a costo del venduto e ricavi;

Ø  a margine di contribuzione;

Ø  a zone o aree gestionali;

Ø  in relazione all’attività svolta dall’impresa.

 

Il Conto economico riclassificato a valore della produzione e a valore aggiunto è, senza dubbio, quello più  frequentemente adottato nella prassi contabile delle aziende italiane. Esso prevede una classificazione dei costi operativi in esterni ed interni al fine di ottenere due ulteriori grandezze intermedie, il valore aggiunto e il margine operativo lordo, entrambe particolarmente utili ai fini dell’analisi reddituale. Tuttavia, senza che sia necessario, per le finalità di questo elaborato, entrare nel dettaglio di tutte le predette configurazioni di Conto economico riclassificato, le quali, in sostanza, si differenziano solamente per le modalità attraverso le quali si perviene alla determinazione del reddito operativo (il cui valore resta, però, invariato), deve comunque osservarsi che, mentre il Conto economico codicistico mira ad evidenziare i risultati intermedi significativi, atti ad assicurare la conoscenza della gestione ordinaria e straordinaria, il conto economico riclassificato, attraverso il raggruppamento dei costi e dei ricavi per aree di gestione, a seconda delle diverse configurazioni possibili, è, invece, finalizzato a dare evidenza dei risultati della gestione caratteristica, finanziaria, extra caratteristica, straordinaria e tributaria.

 

E’ del tutto evidente che il bilancio d’esercizio riclassificato, consentendo l’analisi per indici e flussi, risulta essere, almeno da un punto di vista informativo, il documento di maggiore rilevanza ai fini della valutazione della capacità finanziaria ed economica dell’impresa in relazione alla partecipazione alle gare d’appalto pubbliche e all’aggiudicazione dei relativi contratti. L’analisi per indici permette, infatti, di calcolare, tra gli altri, gli indici di solidità patrimoniale, quello di solidità del capitale e di liquidità, assolutamente fondamentali nell’ambito della contrattualistica pubblica. Va, infatti, rilevato che sebbene non espressamente previsto dalla normativa sui contratti pubblici, il soddisfacimento di predeterminati livelli minimi in relazione ai predetti indici, costituisce, spesso, il principale criterio individuato dalle stazioni appaltanti per valutare la capacità economica e finanziaria dei partecipanti alla gara, soprattutto quando la stessa concerne l'aggiudicazione di importanti commesse di significativo valore economico e impatto strategico sugli obiettivi della stazione appaltante medesima.

 

L'analisi di bilancio nella contrattualistia pubblica

 

Fin qui, si è visto come la normativa sulla contrattualistica pubblica preveda, per le imprese interessate a partecipare alle relative gare d'appalto, l’obbligo di soddisfare precisi requisiti, atti a dimostrare il possesso di una capacità economica e finanziaria proporzionalmente adeguata a far fronte alle obbligazioni derivanti dal contratto d'appalto. In particolare, si è evidenziato come il bilancio d'esercizio costituisca, tra quelli previsti dalla normativa, il principale strumento informativo a disposizione delle stazioni appaltanti per la verifica della predetta capacità. Si sono, quindi, analizzati la struttura e il contenuto del bilancio d'esercizio, nonché le norme e i principi a cui la sua redazione deve attenersi e, in fine, si sono considerati le caratteristiche e gli obiettivi del bilancio riclassificato, evidenziandone l'importanza per la successiva realizzazione delle analisi di bilancio.  A questo punto, per completare l’esposizione occorre affrontare le analisi di bilancio in generale, per precisarne caratteristiche e obiettivi e, quindi, procedere all’individuazione e all’approfondimento di quella tipologia di analisi ritenuta più idonea per la valutazione della capacità economica e finanziaria delle imprese ai fini, strettamente, della partecipazione alle gare d'appalto pubbliche e l'aggiudicazione dei relativi contratti, la cui illustrazione è oggetto di questo elaborato.

    

Come già accennato in premessa, l'analisi di bilancio, in generale, può intendersi come un processo che, tramite opportune elaborazioni del bilancio d’esercizio, si propone di esprimere una valutazione attuale e prospettica sulla situazione patrimoniale, finanziaria ed economica dell’azienda oggetto di analisi. Le analisi di bilancio consento di aumentare considerevolmente la capacità informativa del bilancio d’esercizio, possono riguardare vari aspetti della gestione dell’impresa ed effettuarsi secondo diversi criteri a seconda degli obiettivi di conoscenza che con l’analisi medesima si persegue. In particolare, l'analisi della gestione patrimoniale dell'impresa considera il rapporto tra il patrimonio netto (il capitale proprio) e il capitale di credito, ossia i debiti, esprimendo così un giudizio di solidità dell'impresa. L’analisi della gestione finanziaria esamina, invece, il rapporto tra fabbisogni di capitale (gli impieghi) e i modi di copertura, vale a dire le fonti, consentendo di formulare, in questo caso, un giudizio di liquidità dell’impresa. In ultimo, l’analisi della gestione economica prende in considerazione il rapporto tra i flussi in uscita e in entrata dei costi e dei ricavi, permettendo quindi di esprimere un giudizio di redditività dell’impresa analizzata.

