Responsabilità civile dell'avvocato - risultati del mandato - errore - colpa - negligenza - risarcimento
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Articolo del 16/05/2012 Autore Avv. Luisa Camboni Altri articoli dell'autore


L'esercizio della professione forense, come qualsiasi altra professione, a causa di una costante evoluzione delle tematiche concernenti la difesa, la tutela del consumatore e della conseguente maturazione della consapevolezza degli utenti pone, in primo piano, quelle che possono essere le azioni da intraprendere da parte di un cliente insoddisfatto dalla consulenza fornita dal proprio avvocato di fiducia.

Qualora un cittadino si renda conto che il proprio avvocato non abbia raggiunto i risultati prospettati inizialmente, è possibile agire nei suoi confronti e addirittura ottenere il risarcimento dei danni. In questi casi si usa l'espressione "RESPONSABILITA' CIVILE DELL'AVVOCATO". Ma quando è possibile agire per ottenere un risarcimento dall'avvocato negligente?

Per dare una risposta esauriente e chiara all'interrogativo è necessario fare un breveexcursussul rapporto che si instaura tra cliente ed avvocato. Il rapporto che si instaura tra cliente ed avvocato è fondato sul mandato; mandato che consiste nella manifestazione di volontà del cliente di essere rappresentato dall'avvocato. Si tratta di un rapporto fondato sulla fiducia, cioè sulla lealtà e chiarezza di comportamenti da ambo le parti. Oggetto di tale rapporto è la prestazione d'opera intellettuale da parte dall'avvocato.

A questo punto, trattandosi di una prestazione di opera intellettuale, è bene interrogarsi se si è in presenza di una obbligazione di mezzi o di risultato. Le obbligazioni inerenti all'esercizio della attività professionale dell'avvocato sono obbligazioni di mezzi e non di risultato. Pertanto, ai fini del giudizio di responsabilità nei confronti del professionista rileva non il conseguimento del risultato utile per il cliente, ma il modo in cui l'attività è stata svolta tenendo contoetdel dovere primario del professionista di tutelare le ragioni del clienteetdel parametro della diligenza ex art. 1176 comma 2 c.c. che è quello della diligenza del professionista di media attenzione e preparazione (Cass.civ. 18 aprile 2011 sentenza n. 8863). Va aggiunto, però, che nel caso di prestazione che implica la soluzione di "[...] problemi tecnici di speciale difficoltà [...]" la responsabilità del professionista deve essere valutata anche alla luce dell'art. 2236 c.c..

Al riguardo dottrina e giurisprudenza sono solite qualificare l'obbligazionede quasia per la sua attività stragiudiziale che giudiziale quale obbligazione di mezzi e non di risultato.

Ne consegue che l'avvocato non ne risponde se il suo cliente non raggiunge il risultato sperato e, comunque, ha diritto al compenso della causa e dell'affare. Non costituisce negligenza l'infausto esito della causa dovuto ad un'interpretazione di leggi o di risoluzione di questioni opinabili da parte di un avvocato a meno che questi abbia agito con dolo o colpa grave.

Perchè sussista, dunque, responsabilità dell'avvocato l'errore deve riguardare aspetti peculiari dell'attività tecnica,id estla ricostruzione e la prospettazione del fatto nonchè l'errore procedurale che abbia precluso al giudice di entrare nel merito della fattispecie.

Al riguardo la Suprema Corte ha stabilito che "l'avvocato deve considerarsi responsabile nei confronti del proprio cliente, ai sensi degli artt. 2236 e 1176 c.c., in caso di incuria e di ignoranza di disposizione di legge ed, in genere, nei casi in cui per negligenza o imperizia compromette il buon esito del giudizio, mentre nelle ipotesi di interpretazione di leggi o di risoluzione di questioni opinabili deve ritenersi esclusa la sua responsabilità, a meno che non risulti che abbia agito con dolo o colpa grave" ( Cass. Civ. Sez. II 11 agosto 2005, n. 16846).Particolare importanza nell'ambito della responsabilità dell'avvocato sta sempre più assumento il ruolo degli obblighi di informazione.

L'avvocato ha, infatti il dovere di informare il proprio assistito circa le possibilità di successo della causa al fine di metterlo in condizioni di decidere se optare o meno per l'azione giudiziaria. Solo in presenza di una corretta informazione fornita dal legale si può ritenere formato il consenso del cliente al conferimento dell'incarico e all'inizio o alla prosecuzione della causa.

