Nessuna responsabilità risarcitoria per chi si è sposato con la riserva mentale di non volere figli!
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Articolo del 10/04/2012 Autore Avv. Eugenio Gargiulo Altri articoli dell'autore


E' irrilevante la nullità delle nozze, pronunciata dal Tribunale Ecclesiastico, ai fini dell'ottenimento di un'indennità risarcitoria nei confronti di colui che si sia sposato con la riserva mentale di non volere figli, in quanto è necessario provare nel giudizio civile l'inganno perpetrato dal medesimo.

A carico del coniuge, che ha nutrito fin dall'inizio la riserva mentale di non avere figli, non sussiste,pertanto, la responsabilità per malafede, indispensabile al fine di ottenere l'indennità risarcitoria prevista dall' articolo 129 bis del codice civile, a meno che non venga provato l'inganno e,quindi, l'errore in ha fatto incorrere l'altro coniuge . Insomma, è irrilevante ai fini dell'indennità risarcitoria, la semplice "delibazione" della sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio!

Lo ha stabilito, in una recentissima pronuncia, la Corte d'Appello di Catania che, con la sentenza n. 560 del 27 marzo 2012, ha , per l'appunto,delibato una sentenza di annullamento di matrimonio , emessa dal Tribunale ecclesiastico.

Nello specifico il vincolo coniugale era stato sciolto dai magistrati della curia proprio per la preventiva esclusione,da parte del coniuge/marito,della possibilità di "realizzare" il "bonum prolis".

In sede di giudizio civile di delibazione, tuttavia, è risultata inutile l'opposizione della coniuge/moglie, che aveva sostenuto di essere stata sempre inconsapevole della riserva mentale dell'ex marito .

Infatti, dalle testimonianze in giudizio, era emerso che, nonostante i tre anni di convivenza e una stanza già arredata per un eventuale figlio, il marito aveva ,sempre, covato forti riserve mentali sulla riuscita del legame e dunque sulla procreazione.

"La responsabilità del coniuge in mala fede, cui sia imputabile la nullità del matrimonio - ha sentenziato la Corte d'Appello di Catania - esige un doppio collegamento oggettivo e soggettivo fra la situazione nella quale si sostanzia la causa di invalidità ed il coniuge a cui carico si pongono ì più gravosi oneri patrimoniali a favore dell'altra parte in buona fede. Nel senso che non è sufficiente la riferibilità oggettiva della causa di invalidità e non basta neppure la consapevolezza di essa, occorrendo altresì un comportamento ulteriore del responsabile, contrario al generale dovere di correttezza che abbia contribuito alla celebrazione del matrimonio nullo".

"D'altra parte, - hanno concluso i magistrati siciliani - al fine dell'obbligazione indennitaria del coniuge, cui sia imputabile la nullità del matrimonio, il requisito della buona fede dell'altro coniuge, da presumersi fino a prova contraria, si identifica nella incolpevole ignoranza della specifica circostanza per la quale, nella concreta vicenda, è stata pronunciata la nullità: ne viene, in caso di declaratoria di invalidità, che sia stata resa dal giudice ecclesiastico, con sentenza dichiarata esecutiva nell'ordinamento interno, per esclusione del bonum prolis da parte di uno dei coniugi, conosciuta ed addirittura accettata dall'altro, che la presunzione di ignoranza è da ritenersi necessariamente superata proprio perché la nullità matrimoniale è imputabile anche al coniuge che richiede l'indennità."


Avv. Eugenio Gargiulo
Avvocato
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