 

Alla luce di quanto previsto dalla normativa sulla contrattualistica pubblica,  può affermarsi che un’impresa, per poter validamente intrattenere un rapporto contrattuale con la Pubblica Amministrazione dovrà godere, in termini assoluti, di un’adeguata solidità patrimoniale, tale da assicurare che la stessa possa continuare a operare nel mercato di riferimento, facendo eventualmente fronte alle mutevoli condizioni interne ed esterne, per la durata del relativo contratto d'appalto, escludendo, ragionevolmente, il rischio d’insolvenza. Inoltre, l'impresa dovrà disporre di una solidità finanziaria in termini di liquidità, proporzionalmente adeguata a far fronte agli impegni finanziari che l’esecuzione del contratto stesso comporterà.  Risulta, invece, meno rilevante la solidità economica dell’impresa, ossia, la sua redditività. In effetti, tenendo in conto quelli che sono gli obiettivi della verifica della capacità economica e finanziaria dell’impresa nell’ambito della contrattualistica pubblica, è del tutto evidente che un’impresa solida dal punto di vista patrimoniale e che gode di un’adeguata liquidità può, comunque, eseguire con successo un contratto pubblico e far fronte alle relative obbligazioni, a prescindere dal fatto che nel corso dell’esercizio in esame abbia o meno raggiunto un accettabile livello di redditività, soprattutto se il contratto ha per oggetto la semplice fornitura di beni o servizi, ha un valore finanziario non eccessivo e deve eseguirsi nel breve periodo. La redditività dell’impresa, in effetti, dovrebbe prendersi in considerazione, solo nel caso di progetti pluriennali (in genere nel settore delle costruzioni) e di un elevato valore economico, dove, pertanto, il rischio per la stazione appaltante è maggiore, ovvero, quale alternativa al soddisfacimento del criterio della solidità finanziaria, in particolare, qualora ciò fosse necessario in ragione delle caratteristiche del mercato in cui operano le imprese potenzialmente interessate al contratto stesso. A tal fine, è opportuno evidenziare che l'operatore pubblico in fase di preparazione della gara d'appalto, prima di definire i criteri finanziari da utilizzarsi per la selezione delle imprese partecipanti e soprattutto prima di determinare le relative soglie minime da soddisfarsi a pena di esclusione, dovrebbe sempre svolgere un'analisi finanziaria del mercato in cui operano le imprese prevedibilmente interessate all’aggiudicazione del contratto. Ciò, al fine di evidenziare le principali caratteristiche del mercato stesso da un punto di vista finanziario e poter, quindi, definire i criteri finanziari da indicare nel bando di gara per la selezione delle imprese partecipanti, non soltanto nel rispetto del principio di proporzionalità sancito dalla normativa sulla contrattualistica pubblica, ossia tenendo in conto l'oggetto e il valore del contratto da aggiudicare, ma anche in considerazione di quella che è la realtà fattuale del mercato di riferimento. In questo ambito, come vedremo meglio nel proseguo di questo elaborato, le analisi per indici possono rappresentare un utile strumento a disposizione del operatore pubblico per valutare le caratteristiche finanziarie delle imprese che operano in un determinato settore. In ogni caso, qualora la stazione appaltante dovesse individuare nella redditività uno dei criteri da soddisfare per dimostrare la capacità economica e finanziaria dell’impresa, questa non dovrebbe prendersi in esame solo con riferimento all’ultimo esercizio, bensmsi considera la le uale media d mai al solo ultimo esercizio il cui bilancio sia stato pubblicato ma si considera quale media dì in ragione della media degli ultimi tre anni finanziari. Ciò affinché si possa, nella valutazione della redditività dell’impresa, da un lato, tener conto delle tendenze in atto e, dall’altro, evitare eccessive penalizzazioni derivanti da esercizi finanziari particolarmente negativi. In ultimo, poichè il presupposto di una corretta analisi di bilancio risiede, innanzi tutto, nell’attendibilità dei dati in esso contenuti e, quindi, nella loro leggibilità, è assolutamente indispensabile, l’operatore pubblico accerti che i prospetti di bilancio presentati dall’impresa nell’ambito di una gara d’appalto pubblica siano stati rigorosamente redatti nel pieno rispetto della normativa vigente al momento della loro predisposizione, la nota integrativa fornisca tutte le informazioni utili a una loro agevole e piena comprensione e che, ove disponibili, siano fornite le relazioni dei revisori contabili.

 

Ciò detto, va precisato che l’operatore pubblico necessita di accertare,  nell’ambito della gara d’appalto, in primis, lo stato di salute attuale dell’impresa partecipante e solo eventualmente le sue prospettive a medio e lungo termine, utilizzando a tal fine criteri oggettivi, facilmente misurabili e verificabili e, soprattutto che escludano l’esercizio di qualsivoglia valutazione soggettiva e discrezionale. Ne consegue che, il ricorso al soddisfacimento di precisi indici di bilancio, ritenuti idonei a dimostrare la solidità patrimoniale e finanziaria dell’impresa, risulta essere il metodo più idoneo ed efficace, sia dal un punto di vista dell’analista finanziario, sia da quello, più strettamene legale, dell’operatore pubblico chiamato, nell’esecuzione della gara d’appalto, al rispetto dei principi fondamentali della contrattualistica pubblica.  Gli indici di bilancio sono, infatti, degli strumenti particolarmente adatti alle esigenze dell’operatore pubblico sopra menzionate, in quanto, da un lato, permetto di definire un criterio di capacità economica e finanziaria, chiaro, oggettivo e facilmente misurabile e, dall’altro, consentono di prescindere dal valore assoluto dei conti, cioè delle voci di bilancio, per incentrare l’analisi sugli aspetti della relatività. Ciò consente di definire un criterio finanziario da indicare nel bando di gara, valido e applicabile per tutte le diverse tipologie d’impresa a prescindere dalle loro dimensioni (piccole, medie e grandi, imprese) o dalla loro provenienza (nazionali, comunitarie o multinazionali). In effetti, quello che assume rilevanza, grazie all’impiego degli indici di bilancio, non è tanto l’importo delle poste, quindi, il loro valore assoluto, quanto piuttosto la proporzionalità delle stesse. Si può quindi concludere che, alla luce di quanto sopra esposto, tra le diverse tipologie di analisi di bilancio, l’analisi finanziaria di impresa mediante indici e margini appare essere quella più idonea a consentire, sia la determinazione dei criteri di valutazione della capacità economica e finanziaria delle imprese partecipanti alle gare d’appalto pubbliche, sia una semplice, immediata e, soprattutto, oggettiva verifica del soddisfacimento dei criteri stessi. Al contrario, l’analisi finanziaria d’impresa per flussi, non appare particolarmente rilevante alla luce delle esigenze informative perseguite dalle stazioni appaltanti. In effetti, tale tecnica di analisi finanziaria costituisce, principalmente, un importante strumento manageriale. Essa ha carattere dinamico e la sua primaria finalità principale è quella di evidenziare le variazioni (i flussi finanziari) intervenute nella situazione patrimoniale e finanziaria di un’impresa, ponendo a confronto tra loro momenti diversi e fornendo, tra l’altro, notizie su quale sia l’origine delle fonti di finanziamento, l’entità dei mezzi finanziari raccolti e come gli stessi siano stati utilizzati.