Sul punto è intervenuta la Corte di Cassazione con sentenza n. 16123 evidenziando che "nel dovere di diligenza cui è tenuto l'avvocato rientrano, a loro volta, i doveri di informazione, di sollecitazione e di dissuasione ai quali il professionista deve adempiere così all'atto dell'assunzione dell'incarico come nel corso del suo svolgimento prospettando, anzitutto, al cliente le questioni di fatto e/o di diritto rilevabili ab origine o insorte successivamente riscontrate ostative al raggiungimento del risultato e /o comunque produttive di un rischio di conseguenze negative o dannose, invitandolo, quindi, a comunicargli od a fornirgli gli elementi utili alla soluzione positiva delle questioni stesse, sconsigliandolo, infine, dall'intraprendere o proseguire la lite ove appaia improbabile tale positiva soluzione e, di conseguenza, probabile esito sfavorevole o dannoso".Punctum dolensdella responsabilità dell'avvocato è, senza ombra di dubbio, la ricerca del nesso di causalità tra l'azione o l'omissione colpevole dell'avvocato e il danno patito dal cliente. Sarà, pertanto, compito del cliente dimostrare che la controversia è stata persa per " colpa " dell'errore dell'avvocato: se questi, difatti, avesse tenuto una condotta diversa (rectius: corretta) la causa avrebbe avuto un risultato favorevole, soddisfacente per il cliente.

La Corte di Cassazione consentenza 18 aprile 2007 n. 9238 ha stabilito che ai fini dell'accertamento della responsabilità professionale dell'avvocato "incombe al cliente il quale assume di avere subito un danno, l'onere di provare la difettosa od inadeguata prestazione professionale, l'esistenza del danno ed il rapporto di causalità tra la difettosa od inadeguata prestazione professionale ed il danno".

E, ancora, la Suprema Corte ha modificato il criterio cui fare riferimento per provare il nesso causale tra inadempimento dell'avvocato e perdita della controversia. Abbandonato il criterio della ragionevole certezza, ha introdotto quello della probabilità stabilendo che"l’avvocato, nell’espletamento della attività professionale, deve tendere a conseguire il buon esito della lite per il cliente e, pertanto, sussiste la sua responsabilità se, probabilmente e presuntivamente, applicando il principio penalistico di equivalenza delle cause (artt. 40 e 41 c.p.) esso non è stato raggiunto per sua negligenza (Nella specie il difensore, costituitosi parte civile per l'offeso, non lo aveva informato dell'udienza dibattimentale e, percio', era stata dichiarata la decadenza della costituzione, ne' aveva citato i testi ammessi sulla dinamica dell'incidente occorso al suo assistito e l'imputato era stato assolto con formula piena). (Cass. Civ. Sez. III, 6 febbraio 1998, n. 1286). Da ciò si desume che per richiedere il risarcimento del danno occorrela semplice probabilità che una corretta attività dell'avvocato avrebbe determinato l'esito positivo della causa.Alla luce delle suesposte considerazioni il cliente insoddisfatto dell' operato del proprio legale - non più di fiducia! -, al fine di agire per ottenere il risarcimento del danno patito, dovrà provare:

1)l’inadempimento del professionista ex artt. 1176 e 2236 c.c.;2) il nesso di causalità(convincendo il giudice che doveva adottarsi una diversa linea difensiva o che esiste una lapalissiana negligenza od omissione del professionista );3)la fondatezza dell’azione(id estle ragioni del cliente potenzialmente sussistevano, ma l’operato negligente dell’avvocato le ha fatte sfumare).

Naturalmente, al fine di portare avanti un'azione per il risarcimento, un cliente sarà costretto a rivolgersi ad un nuovo avvocato, vedendosi costretto a mettere nuovamente le maninella propria tasca per una nuova parcella, con tutti gli sbalzi d'umore e connessi al caso. Ecco quindi che un cittadino oggi, qualora si senta prevaricato nei suoi diritti, deve sperare di trovare dal principio un buon legale che svolga diligentemente il suo servizio, diversamente, attivare le procedure trattate in precedenza, in taluni casi risulterebbe alquanto sfiancante, soprattutto per un cittadino non facoltoso.Tutto ciò fa nascere una riflessione in merito al ruolo dell'Avvocatura, la quale non rappresenta solo un ceto professionale nè un ceto intellettuale, ma è, anche,un servizio di pubblica necessità e di alto livello sociale attraverso la quale il Cittadino fa valere le sue ragioni e saprà fare la sua parte.

Un notissimo Principe del Foro, Piero Calamandrei così definiva l'avvocato “una professione di comprensione,di dedizione, di carità. Non credete agli avvocati quando, nei momenti di sconforto, vi dicono che al mondo non vi è giustizia. In fondo al loro cuore essi sono convinti che è vero il contrario, che deve per forza essere vero il contrario: perchè sanno dalla loro quotidiana esperienza delle miserie umane, che tutti gli afflittis perano nella giustizia, [...] e che tutti vedono nella toga il vigile simbolo della speranza[...]".

L'avvocato, in conlusione, deve far sì che la toga rappresenti davvero, per coloro che chiedono il suo aiuto e per la società intera SPERANZA DI GIUSTIZIA in onore del giuramento prestato e nel profondo rispetto e in onore della Costituzione della Repubblica Italiana.


Avv. Luisa Camboni
Avvocato
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