 

Nel dettaglio possiamo affermare che l’analisi per indici si fonda su i rapporti tra le voci di bilancio e più precisamente, partendo dallo Stato Patrimoniale e dal Conto economico riclassificati, comporta il calcolo di determinati quozienti che permettono, appunto, di confrontare tra loro, gruppi di valori anche di diversa natura. Diversamente, l’analisi mediante margini, evidenzia gli aspetti statici dell’azienda, cioè verifica i rapporti esistenti tra le diverse classi di attività e passività dello Stato Patrimoniale e di costi e ricavi del Conto economico. Per tale ragione può affermarsi che questa costituisca la base logica per tutte le tipologie di analisi, sia per indici che per flussi.  Tuttavia, nella realtà pratica, l'analisi per margini, sebbene più funzionale, in particolare per le analisi interne dell'azienda, è stata sostituita dall'analisi per indici in ragione della sua migliore capacità informativa rispetto all'analisi per margini, soprattutto per quanto attiene ai confronti tra imprese appartenenti allo stesso settore o mercato di riferimento. Gli indici di bilancio si possono costruire in vario modo, si possono avere dei rapporti di composizione, rapporti tra voci diverse di Stato Patrimoniale e Conto economico, indici di copertura e indici di rotazione. In particolare, i rapporti di composizione vengono calcolati per verificare l'incidenza di singole voci sul totale dell'attivo o del passivo dello Stato Patrimoniale, oppure dei singoli costi sul totale delle vendite per il Conto economico.  In tutti i casi, presupposto essenziale per procedere all’analisi della situazione finanziaria dell’impresa mediante indici e margini è la riclassificazione del bilancio d’esercizio. Ovviamente, per quanto attiene allo Stato Patrimoniale, la riclassificazione più idonea per le esigenze di conoscenza delle stazioni appaltanti è quella a struttura finanziaria che, separando gli impieghi dalle fonti, permette di evidenziare lo stato di solvibilità a breve, medio e lungo termine dell’impresa e dunque consente di apprezzare la capacità della stessa di far fronte in modo tempestivo ed economico ai propri pagamenti, piuttosto che la riclassificazione a struttura funzionale, che come visto in precedenza, privilegia invece, l’aggregazione degli impieghi e delle fonti di capitali in aree omogenee di gestione. Con riferimento, poi, al Conto economico, va osservato che, al contrario dello Stato Patrimoniale, le diverse configurazione che il Conto economico può assumere per effetto della sua riclassificazione poco incidono sulle finalità informative perseguite nell’ambito delle gare d’appalto pubbliche. In linea generale, può affermarsi che la riclassificazione a valore della produzione e a valore aggiunto,  che risulta la più frequentemente adottata nella prassi contabile delle aziende italiane, fornisce, come vedremo meglio più avanti, tutte le informazioni necessarie a soddisfare le esigenze sopra menzionate. Tuttavia, va precisato che non essendo possibile per le stazioni appaltanti richiedere la presentazione del bilancio riclassificato secondo un determinato criterio piuttosto che un altro, è buona prassi allegare al bando di gara, un prospetto, predisposto su un foglio di calcolo in formato elettronico, che possa essere facilmente compilato dalle imprese partecipanti alla gara stessa estrapolando i dati relativi direttamente dal bilancio riclassificato e che consenta, a prescindere dalla tipologia di riclassificazione da queste ultime adottata, un rapido calcolo, in automatico, degli indici individuati nel bando di gara, quali criteri comprovanti la loro capacità economica e finanziaria. Tale prassi, consente, inoltre, di accrescere la trasparenza, velocizzare l’esecuzione della procedura di selezione e ridurre, se non addirittura eliminare, possibili errori di calcolo da parte della stazione appaltante in sede di verifica dei dati forniti.

 

L'analisi della struttura patrimoniale dell'impresa tende ad evidenziare la solidità patrimoniale dell'impresa stessa. In particolare, tale analisi esprime il grado di indipendenza finanziaria, la solidità del capitale e il cosiddetto patrimonio netto tangibile dell'impresa.  L'indipendenza finanziaria si esprime attraverso un indice che segnala il peso del capitale proprio, cioè, il patrimonio netto, sul capitale acquisito totale, ossia le fonti nella loro totalità. Tale indice mostra, quindi, in quale misura il totale dei mezzi investiti nell'impresa sia stato finanziato con capitale di rischio. Il giudizio è positivo se l'indice è vicino a 1, mentre se l'indice è più basso indica che si è in presenza di un elevato indebitamento che, inevitabilmente comporta maggiori condizionamenti esterni e, quindi, una minore indipendenza di tipo finanziario. Tuttavia, l'indipendenza finanziaria non deve essere confusa con l'autosufficienza finanziaria che è rappresentata dal quoziente di indebitamento, ossia il  rapporto tra i debiti e il passivo. Tale quoziente tende, infatti, a misurare, più specificatamente, quanto la gestione dell'impresa dipenda dal ricorso ai debiti. In questo caso, più l'indice si avvicina ad 1 più l'azienda è dipendente dai terzi.  Nell'ambito della contrattualistica pubblica l'indice di indipendenza finanziaria non risulta particolatemente rilevante ai fini della verifica della capacità economica e finanziaria dell'impresa partecipante alla gara d'appalto. In effetti, salvo eccezioni, poco rileva come l'azienda finanzia i propri investimenti, a condizione che, direttamente o attraverso terzi, disponga comunque dei mezzi necessari a far fronte alle obbligazioni derivanti dal contratto d'appalto. Tuttavia, nella pratica, questo indice viene spesso utilizzato nelle gare d'appalto relative alle cosiddette Public Private Partnerships (PPP), ossia,  grandi progetti infrastrutturali che prevendono un forte intervento nella realizzazione dell'opera pubblica da parte del capitale privato, con un ritorno economico, di regola, solo nel lungo periodo.  In effetti, l’indice di indipendenza finanziaria, oltre a fornire preziose informazioni sull’equilibrio della struttura finanziaria, permette di determinare se l'azienda ha la capacità di investire per la sua espansione e, quindi, è in grado di far fronte agli impegni, di regola onerosi, derivanti dal contratto d'appalto in una PPP. In ogni caso, quando la stazione appaltante decide di far uso di questo indice di bilancio, quale uno dei criteri per la determinazione della capacità economica e finanziaria delle imprese partecipanti alla gara d'appalto, il valore minimo richiesto dovrebbe essere sempre superiore allo 0,55 poichè al di sotto di detta soglia, la struttura finanziaria dell'azienda risulterebbe squilibrata. Mentre, in nessun caso si dovrebbero ammettere alla gara imprese con un indice inferiore al 0,33. Nell'ambito di una PPP è sempre consigliabile fissare la soglia minima non al di sotto dello 0,66  poichè tale valore indica una struttura finanziaria equilibrata, idonea allo sviluppo dell'azienda e, quindi, adeguata a far fronte ai gravosi impegni finanziari che una PPP, di regola, comporta. L'indice di solidità del capitale sociale indica l'integrità del capitale sociale stesso e viene determinato mediante la relazione che calcola l'incidenza all'interno del patrimonio netto dell'azienda dell'apporto dei soci. Il livello minimo di solidità del capitale sociale si raggiunge quando il patrimonio netto è uguale al capitale sociale e quindi quando l'indice è uguale a 1. Al di sotto di tale livello si evidenzia, innanzitutto, che il capitale proprio, pur risultando positivo, è comunque minore del capitale sociale, e secondariamente che vi possono essere situazioni di deficit patrimoniale che si realizzano in presenza di perdite di esercizio. Un indice superiore ad 1 indica, invece, una elevata solidità patrimoniale, stante la capacità di accrescersi del patrimonio, indipendentemente dagli incrementi effettivi di capitale sociale. Si tratta di un indice particolarmente adatto a essere utilizzato nelle gare d'appalto pubbliche in quanto consente, in termini generali, di verificare la solidità economica e finanziaria dell'impresa basandosi su un dato semplice, chiaro ed oggettivo quale la solidità del suo patrimonio.  La soglia minima richiesta per questo indice in una gara d’appalto pubblica dovrebbe essere, di regola, non inferiore a 0,69. Tale indice, inoltre, può essere utilizzato in combinazione con quello di indipendenza finanziaria, precisando nel bando di gara che almeno uno dei due criteri richiesti dabba essere soddisfatto. Questo al fine di limitare l'incidenza che sul calcolo dell'indice di solidità del capitale possono avere situazioni occasionali rispetto alla normale gestione dell'impresa quali, ad esempio, aumenti di capitale o erosioni eccezionali del patrimononio netto. In tutti i casi, non si dovrebbero mai selezionare imprese per l'aggiudicazione di un appalto pubblico, con un indice di solidità del capitale inferiore allo 0,33.  Il patrimonio netto tangibile, non è esattamente un indice, in effetti, si tratta di un valore assoluto che evidenzia la solidità, la congruità e, dunque, la capienza del patrimonio netto aziendale rispetto al finanziamento delle partite tangibili dell'impresa, cioè, le immobilizzazioni immateriali e finanziarie e l'attivo circolante. Si tratta di un importante indicatore che tuttavia, non essedo un vero e proprio indice, si presta poco ad essere utilizzato quale criterio di valutazione della capacità economica e finanziaria delle imprese partecipanti ad una gara d'appalto pubblica. Trattandosi di un valore assoluto, infatti, è difficile per l'operatore pubblico poter fissare una soglia minima da soddisfare senza con questo limitare la partecipazione alla gara ad una certa tipologia d’imprese, soprattutto con riferimento alle dimensioni delle stesse. Ovviamente, il patrimonio netto tangibile deve sempre risultare positivo e, dunque, se utilizzato quale criterio di valutazione nell'ambito di una gara d'appalto,  comporterà l'esclusione dalla partecipazione per tutte quelle imprese che presentino un dato negativo.

 

Va precisato che nell'ambito delle PPP, soprattutto quando queste prevedono una significativa partecipazione del capitale privato alla realizzazione dell'opere pubbliche oggetto delle gare d'appalto, dovrebbe considerarsi il contemporaneo uso di tutti e tre gli indicatori precedentemente illustrati, talvolta prevedendo il rigido soddisfacimento di tutti i criteri ovvero, se le condizioni del mercato di riferimento lo richiedono, almeno il soddisfacimento di due criteri su tre, pur garantendo il raggiungimento di determinate soglie minime, al di sotto delle quali, si evidenzierebbe una situazione di grave squilibrio finanziario dell'impresa interessata e quindi di "rischio" per la stazione appaltante in caso di aggiudicazione del contratto.

 

Va, in ultimo, precisato che, in generale, esistono anche altre soluzioni per verificare la solidità patrimoniale dell'impresa. In effetti, si possono calcolare indicatori anche sui rapporti di composizione nell'ambito delle fonti e degli impieghi. Si tratta di indici più immediati, che evidenziano  il grado di elasticità o rigidità dell'impresa. Tuttavia, tali indicatori, senza dubbio utili all'analisi interna dell'azienda, risultano meno rilevanti ai fini della verifica della capacità economica e finanziaria delle imprese partecipanti alle gare d'appalto pubbliche. Tale verifica, infatti, come già evidenziato, deve essere meramente orientata ad accertare la capacità dell’impresa di fronteggiare le obbligazioni contrattuali, senza necessità di entrare nel dettaglio della gestione per formulare qualsivoglia giudizio sulla stessa.

 

All'analisi della struttura patrimoniale dell'impresa, nell'ambito dell'analisi per indici e margini, si affianca anche l'analisi della situazione finanziaria che implica l'esame delle disponibilità monetario - finanziarie dell'impresa al fine di poter soddisfare le richieste derivanti dallo svolgimento economico della gestione nel periodo futuro. In particolare, gli indici finanziari, detti anche di liquidità, esprimono la capacità dell'azienda di far fronte a tutti i propri impegni con i normali mezzi  a sua disposizione. Per tali ragioni, detta analisi rappresenta, in assoluto, la tipologia di analisi di bilancio più rilevante nell'ambito della contrattualistica pubblica, ai fini della valutazione della capacità economica e finanziaria delle imprese partecipanti alle gare d'appalto. In effetti, essa dovrebbe essere largamente utilizzata dalle stazioni appaltanti, stante la sua rilevanza e applicabilità a qualsiasi contratto pubblico, sia esso di limitato valore, ovvero di grande importanza strategica ed economica.   L'analisi della situazione finanziaria dell'impresa si incentra, dunque, sulla sua liquidità intesa come capacità dell’azienda di far fronte tempestivamente ed economicamente ai propri impegni. Essa dipende, essenzialmente, dalla struttura delle fonti e degli impegni stessi, nonché da un veloce ritorno del capitale investito. Un importante indicatore in tal senso è, sicuramente, il margine di tesoreria che come tutti i margini finanziari, si ottiene dal confronto tra le classi di impieghi e le classi di fonti evidenziate dallo Stato Patrimoniale riclassificato. Nel caso di specie, il margine di tesoreria è ricavato dalla differenza tra il totale delle disponibilità (liquide e differite) e il totale delle passività correnti (a breve).   Esso, dunque, si concentra sulla liquidità dell'impresa a breve termine,  ponendo in relazione alle passività correnti le sole disponibilità, senza considerare il valore delle rimanenze, che di tutte le attività circolanti rappresenta, senza dubbio, la parte più difficile da realizzare e che, pertanto, dovrebbe trovare copertura finanziaria nel capitale permanente. Tale margine dovrebbe sempre risultare positivo perchè, altrimenti, si evidenzierebbe una situazione di difficoltà dell'impresa a far fronte alle passività a breve. Tuttavia, il margine di tesoreria non è un vero e proprio indice e per tale ragione poco si presta ad essere utilizzato quale criterio finanziario per la selezione delle imprese partecipanti ad una gara d'appalto pubblica. In questo ambito, risulta sicuramente più appropriato l'indice di liquidità o quoziente di tesoreria, detto anche quick ratio, ad esso strettamente collegato. In effetti, l'indice di liquidità è dato dal rapporto tra la somma delle liquidità immediate e differite con le passività a breve termine. Tale indice valuta la solvibilità dell’azienda nel breve periodo, in quanto esprime l'attitudine dell'impresa a soddisfare gli impegni finanziari correnti mediante l'utilizzazione della parte di circolante lordo costituita dalle disponibilità liquide immediate e da quelle che possono diventarlo a breve termine. Il valore dell'indice di liquidità dipende, essenzialmente, dal grado di liquidità del capitale investito e dal grado di rigidità delle fonti di finanziamento. In generale, può affermarsi che un valore dell’indice di liquidità, maggiore di 1 evidenzia una situazione di tranquillità finanziaria, un valore compreso tra 0,50 e 1, indica una situazione finanziaria, comunque, accettabile, mentre, valori inferiori a 0,50, mettono in luce una situazione di squilibrio finanziario.  Nell'ambito della contrattualistica pubblica dove tale indice è, come detto, largamente utilizzato, è buona regola non ammettere, in nessun caso, alla fase di gara imprese che presentano un indice inferiore a 0,33, Nell'ambito delle PPP, dove l'impegno finanziario richiesto alle imprese aggiudicatarie puó risultare particolarmente rilevante, si dovrebbe richiedere, di regola, un'indice di liquidità non inferiore allo 0,7, anche se in questo caso, l'indice potrebbe anche essere viene utilizzato in combinazione con l'indice di indipendenza finanziaria, già visto in precedenza, al fine di evidenziare, non soltanto la liquidità a breve dell'azienda, ma anche la sua capacità di investimento. 

 

Deve, in ultimo, precisarsi che, nell'analisi della situazione finanziaria dell'impresa si può tener conto anche di altri importanti indicatori quali:

 

ü  il margine di struttura dato dalla differenza tra il capitale netto e le immobilizzazioni nette, il cui scopo è quello di indicare la capacità di copertura delle immobilizzazioni con mezzi propri;

ü  il capitale circolante netto che si ottiene dalla differenza tra il capitale circolante lordo e il passivo a breve termine e serve a segnalare la capacità o l'incapacità dell'impresa di far fronte ai propri impegni finanziari di breve periodo con le risorse della gestione corrente, segnalando, inoltre, l'equilibrio tra investimenti in immobilizzazioni e capitale consolidato.

 

I predetti margini, per quanto utili ed interessanti per le analisi finanziarie, non essendo indici veri e propri, per le ragioni già precisate in precedenza, si prestano assai poco ad essere utilizzati quali criteri finanziari per la selezione delle imprese partecipanti ad una gara d'appalto pubblica. Al margine di struttura è, però, collegato l'indice di autocopertura del capitale fisso, dato dal rapporto tra il capitale proprio e le attività immobilizzate. Esso, segnala il concorso del capitale proprio alla copertura finanziaria di fabbisogni per investimenti a breve ciclo di realizzo. Un valore maggiore di 1 indica una situazione ottimale. Un indice pari a 1 indica che tutte le immobilizzazioni sono finanziate con capitale proprio. Un indice inferiore, invece, deve essere ulteriormente approfondito, in quanto, "Se la  parte  di immobilizzazioni non coperta dal capitale proprio è finanziata da debiti a lungo, esiste ugualmente equilibrio fra fonti e impieghi. Se, invece, la parte di immobilizzazioni, non coperta dal capitale  proprio, è finanziata da debiti a breve, sicuramente ci si trova di fronte ad uno scorretto utilizzo delle fonti di finanziamento con conseguenti problemi di squilibrio finanziario"[9]. Tuttavia, proprio questa necessità di approfondire il valore dell'indice per poterne apprezzare appieno il significato, rende l'indice stesso poco adatto ad essere utilizzato quale criterio finanziario per la selezione delle imprese partecipanti ad una gara pubblica. Come già evidenziato, l'operatore pubblico nell'ambito di una gara d'appalto necessita di criteri chiari, univoci ed oggettivi. Se il calcolo di un indice richiede una successiva attività di analisi per apprezzarne il relativo valore, per cui, un indice pari allo 0,8 potrebbe risultare accettabile per una impresa, mentre lo stesso valore non potrebbe ritenersi sufficiente per un'altra, sarebbe particolaremente difficile riuscire ad assicurare la parità di trattamento a tutte le imprese partecipanti.

 

Accanto all'indicatore del capitale circolante netto troviamo, invece, il cosiddetto indice di disponibilità, dato dal rapporto tra il capitale circolante lordo e il passivo a breve termine. Tale indice misura l'attitudine dell'azienda a soddisfare gli impegni a breve con mezzi prontamente disponibili e con quelli liquidabili in un periodo abbastanza breve. Una buona elasticità finanziaria si ha quando questo indice è uguale o superiore a 2, mentre tra 1,5 e 1,9 la situazione può comunque riternersi soddisfacente.  Al di sotto di tali soglie, la situazione finanziaria dell'impresa richiede particolare attenzione. Nell'ambito della contrattualistica pubblica non si dovrebbero mai ammettere alla gara d'appalto imprese con un indice di disponibilità inferiore a 1, in quanto, questo evidenzia una chiara situazione di squilibrio finanziario. L'indice di disponibilità può rappresentare un indicatore molto importante nell’ambito della contrattualistica pubblica, ove sarebbe opportuno il suo impiego in contemporanea o alternativa rispetto all'indice di liquidità, ogni qualvolta la natura o il valore del contratto, ovvero, le condizioni del mercato di riferimento, lo rendano opportuno per una migliore verifica delle capacità economiche e finanziarie delle imprese partecipanti alla relativa gara d'appalto.

 

L'analisi della situazione finanziaria dell'impresa può comportare la valutazione di altri indicatori in grado di evidenziare, almeno in parte, lo stato di salute dell'impresa quali, ad esempio, l'indice di indebitamento  e l'indice di rotazione del capitale investito. Allo stesso modo, anche l'analisi del Conto economico riclassificato consente di analizzare tutta una serie di importanti indicatori relativi, prevalentemente, alla redditività della gestione dell'impresa, intesa come surplus del flusso dei ricavi di competenza di un esercizio sul flusso dei costi di competenza del medesimo esercizio. I principali indicatori in quest'ambito, sono il Return On Investment (ROI), il Return On Equity (ROE), il Return On Sales (ROS) e il Return On Assets (ROA).   In tutti i casi si tratta, certamente, di importanti indicatori economici e finanziari, utili sia al management dell'impresa per verificare la bontà delle scelte gestionali, sia agli analisti finanziari per valutare, ad esempio, le decisioni di investimento dei propri clienti. Tuttavia, tenendo in conto le funzioni informative che tali indicatori svolgono, gli stessi non appaiono rilevanti ai fini delle esigenze informative tipiche della contrattualistica pubblica in materia di verifica della capacità economica e finanziaria delle imprese partecipanti alle gare d'appalto. Come già evidenziato, infatti, l'operatore pubblico è chiamato ad accertare, prevalentemente, l'effettiva capacità dell'impresa di fronteggiare con successo le obbligazioni derivanti dal contratto d'appalto, senza entrare, salvo eccezioni, nel merito della bontà della gestione dell'impresa stessa, le sue condizioni di redditività e le sue prospettive future. In ultima analisi, quello che effettivamente rileva, è la fotografia di un istante della vita dell'impresa e da questa fotografia si devono poter desumere informazioni chiare, il più possibile univoche ed oggettive circa la capacità dell'impresa medesima di far fronte agli impegni finanziari che il contratto d'appalto comporta. Pertanto, tutta la valutazione della capacità economica e finanziaria dovrà essere, inevitabilmente, effettuata in ragione della natura e del valore del contratto stesso e delle obbligazioni che da questo derivano per l'impresa, tralasciando ogni altra considerazione. In concreto, se un’impresa dispone dei mezzi finanziari necessari a fronteggiare le obbligazioni contrattuali, non la si potrà escludere dalla partecipazione alla gara d'appalto sulla base del fatto che tale disponibilità deriva da un eccessivo indebitamento o che le relative fonti sono troppo rigide, salvo che ciò metta a rischio, nel periodo di esecuzione del contratto, la solvibilità dell’impresa. Ancor meno sarà possibile escludere dalla partecipazione alla gara d'appalto un’impresa che, pur presentando tutti i requisiti di solidità patrimoniale e liquidità necessari a far fronte alle obbligazioni contrattuali, evidenzi una scarsa redditività.  Solo nel caso delle già menzionate Public Private Partnerships, è possibile che il ventaglio di criteri finanziari previsti dal bando di gara sia più ampio della prassi, poichè, come già visto in precedenza, la natura di questi progetti, spesso richiede un cospicuo intervento del capitale privato nella realizzazione dell'opera. Il contratto d'appalto comporta sempre una prestazione da parte dell'appaltatore in favore della stazione appaltante a fronte di un corrispettivo. Tuttavia, questi accordi si configurano più come una collaborazione, da qui il termine inglese partnership, tra la stazione appaltante e l'impresa appaltatrice, finalizzata alla realizzazione dell'opera pubblica, il cui sfruttamento economico è, di regola, assegnato durante un certo periodo di tempo all'impresa appaltatrice che da questo ne ricava in tutto o in parte il proprio profitto. In questo ambito, l'analisi della redditività dell'impresa può assumere una qualche rilevanza. Gli indici maggiormente utilizzati per detta analisi sono il ROE e il ROI. Il primo evidenzia la redditività globale dell'impresa rapportando il reddito globale netto, ossia, il reddito d'esercizio derivante dal bilancio, al patrimonio netto, cioè il patrimonio appartenente ai soci, mediamente l'accostamento di due stati patrimoniali consecutivi. Il ROI, invece, esprime il tasso di redditività del capitale investito nella gestione caratteristica ed è dato dal rapporto tra il reddito operativo (Ro) e il capitale investito globale medio al netto degli investimenti medi atipici e il valore medio delle scorte liquide (K-Ka-Li). In entrambi i casi, quello che risulta più problematico è definire, oggettivamente e in modo proporzionato alle esigenze di accertamento della stazione appaltante, quali debbano essere i livelli minimi accettabili dei predetti indici, in quanto le condizioni di redditività possono variare, anche sensibilmente, a seconda del mercato oggetto dell'analisi. Da qui la necessità per l'operatore pubblico di investigare le condizioni del mercato di riferimento per poter determinare i predetti criteri finanziari per la selezione delle imprese partecipanti alla gara d'appalto in modo congruo, tale da non ridurre ingiustificatamente la concorrenza. In alcuni settori che presentano margini più ristretti (es. il settore dell'industria pesante), le stazioni appaltanti, anzichè richiedere un livello minimo di redditività, possono limitarsi a indicare nel bando di gara che l'analisi degli indici di redditività degli ultimi tre esercizi finanziari debba evidenziare una tendenza positiva o che la media del medesimo periodo sia comunque positiva. Va, poi, precisato che i predetti indici possono utilizzarsi sia in contemporanea o in alternativa tra loro a seconda di quelle che, in ragione della natura della contratto, possono essere, di volta in volta,  le esigenze di verifica della capacità economica e finanziaria delle imprese partecipanti alla gara d'appalto.  In ultima analisi, si deve precisare che tutti gli indicatori, quozienti, margini e indici che in vario modo evidenziano, in generale o nello specifico, lo stato di salute dell’impresa, possono comunque svolgere una importante funzione nell’ambito della contrattualistica pubblica. Se, infatti, è vero che l’operatore pubblico necessita di definire, in sede di gara, criteri chiari, univoci ed oggettivi, in grado di dimostrare se l’impresa partecipante possiede o meno la necessaria capacità economica e finanziaria per far fronte alle obbligazioni derivanti dal contratto d’appalto, è altrettanto vero che, come già segnalato, la normativa in materia, prevede la possibilità per le imprese partecipanti alla gara di dimostrare la propria capacità economica e finanziaria con ogni altro mezzo che la stazione appaltante considererà adeguato. A riguardo, il TAR del Lazio, con apposita sentenza[10], ha stabilito che la fissazione, ad opera del legislatore, delle modalità relative alla dimostrazione della capacità economica e finanziaria, è temperata dalla previsione ex articolo 41, comma 3, del Decreto Legislativo n. 163/2006 secondo cui “Se il concorrente non è in grado, per giustificati motivi, ivi compreso quello concernente la costituzione o l’inizio dell’attività da meno di tre anni, di presentare le referenze richieste, può provare la propria capacità economica e finanziaria mediante qualsiasi altro documento considerato idoneo dalla stazione appaltante”. Appare, pertanto, evidente che il soddisfacimento di precisi criteri economici e finanziari fissati dalla stazione appaltante nel bando di gara, non possa considerarsi un requisito rigido, dovendosi conciliare l’esigenza della dimostrazione dei requisiti stessi, sia con il principio della massima partecipazione alle gare di appalto, sancito dalla normativa nazionale ed europea, sia con la necessità, come indicato nella citata sentenza, “Di prevedere dei temperamenti rispetto a quelle imprese che non siano in grado, per giustificati motivi, di presentare le referenze indicate”. Ne consegue che, ove ricorrano “giustificati motivi”, la lex specialis di gara, non potendo intendere i requisiti finanziari ed economici come rigidi, non può non consentire alle imprese partecipanti alla gara la dimostrazione del possesso aliunde della capacità economica e finanziaria richiesta. Il bando di gara, quindi, dovrebbe sempre contenere una previsione che permetta alle imprese partecipanti di dimostrare il possesso della capacità economica e finanziara richiesta in ogni altro modo ritenuto adeguato, possibilmente precisando quali modalità sono considerate accettabili, in quanto equivalenti o comunque integranti i criteri già indicati nel bando stesso. Da qui, la possibilità per le imprese partecipanti ad una gara d’appalto pubblica di ricorrere ad altri indici, quozienti e margini che possano sostituire, integrare o meglio illustrare i dati di bilancio al fine di dimostrare, in modo certo e chiaro, il possesso della necessaria capacità economica e finanziaria richiesta. Ovviamente, resta fermo il diritto della stazione appaltante di valutare l’ammissibilità di questi mezzi di prova presentati in alternativa dalle imprese partecipanti e, soprattutto, la sussistenza dei giustificati motivi alla base del mancato soddisfacimento dei criteri originari previsti dal bando di gara.      

 

In conclusione, si può affermare che nell’ambito della contrattualistica pubblica vi è l’esigenza, sancita dalla vigente normativa e sempre più pressante, stante l'attuale grave crisi economica internazionale, di accertare la capacità finanziaria delle imprese partecipanti alle gare d’appalto pubbliche. Tale verifica deve basarsi, da un lato, sulla determinazione nel bando di gara, di specifici criteri finanziari, chiari, univoci e soprattutto oggettivi, atti a dimostrare la capacità economica e finanziaria delle imprese partecipanti alla gara di far fronte alle obligazioni derivanti dal contratto d’appalto e, dall’altro, sul successivo rigoroso controllo, in sede di valutazione delle candidature ricevute, del pieno soddisfacimento dei requisiti stessi. Ne consegue che l’operatore pubblico deve avere una adeguata conoscenza degli elementi fondamentali che costituiscono il bilancio d’esercizio, della sua struttura, del suo contenuto e delle peculiarità del bilancio riclassificato. Esso, infatti, costituisce il principale strumento informativo sul quale le stazioni appaltanti possono basare il proprio giudizio sulla solidità economica e finanziaria delle imprese partecipanti alle gare d’appalto pubbliche.

 

Il ricorso all’analisi di bilancio per indici permette all’operatore pubblico di stabilire criteri finanziari oggettivi e facilmente misurabili che consentono con immediatezza di verificare il possesso dei requisiti di solidità patrimoniale, disponibilità e liquidità finanziaria, che sono alla base del giudizio di “buon stato di salute” dell’impresa. La stazione appaltante potrà fissare requisiti economici e finanziari più o meno stringenti in ragione della natura del contratto, proporzionalmene al suo valore economico e tenendo in conto la durata dello stesso. Gli indicatori che, a tal fine, dovrebbero più frequentemente utilizzarsi sono l’indice di solidità del capitale e l’indice di liquidità. Questo poichè la solidità del patrimonio aziendale e la disponibilità nel breve periodo di mezzi finanziari, sono i due elementi che tipicamente si considerano idonei a dimostrare in modo chiaro e oggettivo la capacità economica e finanziaria dell'impresa di far fronte alle proprie  obbligazioni contrattuali. Meno adatti risultano, invece, gli altri indicatori di bilancio, ivi compresi quelli relativi alla redditività dell’impresa, che risultano relativi ad aspetti della gestione dell'impresa meno rilevanti ai fini delle esigenze informative perseguite nell'ambito della contrattualistica pubblica. Tuttavia, tali indicatori, possono trovare impiego, quando la natura, il valore o la maggiore durata del contratto d'appalto, richiedono un'analisi finanziaria più approfondita, come nel caso delle Public Private Partnerships.

 

Le stazioni appaltanti possono indicare i predetti indici direttamente nel bando di gara quali criteri economici e finanziari di selezione delle imprese partecipanti, ovvero, possono limitarsi a richiedere la presentazioni dei bilanci d'esercizio ed effettuare, poi, direttamente il calcolo degli indici ritenuti idonei per le esigenze informative della gara medesima e utilizzare i relativi valori per argomentare, nel rapporto di valutazione, il proprio giudizio sulla capacità economica e finanziaria delle imprese. In tutti i casi, ove ricorrano giustificati motivi, le imprese partecipanti potranno ricorrere ad altri indicatori, anche diversi da quelli eventualmente richiesti nel bando di gara, quando questi possono risultare utili a dimostrare il possesso della capacità economica e finanziaria richiesta e a condizione che tali mezzi di prova siano ritenuti idonei dalla stazione appaltante.    

                                                                                              Fabrizio Bertora

 

BIBLIOGRAFIA

 

 Testi:

-          Daniele Balducci, Il Bilancio d’esercizio, Terza edizione - Edizioni Fag Milano, Febbraio 2007

-          Emanuele Teti, La riclassificazione del bilancio, Università Commerciale Luigi Bocconi, Febbraio 2012

-          Christopher H. Bovis, EU Public Procurement Law, Elgar European Law Edition, 2007

 Siti:

-          http://www.analisidibilancio.eu

-          http://www.commercialistatelematico.com

-          http://www.altalex.com

-          http://www.conticiani.it



[1] European Commission, Buying green! A handbook on green public procurement,  2ª Edizione, 2011.

[2] La più recente modifica al Codice dei contratti pubblici è stata introdotta con Legge 6 luglio 2012, n.94.

[3] Si vedano a tal fine gli articoli 13, 14, 15, 16 e 17 della Direttiva europea 2004/18.

[4] Cons. St., Sez. V, 23 giugno 2008, n. 3108

[5] Dpr 22/12/86 n. 917.

[6] Eccezioni sono previste da disposizioni di leggi speciali per le società che esercitano particolari attività, quali ad   esempio le banche e le assicurazioni.

[7] Carlo Caramiello - Indici di bilancio, Giuffrè, 1993, Milano.

[8] Emanuele Teti, Università Bocconi di Milano – La riclassificazione del Bilancio, Febbraio 2012.

[9] Prof. Umberto Conticiani - Docente di Economia Aziendale I.S.I.S. "C. A. Dalla Chiesa", Montefiascone.

[10] TAR Lazio - Roma, sez. III, sentenza 27.03.2007 n° 2661

 


Fabrizio Bertora
Cancelliere presso il Ministero della Giustizia
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